L’amore brucia come zolfo di Lucia Maria Collerone

Donne. Semplicemente.

L’amore brucia come zolfo

di

Lucia Maria Collerone

recensione di Maria Lucia Ferlisi

Don Ignazio, parroco della Chiesa dell’Annunziata, era arrivato in paese accompagnato da Agnesina, una ragazzina, figlia di una serva del padre, perpetua nel suo mandato religioso, una bambina con:

gli occhi come le foglioline appena germogliate del mandorlo, cupi per la fame e la disperazione e i capelli sottili come fili di luce. “

Poco tempo dopo,  Agnesina e il parroco accolgono un bambino dagliocchi chiari e i capelli come il grano maturo “, somiglia incredibilmente ad Agnese.

Le voci corrono in paese, si sussurra, si mormora, si ironizza, ma sottovoce. Tutti sanno, ma nessuno sa. Bisogna rispettare le apparenze. Apparenze false, ma radicate in una società che rimane ancorata a vecchie tradizioni e regole di una società desueta e ipocrita.

Bartolomeo cresce, è un bambino, testardo e risoluto e tiene testa a Don Ignazio, il padre.

Nonostante le punizioni, i rimproveri, le minacce di maledizioni infernali, continuò a usare la mano del diavolo per fare ogni cosa.”

Gli anni passano, Bartolomeo ascoltando le voci del paese, le parole non dette, comprende di essere il figlio di Ignazio e Agnese, quelli che credeva dei benefattori dal cuore grande, non sono altro che bugiardi e meschini che hanno sempre nascosto la verità impedendogli di amarli per ciò che erano: un padre e una madre.

Lui è figlio del peccato. È figlio della menzogna. Scappa, fugge da quella casa dove regna la falsità e l’ipocrisia. Ha bisogno di respirare aria pulita di verità se ancora esiste.

Va a lavorare in miniera, il lavoro del diavolo, duro e faticoso. Bartolo adesso può girare a testa alta, senza vergognarsi.

Era un lavoro da topi, terribile, disumano e aberrante, ma la miseria sembrava essere una motivazione di ferro per portare la povera gente sotto terra, a rischiare la vita per continuare a sopravvivere, senza speranza di sollevarsi dallo stato miserabile in cui viveva.

L'amore brucia come zolfo

Ha messo fine ad una farsa, ad una commedia figlia dell’ipocrisia e della mancanza di coraggio.

“La gente sapeva e non parlò, la gente capiva e fece finta di non capire, la gente pensò che quella era la giusta punizione divina per Don Ignazio e il suo amore proibito.”

Bartolo lavora duro, è una persona onesta ed istruita, gli portano in moglie Santa, una ragazza dagli occhi scuri che porta in dote una capra, anche se il matrimonio è combinato lei s’innamora di quel ragazzo biondo e taciturno.

L'amore brucia come zolfo

Nasce Cecilia, una bambina dagli occhi chiari e i capelli rossi, come Agnesina, come il diavolo. La bambina è straordinariamente bella, suo padre la chiama la “principessa sveva”.

Dopo la nascita di altri figli e la rinuncia agli averi del padre, la situazione cambia.

Bartolo comincia a bere, non porta più soldi in casa e la moglie si arrangia come può per sopravvivere e dare da mangiare ai figli.

Una vita che da decorosa diventa di stenti, di fame e di duro lavoro. Bartolo non cede non vuole chiedere nulla alla madre, preferisce la miseria.

Santa, la moglie comincia ad andare a fare la serva presso il barone del paese e porta con sé Cecilia che rimane affascinata dalla ricchezza e dal baronetto, gentile e premuroso.

La situazione, già drastica, precipita ancora, Bartolomeo muore nella miniera di zolfo. Le lacrime di Cecilia contrastano nell’oscurità delle miniere di zolfo e la sua bellezza sembra dare luce al dolore di tutte quelli morti.

