“Salve prof” di Maria Cristina Sferra

“Salve prof”

di Maria Cristina Sferra

Contest Lettere al Femminile

salve prof

Salve prof,
sono quarant’anni che ho qualcosa da dirle e oggi, finalmente, prendo carta e penna per farlo.

Di certo lei non sa chi sono, ma io di lei mi ricordo bene: la professoressa di italiano dei tre anni di scuole medie. A quei tempi ero un’adolescente con i pensieri in tumulto, appassionata e vorace lettrice, allegra ma solitaria, con una zona d’ombra venata di pessimismo e giovani opinioni piuttosto chiare, seppure, come tutte le opinioni, discutibili. Sapevo però che cosa avrei voluto fare da grande: iscrivermi al liceo classico per poi studiare lettere moderne, diventare giornalista e scrivere libri.

Le sue lezioni della mia materia preferita non devono essere state granché interessanti, perché non ne conservo memoria. Ho ancora presente, invece, lo sguardo supponente e l’aria stizzita che aveva ogni volta che si rivolgeva a me.

Rammento che tollerava a fatica la sintesi dei miei testi e non perdeva occasione per metterli a confronto con quelli di una compagna prolissa, elogiando i suoi e criticando i miei. Rivolta alla classe ad alta voce, ovviamente.

Ricordo con chiarezza i suoi giudizi trancianti scritti in rosso sui miei temi e il tono seccato con cui questi venivano commentati a beneficio di tutti i presenti, prendendo posizione contro la mia stringatezza, ma soprattutto contro le mie idee. Percepivo la rabbia che provava per non potersi appigliare ad altro, dato che dal punto di vista della forma non trovava errori.

“La tua è una posa”, scritto accanto al voto, enunciato ad alta voce, è una ferita che sanguina ancora.

È l’incapacità di un’insegnante, una donna matura, di comprendere la giovane persona, una ragazza in formazione, che le stava dinnanzi. È il sottile piacere che le arrossava il volto ogni volta che riusciva a umiliare il mio punto di vista. È la totale mancanza di empatia.

Tre anni così. Uno stillicidio.

La scuola media è il trampolino di lancio verso le prime grandi scelte, quelle che portano i ragazzi ad assecondare le proprie inclinazioni e decidere il percorso di studio che seguiranno. Alcuni hanno ancora le idee confuse, altri le hanno già chiare, nonostante la giovane età.

Quando ho iniziato le medie conoscevo la strada che avrei voluto intraprendere ma, con il suo atteggiamento distruttivo, in quei tre anni lei è riuscita ad allontanarmi dalla mia materia prediletta, portandomi a fare quella che io chiamo la seconda scelta. Mi sono iscritta al liceo artistico, poi a un corso post diploma di grafica pubblicitaria, ma nel mio cuore il sogno che cullavo fin da bambina era sempre lì ad aspettarmi.

Non ho amato meno i miei studi, li ho amati moltissimo, seppure in modo diverso.

E, nonostante le evidenti ripercussioni della sua influenza negativa, dal tempo lontano dell’infanzia sono riuscita a traghettare nell’età adulta le mie due vocazioni, la prima per le parole e la seconda per le immagini, e a intrecciarle così strettamente tra loro da farle infine diventare la mia unica anima.

Ho iniziato a lavorare mentre ancora studiavo e, a piccoli passi puntati nella direzione del futuro che volevo, sono ritornata sul mio cammino. Non ho fatto l’università, ma ho lavorato in una redazione, sono diventata giornalista professionista, ho scritto molto, ho pubblicato alcuni libri. E so, come ho sempre saputo, che questa è la mia strada.

Se solo lei fosse stata in grado di accorgersene, se non mi avesse osteggiata con pervicacia, se non avesse instillato in me un senso di inadeguatezza difficile da sostenere e superare, il mio percorso sarebbe stato diverso, sicuramente più completo, forse più breve e meno arduo.

