“Olive Knitteridge” di Elisabeth Strout

“Olive Knitteridge”

di Elisabeth Strout

recensione di Maria Zaffira Secchi

Olive

“Sembri non accorgerti minimamente che le tue azioni suscitano reazioni.”

Potrebbe essere questo il leitmotiv di “Olive Knitteridge” di Elisabeth Strout, edito da Fazi nel 2014.

Olive guarda, osserva, parla con se stessa e quando lo fa con gli altri dice cose che non ha pensato.

Pensa? Sente? Il suo sforzo sembra essere tutto incentrato nel far coincidere paesaggi e geografie (persino i tulipani) nella modesta, claustrofobica, provinciale americanissima visione di quello che gli altri si aspettano da te.

Lo fa per non disturbare, come le hanno insegnato? O perché, paradossalmente, è più facile?
Tace perché non ha parole o perché sa, conosce, capisce che parlare vorrebbe dire rivoluzionare un intero sistema?
E, con sicurezza, non essere compresi.
Uso apposta il plurale; perché è qui, a mio parere, che si cela l’universalità di Elisabeth Strout: ci riguarda tutti.
Poco importa se dalla finestra non vediamo l’oceano e le sue alghe, abeti e pini, nasse e aragoste, maree oceaniche che noi mediterranei non sappiamo…

Olive tace. Ma pensa.

Cosa la spinge al silenzio? Cosa la spinge al convenevole discorrere che tutti si aspettano, persino il marito?
Una donna che attraverso lo sguardo sulla vita degli altri, i paesaggi che mutano, chiama se stessa a un dialogo sui cambiamenti, sull’amore, l’amicizia, la maternità, l’intelligenza come valore, passepartout accettato solo quasi alla fine della corsa, ma ben riconosciuto durante la sua carriera di insegnante.

 Un dialogo tutto silenzioso, fatto di risposte che non pensa ricacciando quelle che le verrebbero dalla pancia, o dal cuore.

Lettura quasi dolorosa.

Non è la trama a legarci a questo libro; non è la trama che ci obbliga a riaprirlo; è la scrittura: scarna e piena. Ricca di rimandi e cosi povera di approfondimenti. Apparentemente.
Scava nelle nostre solitudini, nel nostro bisogno di sguardi, di complicità, di odio in mancanza di amore.

Strout racconta un nord America che potrebbe essere una periferia europea e/o italiana: perché alla fine siamo satelliti del nostro non dire, della lezione imparata e trangugiata nostro malgrado. Taciamo.

“Chi sa di poter dissentire sa anche che, in qualche modo, quando non dissente esprime un tacito assenso”

scriveva Hannah Arendt.

Questa frase ritorna come sottofondo durante la lettura di questa straordinaria scrittura che travalica il racconto e ci catapulta in un NOI dimenticato.

La forza di Olive sta nel suo soliloquio; la sua mortale debolezza nel non trovare interlocutori.
Resta un interrogativo: se li avesse trovati/e avrebbe saputo dire?
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Sinossi

In un angolo del continente nordamericano c’è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio.

Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull’Oceano Atlantico c’è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini.

È Olive Kitteridge, un’insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltiplicarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell’animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce.

E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull’altare ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: «Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi».

Con dolore, e con disarmante onestà, in Olive Kitteridge si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana – e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi.

E il fragile, sottile miracolo di un’altissima pagina di storia della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo “romanzo in racconti”, del Premio Pulitzer 2009.

Titolo: Olive Knitteridge
Autore: Elisabeth Strout
Edizione: Fazi, 2014

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile". Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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