La prima a muoversi fu Cecilia che raggiunse suo padre e si accasciò su di lui spargendo i suoi capelli sul suo corpo, come un manto regale. Non pronunciò alcun suono e il cuore di chi era lì si spezzò, sentendo il suo andare in frantumi.L'amore brucia come zolfo

Le donne si accasciarono accanto al loro congiunto e piansero sommessamente, dicendo piano i loro nomi, sussurrando le parole vive che volevano dire loro, raccontando l’amore di madre, di figlia, di moglie, sperando che le loro orecchie potessero ancora ascoltarle.

Adesso la fame è ancora più tagliente. Cecilia si porta a lavorare presso il Barone, quel ragazzo gentile che aveva conosciuto a nove anni.

Iniziò per Cecilia e le altre un lavoro massacrante che sfiniva. Le mani diventavano gonfie e la pelle si lacerava, diventava tesa e non si riusciva neanche a poggiarla sui lati del corpo.

Cecilia è bella, anche con i vestiti da serva e la cuffia in testa, non riesce a nasconderla. Viene notata dal Barone che la vorrebbe come amante. Scappa da quel palazzo. Ritorna a casa, ma la madre è gravemente malata e muore.

Era sola ormai, nessuno per cui combattere se non per se stessa e davanti a sé, solo quella vita grama che non dava respiro, che annientava le speranze e uccideva.

Pensò alle sofferenze, al dolore, alla fame, alla paura e alla sensazione che non fosse possibile salvarsi dalla disperazione. Le lacrime le rigavano il viso come fiamme ardenti e le si infilavano in bocca, amaro fiele

Adesso Cecilia è sola, non ha alternative, o una vita di stenti o ritornare a palazzo ed accettare di essere l’amante del barone con tutti i privilegi e imposizioni che ne conseguono.

L'amore brucia come zolfo

Ed è in questa cornice di povertà e nobiltà, di ricchezze e di zolfo, di amore ed ipocrisia, che nasce l’amore di Nonò (Ferdinando il barone) e piccola fiamma (Cecilia)

La vita dell’ipocrisia e della falsità si ripete ancora, come una maledizione, ancora una volta lo sterile lignaggio di un casato detta legge, imprigionando tutti nella commedia di una vita recitata e mai vissuta.

Il romanzo di Lucia Maria Collerone è ambientato nella Sicilia di fine ottocento, in una società dove la nobiltà ha un potere forte e assoluto. Le rigide divisioni sociali imperano e dettano legge.

L’amore, se nasce tra due diversi strati sociali o se nasce nel peccato, deve essere nascosto, anche se vero e totale. La vita scorre su due binari, quello pubblico falso e meschino, e quello vero, dolce e tenero, ma costretto a vivere nel buio, nel silenzio assoluto.

Nessuno deve sapere, tutto deve essere nascosto. Ma l’amore può resistere al buio? Può vivere di piccoli momenti rubati? Può combattere le insinuazioni, le dicerie o il disprezzo? Può arrivare alla follia?

Lucia Maria Collerone riesce con maestria e delicatezza a raccontare questa storia d’amore difficile, un amore intenso che non riesce a rompere i muri rigidi ed inflessibili imposti dalla nobiltà del rango.

Una storia dolce e romantica, ma al tempo stesso dura e melanconica. Le parole dell’autrice scorrono delicate e pietose sui personaggi femminili, le accarezza perché sa che sono donne vulnerabili, in balia di una società che vede le donne sole come una merce da disporre a loro piacimento.

Il silenzio delle mure fredde e grandi dei palazzi del barone, impera; nessuno si sottrae al suo volere, lui è potente, ribellarsi inutile, o si soggiace, silenziosamente, o si scappa, via lontano da quelle recite di ruoli, ipocrite e false.

Il romanzo di Lucia Maria Collerrone è pregno d’amore, non solo quello dettato dalla passione, ma anche quello verso i figli. Ogni maternità negata è un atto d’amore di Cecilia verso i figli. Lo stesso disconoscimento delle maternità  è un grande atto d’amore.