Ogni volta che ci penso, spero almeno di essere stata l’unica tra i suoi alunni a subire un tale trattamento, perché non tutti hanno la fortuna e la forza di ritrovare la propria via.

Maria Cristina Sferra

©Riproduzione riservata

Maria Cristina Sferra

Maria Cristina Sferra, nata a Novara nel 1965, vive a Milano. Giornalista professionista e graphic designer, scrive per lavoro e per passione. Diversi suoi racconti e poesie sono inclusi in antologie. Autrice indipendente, nel 2014 pubblica il romanzo "A mezzogiorno del mondo (una storia d'amore)", nel 2016 la silloge poetica "Il soffio delle stagioni" e la raccolta di racconti "L'amore è una sorpresa", nel 2017 la silloge poetica "Ombra di luna".

6 commenti:

  1. Ho fatto l’ insegnante di Lettere per tutta la vita lavorativa ed ho amato molto il mio lavoro e i miei alunni . Spero tanto che nessuno di loro si ricordi di me in questo modo!

  2. Letta tutta d’un fiato la tua “lettera”!!!!! Che dire! Sono attonita da quello che dici e in qualche modo vergognosa ed umiliata, facendo anch’io parte di quella categoria lavorativa!! Uno sfogo legittimo il tuo, un refrain dell’anima che ti porti dentro come nota stonata che ti ha oscurato tanti giorni della prima adolescenza! Sapessi quanti casi di colleghi così ho conosciuto, di varie discipline, che facevano il bello e cattivo tempo con allievi e colleghi, che anteponevano a tutto la loro arroganza personale. La cosa grave è che mentre un adulto può difendersi,ed io…… non l’ho mai fatto, confesso, in nome di quel senso di equilibrio che credo di avere e soprattutto in un ambiente lavorativo, un ragazzino non può farlo, non lo sa fare, teme ulteriori rivendicazioni! Che cattiveria! Che mancanza di ogni senso di etica professionale, di umiltà e accoglienza, di dovere di tutelare la dignità del minore ed aiutarlo a crescere! Nella didattica al primo posto c’è il dovere di educare alla vita, ad essere persone, prima ancora di istruire. E poi, la metodologia dei piccoli passi, dell’incoraggiamento degli allievi non ancora allineati a standard conoscitivi sufficienti o positivi! Credo che a cattivo diritto quella persona di cui parli possa chiamarsi docente! Quando la mia classe di prima media mi ha organizzato la festa di pensionamento,a sorpresa, con tutti i genitori presenti, il preside, un filmino fatto sui miei interventi scolastici e mille altre cosette che testimoniavano il loro attaccamento a me, ricordo che nel mio discorsetto finale, ho detto con grande commozione che un solo ricordo portavo via con me. Il sorriso dei miei alunni. Ed una sola sensazione avevo nell’anima. Di averli molto amati e di essere stata molto amata!

  3. Cara Marilena, ti ringrazio per il tuo commento che è prima di tutto una testimonianza importante. Per fortuna non tutti i docenti sono come la mio prof di italiano delle medie. Nel mio percorso scolastico ho incontrato anche molti insegnanti davvero speciali.

  4. Brava Cri ! Quel tuo percorso l’hai potuto descrivere e noi l’abbiamo potuto leggere e comprendere ed esserti vicina !!
    Pensa cosa potrebbe descrivere quella indegna insegnante…..un sacco di bugie e una gran vergogna per non rappresentare la categoria alla quale dovrebbe appartenere!!!

  5. Cara Lena, magari non era consapevole del suo comportamento, ma questo non toglie che quello dell’insegnante sia un compito estremamente delicato, perché ha a che fare con la formazione delle persone, più che con la materia d’insegnamento.

  6. Cara Chiara, questa lettera è una testimonianza personale. Certo, fa riflettere, ma si tratta solo della mia storia. Sono sicura che quando l’insegnante ama profondamente il suo lavoro e i suoi alunni difficilmente adotterà certi comportamenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.