Molto Rumore per Nulla

Molto rumore per nulla

Le fake news ai tempi del Bardo

di Valentina Dragoni

Di tal materiale è fatta l’agile freccia del piccolo Cupido che ferisce solo all’orecchio.

Ero, (Atto III, scena I)

Aspettavo con ansia il momento in cui avrei potuto parlare della commedia di William Shakespeare che preferisco: Molto rumore per nulla.

Quest’opera mi ha conquistato alla prima lettura, regalandomi alcuni dei dialoghi più vivaci che abbia mai sentito e divertendomi da morire con una coppia di protagonisti assolutamente spassosa

Ma soprattutto, mi sembra un’opera perfetta da rileggere in questo momento in cui tutti parlano, scrivono e danno opinioni su qualsiasi cosa, spesso riportando in modo distorto quello che dicono di aver sentito.

Molto rumore per nulla

Benedetto e Beatrice – via Wikimedia Commons

La parola al potere

Perché in Molto rumore per nulla il vero cuore della commedia giocosa, più che in altre opere del Bardo, è la parola.

William Shakespeare orchestra una magistrale beffa giocata sul sentito dire, sul riportare informazioni errate o una frase ascoltata in segreto, dimostrando che spesso la realtà che crediamo tangibile e vera altro non è che l’immagine creata da ciò che diciamo.

In questa farsa, dove tutto quello che si vede è in realtà una costruzione, la parola è la vera divinità che gioca con i personaggi, modificandone il comportamento e il destino.

È da una macchinazione creata ad arte che prende vita la vicenda dei due giovani innamorati Ero e Claudio, con il loro sentimento romantico e fresco da manuale; ed è da un’altra beffa costruita con parole pungenti che i due coprotagonisti Benedetto e Beatrice rivelano il loro sentimento, smettendo i panni degli scapoli cinici per indossare quelli degli innamorati appassionati.

Ed è ancora la diceria, un nulla, che passa di bocca in bocca a portare quasi ad una tragedia e a causare tutto il rumore.

Ma stiamo parlando di una commedia, quindi aspettatevi pure il lieto fine.

Sotto il sole della Sicilia

In una Messina assolata e languida, incarnante un esotismo ante litteram per gli inglesi fin troppo abituati al grigiore e alla pioggia, si svolgono sotto ai nostri occhi le complesse trame di questa farsa amorosa che molti hanno letto in contraltare alla ben più famosa e celebrata tragedia di Romeo e Giulietta1.

Il principe di Aragona Don Pedro e la sua corte arrivano alla casa di messer Leonato, vecchio amico del nobile, che offre a tutti la sua ospitalità.

Della compagine in visita fanno parto il giovane soldato Claudio, il fedele amico Benedetto e il cupo Don Juan, fratello bastardo di Don Pedro e da poco rientrato nelle grazie del principe.

Dai primi convenevoli si crea un’atmosfera gioviale e festosa, dove si riallacciano vecchie amicizie e qualche sentimento mai sopito.

Il gioco degli equivoci

Assistiamo subito allo scontro della coppia mio parere vera protagonista di tutta la commedia, ovvero Benedetto e Beatrice, che con i loro scambi al vetriolo animeranno una delle due trame incrociate che si dipanano nell’opera:

Beatrice: Permette una domanda? Che ne è del capitan Fendente? È tornato anche lui dalla guerra?

Messo: Il capitan Fendente? Mai sentito. Non c’era nessuno con questo nome, nell’esercito.

Leonato: Di chi chiedi notizie, nipote?

Hero: Mia cugina vuol dire il signor Benedetto di Padova.

[…]

Beatrice: Parlate ancora, signor Benedetto? Non vi siete accorto che non vi sta a sentire nessuno?

Benedetto: Guarda guarda, Madonna Sdegno! Chi non muore si rivede.

Beatrice: E poteva morire, lo sdegno, con un alimento prelibato come il signor Benedetto? La cortesia stessa si converte in sdegno, se vi presentate al suo cospetto.

Benedetto: Vuol dire che la cortesia è una banderuola. Strano però, perché di solito le dame mi amano tutte. Fate eccezione solo voi. E io non vorrei avere questo cuore duro. Perché veramente io non ne amo nessuna.

Beatrice: Bella fortuna per le donne, che si risparmiano la corte di un importuno come voi! Del resto, ringraziando il cielo e il mio sangue freddo, in questo io non sono diversa; anch’io preferisco ascoltare un cane che abbaia a una cornacchia, che un uomo e i suoi spergiuri d’amore.

(Atto I, scena I, 29-34)

E poco dopo scoppia il colpo di fulmine tra Claudio e Hero, unica figlia di Leonato; anche se dalle parole di Benedetto

Claudio: Benedetto, hai notato la figlia del signor Leonato?

Bendetto: Notata non direi. Ma l’ho vista.

Claudio: Non ti è parsa una fanciulla piena di verecondia?

[…]

Benedetto: Beh… se devo dire la verità, mi è parsa un po’ troppo bassa per farne alte lodi, un po’ troppo piccola per dei grossi elogi, un po’ troppo opaca per restarne abbagliati. A su credito posso dire solo che, se fosse stata diversa, non sarebbe graziosa. D’altro canto così com’è, non mi piace.

(Atto I, scena I, 159-171)

Queste due coppie saranno la trama e l’ordito di tutta la commedia, protagonisti loro malgrado delle macchinazioni dei due principi.

Perché, venuto a sapere dell’amore di Claudio per Ero, Don Pedro ordisce un piano: la sera stessa, alla festa offerta da Leonato si celerà dietro la maschera e parlerà alla giovane chiedendola in moglie per conto dello stesso Claudio.

Inoltre, non contento di esercitare il ruolo di Cupido, Don Pedro coinvolge Claudio, Ero e altri in una seconda farsa: fare in modo che Benedetto e Beatrice riconoscano di amarsi e finalmente la smettano di farsi la guerra.

Perché i due si amano; la stessa Beatrice ci fa capire che tra lei e Benedetto qualcosa c’era stato:

Beatrice: Se volete saperlo monsignore, è vero che me lo aveva prestato, e io gli ho pagato gli interessi, un cuore doppio per il suo che era singolo. E ben gli sta: ché una volta, in passato, me l’aveva vinto coi dadi truccati. Quindi la vostra grazia ha ragione: l’ho perduto.

(Atto II, scena I, 165-168)

Volti mascherati e sentimenti allo scoperto

Don Pedro però non aveva calcolato una variabile: il fratellastro.

Con l’unico obiettivo di creare problemi, Don Juan, udito il piano del principe, decide di scompigliare le carte riferendo a Claudio che Don Pedro intende conquistare Ero per sé.

Rabbioso, Claudio quasi litiga con il principe, ma la situazione viene chiarita subito dal padre di Ero e i due innamorati possono pianificare il matrimonio.

Don Juan è sconfitto… almeno per il momento.

Portata a termine la prima beffa è il momento di giocare la seconda.

Nel giardino della villa, palcoscenico di una farsa nella farsa, Don Pedro e i suoi complici sorprendono Benedetto da solo; facendo finta di non averlo visto si mettono a raccontare di quanto Beatrice si strugga d’amore per lui. Poco dopo, Ero e la sua balia fanno lo stesso con Beatrice, facendo arrivare alle sue orecchie la voce che Benedetto è perso d’amore per lei.

È come se Benedetto e Beatrice avessero bisogno di conferme, di sentir dire da altri che l’amore che provano l’una per l’altro è vero, reale; non riescono ad esprimerlo da soli, quindi è una falsa voce messa in giro che li convince della bontà del loro sentimento.

Sono una coppia fuori dagli schemi anche per questo: tanto orgogliosa del proprio intelletto e della propria intelligenza, eppure così cieca di fronte all’amore da avere bisogno di una farsa organizzata a puntino per scoprirsi.

Dietro una maschera di cinismo e sbruffoneria, si cela un sentimento che ha bisogno delle parole degli altri per emergere; anche se queste parole sono false nella loro forma, ma vere nell’intento.

Il molto rumore per nulla

Quindi tutto finito?

Certo che no… ci siamo dimenticati di Don Juan? Ritiratosi nell’ombra, non ha soddisfatto la sua sete di malvagità quindi escogita un altro piano.

Con la stessa esatta modalità usata dal fratello (il che non è un caso, visto che con William Shakespeare nulla lo è), Don Juan architetta un’altra beffa, questa volta molto più crudele: usa uno dei suoi sodali, Borraccio, per sedurre una delle compagne di Ero e fa in modo che Claudio passi proprio nel momento in cui i due amoreggiano.

Non ci sarebbe nulla di particolarmente drammatico, se non fosse che Don Juan fa intendere a Claudio che la dama in discinta situazione sia proprio Ero.

Furioso, amareggiato e deciso a vendicarsi, Claudio attenderà il giorno del matrimonio per accusare Ero di averlo tradito e sbugiardarla davanti a tutti.

Il mondo sembra esplodere: in un tutti contro tutti, volano accuse violente e si piangono lacrime amare, con la soddisfazione neanche molto nascosta di Don Juan.

Tutto sembra ormai rovinato, ogni amore sembra scomparso e le velenose parole inoculate da Don Juan nel cuore di Claudio ottengono l’effetto desiderato: addolorare e separare.

Tutto è bene quello che finisce bene

Concedetemi la meta-citazione, ma che commedia sarebbe se non finisse con la soluzione ai problemi e il cuor leggero?

Ebbene, William Shakespeare non ci delude e risolve la vera tragedia nata dalle false accuse con un’altra messa in scena… ma non vi dirò quale, voglio mettervi solo la pulce nell’orecchio.

Vi dico solo che le coppie celebreranno il loro amore e William Shakespeare ci dà una nuova prova della sua magistrale arte letteraria, rivoltando le parole su loro stesse e lasciandoci anche una morale, se così si può chiamare.

Perché sarà anche una farsa, ma Molto rumore per nulla è una delle più complesse da rappresentare e una delle più difficili da raccontare, non solo perché mischia diverse trame una nell’altra, ma perché si muove sempre sul confine del vero e del falso.

Le parole che Don Pedro e gli altri dicono alle spalle di Benedetto e Beatrice sono mendaci ma nella forma, ma verissime nel contenuto.

Al contrario, quelle rivolte da Claudio a Ero o spifferate da Borraccio alle spalle del conte sono tanto false nella realtà che raccontano da generare una quasi tragedia vera.

Ed è questa la grande forza e il fascino di questa commedia: a prescindere dalla diatriba amorosa, dal complotto politico o dal lieto fine, quello che emerge è il potere delle parole, che distorcono, raddrizzano o creano la realtà.

Un potere che fa riflettere anche noi che a centinaia di anni di distanza ancora ci meravigliamo di quanto le parole siano salvifiche o pericolose.

E se secoli fa una voce o una menzogna si diffondevano velocemente, ora grazie ai nuovi media queste corrono alla velocità della luce, provocando effetti sulla vita reale delle persone spesso prima che queste si rendano conto.

Umanità credulona

Questa opera è incredibile per la sua attualità, per il suo saper mettere alla berlina la creduloneria e la cecità della gente, più disposta a dar fede alle voci che non al proprio cuore o al proprio intelletto.

Basta che la fonte della diceria sia ritenuta in qualche modo affidabile: Don Pedro nel caso di Benedetto e Beatrice e Don Juan in quello di Claudio giocano sul loro ruolo di super partes per dare autorevolezza alle parole.

Ma in realtà sono due villain che specularmente maneggiano i fili di tutta la trama: uno veste i panni del Cupido generoso, ma in realtà gioca il ruolo del burattinaio né più né meno del fratello, che invece usa la sua lingua biforcuta per puro piacere di far del male.

Shakespeare ci dimostra che le fake news sono sempre esistite, come da sempre esiste la tendenza a cercare conferme delle nostre opinioni.

Claudio forse non cercava una prova dell’infedeltà di Ero, ma è disposto a crederla colpevole alla prima occasione e ha bisogno di altre rassicurazioni per ritornare sui suoi passi.

Beatrice e Benedetto, schermidori in punta di lingua, pronti a duelli dialettici velenosi e puntuti, cercano solo l’occasione per lasciar andare le armi e parlarsi veramente con onestà.

Il messaggio forse è proprio questo: per quanto possiamo essere scaltri, onesti o preparati, niente ci tiene al sicuro dalle false notizie quando vogliamo fortemente credere che qualcosa sia vero. Soprattutto quando sono i sentimenti a usare le parole.

molto rumore per nulla

Statua di William Shakespeare

Referenze

Fonti, analisi e fortuna della commedia

Bibliografia di William Shakespeare

Molto rumore per nulla, trad. Masolino d’Amico, Oscar Classici Mondadori, 2004

1A proposito, è intelligente e arguto il saggio introduttivo all’opera nell’edizione Mondadori scritto da Anna Luisa Zazo.

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