Tempo di libri: “Vera Gheno e la questione del genere femminile nelle professioni”

“Vera Gheno e la questione

del genere femminile nelle professioni”

a cura di Rita Fortunato

genere

 

L’8 marzo era la festa delle donne e la mia prima volta a Tempo di Libri.

 

Alle donne è stata dedicata la giornata di apertura della seconda edizione della Fiera dell’Editoria di Milano e oggi sono qua, con un post dedicato a Cultura al Femminile.

 

Tra stand e sale incontri mi sono soffermata ad ascoltare Vera Gheno e il suo intervento su Donne al lavoro e la questione del genere femminile applicato a professioni che, fino a pochi anni fa, erano di appannaggio esclusivamente maschile.

Seduta tra i primi tavolini del Digital Café, ho potuto ascoltare quanto Vera Gheno, gestrice del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca, aveva da dire a riguardo.

 

Partendo da una serie di domande sui nuovi nomi femminili professionali la relatrice ha spiegato che i cambiamenti linguistici che stiamo vivendo non sono studiati a tavolino, come si tentò ai tempi di Mussolini, perché non tengono conto della naturale evoluzione della lingua.

La credenza che si possano introdurre dei cambiamenti linguistici premeditati continua, tuttavia, a rimanere radicata anche sui social. Basta un tweet in cui si propone di reintrodurre il genere neutro in italiano, al fine di risolvere una volta per tutte la questione del femminile, per avere un esempio pratico e concreto di questo pregiudizio di fondo.

Non funziona così e Vera Gheno ha chiarito subito che la realtà e la lingua non sono due settori separati. Esistono delle relazioni tra le parole e la realtà che ci circonda, digitale e non.

“Le parole servono a descrivere con precisione la realtà che ci circonda e, allo stesso tempo, condizionano il nostro modo di vedere la realtà”.

Prendendo Twitter come osservatorio di una lingua in mutamento, la gestrice del profilo dell’Accademia della Crusca ha rilevato l’uso di parole al femminile riguardo professioni maschili suonano come cacofoniche e, il loro uso equivale a sdoganare qualcosa che va contro l’italiano corretto.

Cacofonico e sdoganare sono termini che, inoltre, fanno da specchio riflettente sul come viene considerato il femminismo che, a sua volta si suddivide in due filoni:

  1. Parità di genere, senza differenziarlo nell’uso delle parole perché percepito come penalizzante per le donne.

  2. Parità di genere, enfatizzando però la differenza.

Parole come ministra risultano cacofonica e danno il via a discussioni infinite sui social dove la nascita di un neologismo o di una nuova forma linguistica porta ad affermazioni di questo tipo:

  • svilisce le donne

  • i problemi sono ben altri

  • la rovina dell’italiano.

Dibattiti che non tengono conto del fatto che se una lingua è sana è proprio perché mantiene viva la capacità di inventare parole nuove.

Se trent’anni fa si storceva il naso (o forse sarebbe più corretto parlare di orecchio) alla parola senatrice, ora invece è considerato un termine in uso, naturale e italiano.

Il tema del sessismo, ha ricordato poi Vera Gheno, non è una novità.

Nel mondo accademico se ne parla dagli anni ‘80 e non sono pochi i testi scritti in materia. Basta fare una piccola ricerca per trovare libri da leggere come Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini (purtroppo non disponibile su Amazon) o Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole di Mariaserena Sapegno.

Attraverso esempi acquisiti sul campo (social) la relatrice e gestrice del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca ha spiegato che ad essere centrale in tutto questo processo è il parlante e che non è causa dei linguisti se una parola entra o meno nell’uso comune perché:

“I linguisti consigliano e spiegano ma non impongono. Non è una lotta perché nessuno può imporre nulla”.

La questione quindi non è nel femminile ma se ci sono le premesse per far sì che parole nuove, in grado di descrivere con precisione la realtà e la percezione che si ha della stessa, entrino a far parte dei termini di uso corrente.

La soluzione del dibattito sta tutto nel buon senso e nella capacità di rendersi consapevoli che ci sono donne che ora ricoprono cariche maschili e che è naturale, per il parlante e parlanti, cercarne l’equivalente al femminile.

Citando Tullio De Mauro, Vera Gheno chiude il suo intervento a Tempo di Libri, dicendo che:

“Il problema non è l’italiano, sono gli italiani”.

Si riuscirà a risolverlo?

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile". Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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