I figli meritano il meglio, essere figli di un rapporto nascosto, negato, clandestino,  non è facile, sei giudicato, deriso, ed emarginato.

Cecilia rinuncia alla maternità per amore. Il suo ventre svuotato rimane tale, senza amore. Ma è giusto così. I figli meritano l’amore puro, vissuto nella verità, non nella menzogna.

L'amore brucia come zolfo

Lo stile dell’autrice scorre fluido e leggero, a tratti malinconico e nostalgico, Lucia Maria,senza mai giudicare, ci mostra questo mondo siciliano chiuso e ostile alle novità che niente e nessuno riesce a cambiare.

Allora bisogna urlare la verità, scalfire con il suono della voce della verità queste mura silenziose e omertose, per non aspettare che possa essere solo la morte a riunire i veri sentimenti.

Un romanzo che si legge d’un fiato ed il personaggio di Cecilia rimarrà nel cuore di chi lo legge.

Sinossi

L’opera è un romanzo storico ambientato nella città di Caltanissetta nel momento in cui essa è il centro mondiale dello zolfo e la grande storia dell’Indipendenza dell’Italia e dell’economia basata sull’estrazione dello zolfo fanno da sfondo alle vicende sociali e umane di due classi sociali: quelle degli zolfatari e delle loro donne, che lottano duramente per sopravvivere in condizioni di vita e di lavoro disumane e aberranti e dei nobili padroni delle miniere che gestiscono la ricchezza e governano le povere, disperate dei “diavoli della pirrera”.


Molte storie s’intrecciano con il loro carico di sofferenza e umanità, esseri umani schiacciati dalla povertà assoluta e dalla disperazione, che si ergono a titani e non arretrano davanti al dolore, alla crudeltà del reale e rispondono alla vita con coraggio e forza sorprendenti.

Ci sono uomini che le convenzioni sociali stigmatizzano e costringono in scelte di vita senza scampo, senza libertà.
Protagonista è Cecilia eroina tragica che spicca prepotentemente per la sua bellezza d’animo, la sua capacità d’amore abnegazione per la famiglia, per la sua capacità di sognare oltre il reale e che accetta la prigionia di un amore dorato per sfuggire all’abbandono, alla solitudine, ai pregiudizi che la avvolgono in una comunità becera e incapace di condivisione, troppo oppressa dalle sofferenza di una vita meschina.

Cecilia è sola in un mondo dove l’anello debole è la donna, dove quando una donna non ha un uomo a proteggerla essa può solo diventare una prostituta. La sua bellezza particolare, diversa, quasi regale e la sua furbizia arguta, nonché la sua intelligenza operosa, la rendono appetibile agli occhi del barone che lei incontra e seduce quando è poco più che una bambina.

L’intreccio assorbe per il turbinio delle azioni, per il continuo cambio di azione e di situazione, per i capovolgimenti e gli eventi, che non coinvolgono solo Cecilia, ma tutto il mondo che è intorno a lei sia umano che storico.
La scrittura è veloce e curata nei particolari, crea immagini vivide e forti che nella mente del lettore diventano come scene da un film.

La storia narrata ha la sua fonte in una storia vera, realmente vissuta, i personaggi sono realmente esistiti e l’impianto della cornice è storicamente circostanziato e corrispondente al vero storico. Ciò che, invece, è frutto della creatività dell’autrice, è la ricostruzione della storia d’amore, che pur essendo realmente esistita, nel suo dispiegarsi e nell’evolvere dei fatti,è frutto della fantasia narrativa dell’autrice e della narrazione orale di chi è stato realmente a contatto con i protagonisti.

Titolo: L’amore brucia come zolfo

Autore: Lucia Maria Collerone

Casa Editrice: Lucia Maria Collerone Art.

 

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