Quarto comandamento : “Dai il giusto peso alle cose, ora che sai che sono di tessuto”

Donne. Semplicemente.

Quarto comandamento :

“Dai il giusto peso alle cose,

ora che sai che sono di tessuto”

di Cristina Basile

Ciao Alba,
come stai? Sì, Madame Contro-le- sdolcinatezze ti scrive una lettera.

Spero non ti dispiacerà se porterà i segni dei miei vent’anni in Francia.

Sono molti, soprattutto da quando non mi sforzo per nasconderli.
Volevo scriverti già ieri ma non trovavo la penna. Perdo tutto in questo periodo. Inizialmente pensavo fosse la mancanza di sonno delle ultime settimane, poi mi sei venuta in mente tu, quando sorniona ridi e dici «mamma, sei vecchia».

E sai, stavolta… hai ragione tu. Perdo tutto perché sto invecchiando.

Da giovane temevo avrei ereditato la sbadataggine di mia madre, che a sua volta temeva di ereditarla dalla nonna.

Ricordi quando a teatro, credendo di stare a casa sua, si era spogliata rimanendo in sottana?

Di quell’augurio di essere diversa dalla nonna, sebbene riguardasse solo lei e venisse detto in pomeriggi innocui, passati a pulire i fagiolini, ho sempre avuto paura.

Prendendo le sue parole per oro colato, qualunque cosa dicesse, nelle mie orecchie suonava come un pronostico.

Invecchiando la pelle cambia di materiale sai?

Da plastica diventa tessuto. Da impermeabile quale ero, coperta e forse un po’ fittizia, dopo i 40 anni mi sono scoperta fragile, porosa, assorbente.

La retorica vuole che la donna matura sia saggia, equilibrata, solida… per me non è stato così.

Direi piuttosto che non sono più interessata a sembrare una donna che non sono.
«Je ne mele plus les pinceaux» direbbero qui, con un’espressione che mi piace tanto perché per esperienza, so che «a confondere i pennelli» il quadro e il pittore pagano care le conseguenze.

È molto meglio quando invece ogni cosa è al suo posto, ovverosia quando si è autentici.

Togliere i vestiti di plastica e mostrarmi per ciò che sono (uno scampolo che assorbe, prova empatia, e che quindi si può anche stracciare, macchiare, offendere) è stato per me una conquista, un evento meraviglioso e irreversibile!

Perdonami, sto divagando. Eppure la ragione di questa lettera era chiara nella mia mente…
Credo tu sia fuggita in Italia perché questo paese è la parte di noi (di me e tuo padre) che preferisci.
Accogliendoti con un piatto di pasta, con tiepide sere, permettendoti di mettere un maglione leggero anziché un’armatura di lana, non ti ha mai delusa.
Strano, vista la forma di gamba pronta a dare un calcio nel sedere.

Forse stupidamente, credo che la distanza che hai messo fra noi sia legata ad una conversazione che abbiamo fatto più volte… quella in cui io e tuo padre sosteniamo che tu “non sei nostra”.

Lascia che ti spieghi…lui è di poche parole. I sentimenti, da quando gli hanno detto di essere uomo, lo imbarazzano e io ti ho visto
troppe volte lasciare la stanza turbata, senza riprendere più tardi la questione.
Quando era giovane a tuo padre era stata diagnosticata una bassa fertilità, motivo per cui lui e quella donna di cui forse hai sentito parlare, si separarono.
A seguito di questa diagnosi, erano sbocciati in lui, come fiori, pensieri di libertà: su quale altro progetto avrebbe potuto costruire la sua vita, visto che quello della paternità, la natura non glielo voleva concedere? E lui, lo sai, è fatto per proseguire.
Da dove pensi che venga il suo amore per la bicicletta? Io che lo amo e mi sono dunque dilungata in esercizi d’immaginazione sul suo conto, so che viene dalla velocità con cui il suo cuore vola sopra un dispiacere.
La bicicletta corre tanto forte sulla strada quanto Pierre su un dolore.
Aveva capito presto che l’essenza della vita riposava sulla gioia e aveva deciso che questa, per lui, non sarebbe dipesa dagli oggetti che avrebbe comprato né dal numero di figli che avrebbe avuto.

Quanto a me, prima di partire per la Francia feci un seminario, sulla corretta lettura dei comandamenti.

Così, per gioco, per accompagnare un’amica… solo che alla fine, come succede per i provini per il cinema, fui io
ad essere «presa» da quegli incontri.

Alla descrizione del quarto comandamento trasalii: ci venne detto che «onorare» originariamente significa «dare il giusto peso». Nessuna traccia dell’ubbidienza che fino a quel risuonava la lettura di “onora il padre e la madre”.

Questa, per me, fu una scoperta sconvolgente.

Da un lato fu come se una parte della biblioteca su cui avevo fondato la mia cultura prendesse fuoco, ma dall’altro mi permise di non subire più come destini ineluttabili, le parole di mia madre, quando si puliva i fagiolini insieme.

Quella scoperta mi rendeva libera perché prima ancora di essere figlia di una madre sbadata e la nipote di una nonna che si spogliava a teatro e a cui, per tanti motivi, non volevo somigliare, ero figlia di Dio.

Ne fui sempre più convinta quando incontrai tuo padre e, inaspettatamente, arrivasti tu.

Questo intendiamo io e tuo padre quando affermiamo che non sei nostra, ma di Dio.

E ti prego, Alba, ricordatene sempre, qualunque persona incrocerai, con qualunque uomo passerà nel tuo letto o lavoro per cui metterai una firma.

Tu sei di Dio o, detto altrimenti, sei libera.

E se vuoi dare il giusto peso a qualcosa, fatti raccontare la sua storia come sto facendo io in questa lettera, o come è stata raccontata a me sul quarto comandamento, e spera che sia lunga, lunghissima.
Perché più sarà lunga, più sarà vera, terrà meglio conto della trama del tessuto di cui tutte le cose sono fatte.
Spero verrai presto a trovarci.

Mamma

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