“Le ragazze sono partite” di Giacomo Mameli

“Le ragazze sono partite” di Giacomo Mameli

Recensione di Elvira Rossi

Le ragazze

Le ragazze sono partite” di Giacomo Mameli: un libro non facile da definire per una varietà di elementi, che vanno dalla narrazione pura fino al giornalismo d’inchiesta.

Un insieme di storie gradevoli esposte in uno stile limpido e accattivante.

Squarci di persone singole, ritratti di paesi, intrecci di gruppi e relazioni sociali disegnano il quadro di un’epoca, che si muove tra memoria storica e ricordi vivi di una vecchia generazione.

Vicende reali di donne giovanissime, poco più che adolescenti, che dalla Sardegna partivano dirette verso il Continente.

A stupirci è l’atmosfera degli anni Cinquanta, immersi in una civiltà arcaica intrisa di fascino e toccati da una miseria diffusa, dalla quale a salvarsi erano in pochi.

La lettura de “Le ragazze sono partite” andrebbe proposta a chi non ha mai conosciuto quel passato e stenta a immaginarlo, ritenendo che il benessere e il consumismo siano sempre esistiti.

La povertà degli anni Cinquanta aveva altri colori e altri odori.

Aveva il lezzo dello sterco degli animali che vivevano confusi con le persone, aveva le sfumature di una terra avara, il profumo di una minestra sciapa.

Le donne di Sardegna, come dee tutelari, avevano assistito sempre alla partenza degli uomini, che si allontanavano da casa come servi pastori, minatori, emigranti.

Negli anni Cinquanta iniziò l’inversione di un fenomeno.

A partire furono le donne, che ruppero i vincoli di un codice antico.

Le ragazze

Nelle loro scelte è possibile riconoscere una dose non trascurabile di coraggio e trasgressione.

Le ragazze sarde partivano da sole. Non emigravano per seguire il marito o per ricongiungersi a qualche familiare, come solitamente accadeva in altre regioni italiane.

Pur essendo semianalfabete, erano disposte a fronteggiare la sfida del cambiamento.

Totalmente estranee a nozioni sul femminismo, con estrema naturalezza contribuirono a un processo di emancipazione femminile.

Al vittimismo e alla rassegnazione privilegiavano l’azione.

Partivano per se stesse e per aiutare la famiglia, ma le ragioni palesi nascondevano il desiderio di evadere da una condizione di inferiorità ed emarginazione.

Le ragazze intuivano l’esistenza di una realtà che andava oltre i muretti a secco del circondario e aspiravano a superare quel recinto.

Recarsi in Continente al servizio delle famiglie borghesi era una soluzione non disdicevole, che riusciva a salvaguardare l’onore femminile.

Le ragazze, che avevano viaggiato solo sul carro trainato dai buoi, si disponevano a salire sul «postale della fortuna».

Partivano per guadagnare ventimila lire al mese.

Da serve di paese a cameriere di città e qualcuna più fortunata sarebbe diventata anche governante.

All’alba del 13 agosto del 1957 Pietrina si lasciava alle spalle le voci di Foghesu: il gallo che dava la sveglia a paesani, i rintocchi della campana, i carri sull’acciottolato, i ragli degli asini.

A salutare l’inizio della nuova vita l’ansimare della corriera, che stentava a partire.

Il postale fino a Cagliari. Da Cagliari a Olbia il treno. Da Olbia la nave fino a Civitavecchia. Ancora il treno fino a Roma.

Un viaggio lungo e avventuroso. Paure trattenute e dominate.

Per attraversare il mare si comprava un biglietto di centocinquantacinque lire accumulate con sacrificio.

Per chi era vissuto a Foghesu di scontato non esisteva nulla.

Una nuova realtà stava per svelarsi.

Le ragazze incontravano altre compagne, si riconoscevano dall’aria smarrita e da quelle federe, che contenevano pochi indumenti essenziali.

Familiarizzavano in fretta e chi aveva già affrontato quella esperienza, diventava una guida, una dispensatrice di consigli.

“ Erminia presenta a Pietrina le sue amiche e colleghe, Giovanna Pia di Uras e Mafalda Callus, anche lei di Mogoro.Sembrano già quattro sorelle, si siedono vicine sui sedili di legno, due qui e due lì davanti, tutte con le federe bianche sulle ginocchia.”

Tutte, ogni domenica, si sarebbero incontrate alla stazione Termini ribattezzata stazione Sardegna.

Si sarebbero sostenute a vicenda.

Le ragazze degli anni Cinquanta erano le figlie di donne, che per la prima volta avevano votato per la Repubblica, che nella Costituzione sancisce il diritto al lavoro.

Un solco appena accennato meritava di essere scavato da altre generazioni di donne.

Le figlie non potevano tradire le aspettative delle madri: rivendicavano il diritto al lavoro.

Applicavano un binomio inscindibile: lavoro ed emancipazione.

Le ragazze, che andavano a Roma, chiamavano sorelle, cugine, amiche.

Una splendida sorellanza non dichiarata viveva di fatto nella solidarietà.

Negli anni del dopoguerra in Sardegna e anche in altre regioni d’Italia il lavoro era destinato ai maschi, per le donne non c’era che il lavoro domestico.

