“Un volto chiede voce” di Katia Terreni

Semplicemente, donne.

“Un volto chiede voce” di Katia Terreni

“Un volto chiede voce” di Katia Terreni

Le dita si muovono veloci sulla tastiera del computer, il ticchettio che producono è come il martellare nervoso di un picchio sulla corteccia di un albero.

La scrivania, quella antica appartenuta alla nonna materna e ora posizionata sotto la finestra della propria camera, è cosparsa di volumi, di fogli, di appunti.

Un’unica immagine campeggia su tutto il resto: il volto di un uomo che trasmette potere e seduzione.

“Non troverà materiale adeguato alle sue ricerche, le consiglio di indirizzare il suo sforzo altrove”, le ha detto la Professoressa Antinori lo scorso mese.

Sulle scale della facoltà di storia dell’arte, Olga ha incassato il colpo, duro per lei, senza far trapelare alcuna emozione.

I suoi occhi scuri hanno guardato quelli dell’interlocutrice cercandovi un segno di cedimento, uno spiraglio che le consentisse di rinegoziare la sentenza appena pronunciata.

Dopo il brusco congedo, la Professoressa Antinori aveva sceso il primo gradino e poi, senza accenno di preavviso, si era girata aggiungendo: “ad ogni modo è una sua scelta, Olga. Mi faccia avere il progetto delle sua tesi nei dettagli, vedremo come strutturarlo
insieme.

Le riconfermo il fatto che potrà incontrare molte difficoltà nel reperire le informazioni di cui abbisogna, arrivederci”.

Subito dopo, Olga si era avviata verso l’accesso della metropolitana senza guardarsi indietro. La mente all’improvviso vuota come un magazzino del grano appena depredato.

Controllo, ci vuole controllo Olga, non lasciarti andare all’euforia, si diceva.
Ci era riuscita: la Professoressa Antinori era scesa a patti con lei.

Camminava ora a grandi falcate, con i tacchi degli stivali di camoscio che marchiavano di impronte color bronzo l’asfalto bagnato di pioggia mista a fango, residui dell’ultimo rovescio di quel mattino sulla città di Roma.

Il suo volo per Brindisi era previsto alle 16:40.
Una volta accomodata sul sedile dell’airbus A320 che la riportava a casa, ripercorse con il pensiero la giornata.

Cosa aveva fatto sì che la Professoressa, con quel suo repentino arresto sulla scalinata della facoltà, cambiasse in un attimo il
corso degli eventi?

Olga non lo intuiva. Ma sapeva che mentre la Antinori le stava spezzando la prospettiva di un futuro accademico, dentro di sé echeggiavano, mute e volitive, parole come “girati”, “fallo”, “ora”.

Gli stivali ancora inzaccherai di fango giacciono adesso scomposti in un angolo della stanza; anche il cappotto indossato il giorno del viaggio a Roma è lì, buttato sulla poltroncina vicino alla porta, sgualcito e con una manica che pende sul pavimento.

Olga non esce dalla propria camera da quasi un mese.

Scrive, legge, telefona, naviga in internet alla ricerca delle preziose e quasi irreperibili informazioni che la Professoressa Antinori le ha scagliato contro come un anatema.

Sulla scrivania, la raccolta iconografica dell’oggetto del suo studio è una moltitudine di volti dallo stesso sguardo ambiguo.

“Chi sei davvero?”, chiede Olga rivolgendosi a quelle immagini.

La figura alata e carismatica rappresenta, forse, il condensato senza tempo di ogni mistero.

“Datemi voce”, sembra dire dalle labbra serrate.

È come un mosaico di pietruzze che si ricompone ogni volta diverso, un quadro cui manca la compiutezza finale.

Ora vi si intravede la creatura divina raccontata nei canoni biblici, ora quella terrestre e inquietante descritta nella letteratura apocrifa.

Domani Olga chiamerà la Professoressa Antinori per gli aggiornamenti sul progetto.

Nell’intimo sa che il proprio lavoro sarà rivoluzionario: darà voce, recuperandola dalle crepe del tempo, a Gabriele Arcangelo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *