“Un fiore calpestato” di Francesca Gnemmi

“Un fiore calpestato” di Francesca Gnemmi

L’ascensore era fermo al quinto piano.

Chiara si voltò per un attimo verso la scala B, quella di destra.

L’androne era deserto e sembrava non ci fosse nessuno nemmeno sulle scale.

Si mordicchiò le pellicine delle dita poi, finalmente, il pulsante davanti a lei divenne verde e, in pochi secondi, fu salva tra le quattro pareti dell’angusta cabina.

Ogni volta che andava a fare visita ai suoi zii, mentre attendeva di salire all’ultimo piano, veniva colta da un’ansia che controllava a fatica.

Erano mesi che non incrociava quello sguardo carico di astio ed emozioni che non sapeva definire, ma il terrore la pervadeva ancora, ogni volta che il pensiero la sfiorava.

A pensarci bene, era una situazione assurda, che non riusciva spiegare.

Non era mai riuscita a comprendere appieno cosa fosse successo, dove avesse sbagliato e quel rapporto fosse sfuggito di mano. Il suo affetto era sempre stato sincero ma, a un tratto, le si era ritorto contro.

Un giorno qualsiasi, senza motivo, tutti i bei ricordi erano stati spazzati via. Da allora ci furono solo delusione, rabbia e, poi, paura.

Avevano giocato insieme da bambine nel cortile di quel palazzo e si erano confidate segreti e timori da adolescenti.

Quando Roberta le aveva detto di non provare attrazione per i maschi ma interesse verso una sua compagna di scuola, lei l’aveva abbracciata, felice che l’amica avesse scoperto e accettato se stessa, ammettendo ciò che da ragazza aveva preferito ignorare.

L’affetto che le aveva unite da piccole era rimasto invariato. Chiara l’aveva difesa dalla malelingue che circolavano nel quartiere ed si era sentita sollevata quando aveva saputo che Roberta si era innamorata.

«Gigliola è la persona giusta per me. Con lei sono serena. Ho smesso di fare cavolate e combinare casini. Stavolta metto la testa a posto.»

Gli anni erano trascorsi. Chiara si era sposata e Roberta conviveva con la sua compagna.Chiara era maturata e le sue priorità mutate. Anche Roberta era cresciuta ma in modo differente. Era più libera e aveva meno responsabilità.

Si frequentavano ancora ma meno spesso di prima. Gli impegni e la famiglia portavano via molto tempo e quello libero si era drasticamente ridotto.

Ultimamente, poi, c’era stato qualche screzio.

Dopo il parto, Chiara aveva avuto dei problemi di salute e, quando suo marito era lontano per lavoro, Roberta si offriva di darle una mano con la bambina.

In più di un’occasione, però, non si era presentata, creandole non pochi problemi nella gestione della piccola Sofia.

Il cellulare era sempre spento. Irraggiungibile.

Una, due, tre volte. Alla prossima, Chiara le avrebbe detto di non desiderare più il suo aiuto e che non ci sarebbero più state visite serali. Se non era in grado di rispettare un impegno importante, era meglio non promettere nulla.

Quel pomeriggio Sofia era nella palestrina sul tappeto. Chiara e Roberta sedute accanto a lei.

Era arrivato il momento.

«Roberta, devo dirti una cosa.»

«Anch’io. Prima io. Lascia che ti parli o non troverò più il coraggio di farlo.»

Chiara rimase di stucco. Raramente Roberta parlava di questioni intime, per di più di sua spontanea volontà.

«Non posso più venire a trovarti. Non posso più venire qui e vederti con la tua bambina e tuo marito.»

Chiara non capiva.

«Sono innamorata di te. Lo sono sempre stata.»

Non ci furono altre parole.

«Io… Roberta, non so cosa dirti. Rispetto la tua decisione e non posso che sperare che tu possa ritrovare serenità. Sai, però, che questo sentimento non ha futuro.»

I loro rapporti si interruppero. Silenzio, per mesi.

Poi, qualche messaggio, dal tono asciutto.

Ti ho vista mentre facevi la spesa.

Hai tagliato i capelli.

Sofia è cresciuta. Non avevi detto che non l’avresti mai vestita di rosa?

Chiara aveva la sensazione di essere spiata.

Non poteva trattarsi ogni volta di una coincidenza. In tutti quegli anni si erano incrociate di rado senza essere d’accordo e, ora, in un lasso di tempo relativamente breve, tutte quelle volte.

Sono passata sotto casa dei tuoi in macchina ma tu hai fatto finta di non vedermi. Potevi almeno salutare e invece di sei girata dall’altra parte.

Chiara non ricordava di averla vista.

Il giorno in cui ricevette quella telefonata di arrabbiò come mai le era successo prima.

Torti dagli uomini ne aveva ricevuti a frotte ma li aveva perdonati. Le ferite inferte della cattiveria delle persone care, però, erano più meschine e facevano più male.

Roberta aveva raccontato a una vecchia conoscenza una versione contorta e inverosimile della vita di Chiara, passando dalla parte della vittima.

Chiara è innamorata di me. Il suo matrimonio è solo una copertura per salvare le apparenze. Sono spaventata da questa rivelazione e Gigliola è gelosa, gelosa marcia di Chiara. Lo è sempre stata. Io non le davo corda perché il nostro legame era importante ma ora non so cosa fare.

Chiara pensò fosse ubriaca ma la ragazza disse che sembrava sobria e, purtroppo, convinta.

Poteva anche trattarsi di un’espediente per giustificarsi con la sua compagna, che magari aveva dei sospetti su di lei.

Fosse quel che fosse, non aveva comunque nessun diritto di infangare il suo nome.

Chi le conosceva bene entrambe poteva immaginare fossero bugie, ma tutti gli altri cos’avrebbero pensato?

Senza rendersene conto, cancellò il suo nome dal cuore. Quello che Roberta aveva calpestato era molto più di un sentimento lealee di lei non voleva sapere più nulla.

Un giorno trovò lo specchietto della macchina sradicato e gettato nel prato accanto al parcheggio.

Poi un bigliettino sul parabrezza.

Grazie. Racconti solo bugie.

Pazzesco, ora era lei la bugiarda. A quanto pareva, Roberta negava la conversazione avuta con la conoscente comune che, poveretta, in quella faccenda non c’entrava niente e si era trovata in mezzo per puro caso.

Aveva avvisato Chiara perché quello che aveva udito l’aveva lasciata di stucco e si era preoccupata che quelle fandonie potessero allargarsi a macchia d’olio.

Sofia cresce e ti somiglia sempre di più.

Furono quelle ultime parole a farle gelare il sangue. Che se la prendesse con lei lo poteva anche tollerare, ma che si rivolgesse a sua figlia e la spiasse, le faceva venire i brividi.

Roberta non era più un’amica delusa ma un’amante respinta. Fuori controllo.

Se un uomo poteva perdere la ragione dopo essere stato lasciato dalla persona amata, fin dove avrebbe potuto spingersi una donna che si sentiva tradita e aveva confuso una profonda amicizia con un amore immaginario, malato e non corrisposto?

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile". Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.