“Fatica dovuta, scritta nei libri sacri. Solo per poche figlie di ricchi c’era una cattedra in qualche scuola”

Perché rigettare l’unica opportunità possibile?

L’impulso a reagire e il senso pratico della vita avevano smosso quelle fanciulle da Foghesu, dove il destino le aveva catapultate.

Le donne non accettavano più una visione immobile e fatalistica della vita.

In quelle ragazze ardeva la spinta a liberarsi da uno stato che le avrebbe viste perdenti.

Attraverso quelle partenze iniziavano a spegnersi gli ultimi bagliori di un mondo arcaico, che stava per entrare in crisi, cedendo il passo a modelli di modernità.

Le donne sarde alle difficoltà e al lavoro opponevano una notevole resistenza.

Al suo primo giorno di lavoro Pierina rifletteva:

“Non è difficile fare la serva. Dopo dieci minuti mi sembra di essere già a casa mia”.

In città furono numerose le scoperte che le stupirono, ma a sorprenderle non furono alcuni padroni e padroncini che con arroganza le infastidivano.

Era una delle poche cose che avevano appreso a Foghesu. Già prima di recarsi a Roma avevano compreso che il mondo era regolato dal dominio maschile.

La pioniera Pietrina riuscì a farsi rispettare, ma non fu così per tutte.

Giovani donne messe incinte dai padroni andavano ad abortire lontano da Roma, persino a Tunisi.

Dolori vissuti nella segretezza e nella solitudine dell’essere femminile.

La sorte anche a Roma non riservava a tutte lo stesso trattamento.

C’erano lavoratrici sfruttate e maltrattate, altre rispettate e amate.

Negli anni Cinquanta lo sfruttamento e il lavoro minorile rientravano nella prassi corrente e non suscitavano scandalo se non nella coscienza di pochi eletti.

Le ragazze, quando potevano passare da una famiglia a un’altra per migliorare la propria situazione, erano pronte a farlo.

Ma ciascuna era attenta a conservare il lavoro. L’indipendenza economica aveva un prezzo da pagare.

“Tutte capiscono che è meglio un lavoro malpagato anziché restare senza lavoro.”

Le fanciulle non avevano abdicato ai sogni di amore.

Un matrimonio sostenuto da due anime e da quattro braccia sarebbe stato più solido.

Dopo anni alcune tornavano a vivere in paese, altre rientravamo solo per periodi brevi di vacanza.

Le ragazze non erano più le stesse, erano cambiate.

E a mutare era anche l’immagine che suscitavano negli altri. Qualcuna aveva imparato a mettere il rossetto o a camminare sui tacchi.

C’era chi le ammirava e chi le guardava con sospetto, poiché non tutti riuscivano a condividere una rivoluzione appena iniziata.

Un antico pregiudizio resisteva negli uomini ma non risparmiava neppure le donne.

Negli anni Sessanta la situazione iniziò a evolversi e offrì nuove prospettive attraverso “L’ufficio emigrazione della Provincia” .

Alcune giovani partirono direttamente dalla Sardegna verso le fabbriche della Svizzera e della Germania. Altre abbandonarono il lavoro domestico a Roma, per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord.

Sebastiana, che era partita il 7 gennaio del 1967, a Torino divenne delegata sindacale.

Le ragazze

Non è esistata trasformazione sociale, a cui le donne non abbiano concorso in forma incisiva.

Nelle ragazze sarde si percepisce un’ansia di progresso da lasciare in eredità alle altre donne.

Oggi l’emigrazione assume connotazioni differenti e le statistiche ci informano che l’Italia è terra di immigrazione.

Non bisognerebbe mai dimenticare che le masse di emigrati e immigrati sono costituite da individui, ciascuno con il proprio carico di sofferenze e aspettative.

E questo libro ci fa incontrare l’anima e il volto delle singole persone.

“Le ragazze che partono” di Giacomo Mameli racconta storie vere del nostro Paese.

Storie, che parlano di una Italia desiderosa di risollevarsi dalla guerra.

Storie, che parlano di lavoro ed emancipazione femminile.

“Il come eravamo” non andrebbe mai dimenticato per trarne insegnamenti.

I giovani in particolare dovrebbero conoscere un passato recente, affinché siano vigili custodi di conquiste realizzate e promotori di percorsi rinnovati.

Le ragazze

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Sinossi

Pietrina, Clelia, Evelina, Maretta, Erminia, Bonaria, Silvana, Carrula, […] sono solo alcuni dei nomi delle tante protagoniste del libro di Giacomo Mameli, ragazze che emigrano in particolar modo da Perdasdefogu, verso il continente, a Roma e Milano, a partire dal secondo dopoguerra, per fare “le seraccas” (le serve) presso alcune famiglie benestanti. Il testo è costruito in modo corale, è un intreccio di storie di donne nell’arco di più generazioni, che partono e raccontano la loro esperienza migratoria. Un testo polifonico in cui le diverse voci narranti ci fanno entrare in un mondo tutto femminile, fatto di donne giovani, spesso quasi bambine, forti, coraggiose.

 

Titolo: Le ragazze sono partite
Autore: Giacomo Mameli
Editore: CUEC
Pagine: 156

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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