“Una donna” di Annie Ernaux

“Una donna” di Annie Ernaux

recensione di Emma Fenu

donna

Una donna è un romanzo di Annie Ernaux edito nel 1987 e riprosto in italiano, con la traduzione di Lorenzo Flabbi, da L’orma nel 2018.

“Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa.

Al telefono l’infermiere ha detto: “Sua madre si è spenta questa mattina, dopo aver fatto colazione”. Erano circa le dieci.”

Con questa frase inizia un libro breve, incisivo e scolpito sul marmo come un epitaffio.

Nella durezza autoptica della scrittura si evincono dati fondamentali: a scrivere è una figlia adulta che fa riferimento ad una madre morta presso una struttura nella quale è stata “portata”, quindi non era, al momento, autosufficiente, ma, probabilmente, malata o demente.

Ancora l’uso del verbo citato svela e denuncia il senso di colpa dell’autrice, che si sente responsabile di un gesto che potrebbe sembrare un abbandono o un diniego delle proprie responsabilità.

L’intervento della voce fuori campo, quella dell’infermiere, a ribadire il medesimo concetto espresso nell’enunciato precedente, aggiungendo un particolare apparentemente irrilevante, conferma l’intento del testo, ossia la descrizione e la messa in atto del processo di elaborazione del lutto, fase critica in cui si ha bisogno di conferme irrevocabili a ciò che è arduo da accettare.

Inoltre, la mancata convivenza e quotidiana condivisione del vissuto con la propria madre rende necessario che la figlia apprenda da altri che quest’ultima aveva fatto colazione.

Le due, quindi, erano separate in quei piccoli gesti reiterati che sono fondanti nella relazione iniziale che si instaura fra una mamma e il proprio neonato, creando le premesse di una relazione affettiva viscerale.

Secondo le teorie di Jung, in ogni donna c’è la propria madre e la propria figlia: questo assunto inespresso ripercorre l’intero romanzo di Annie Ernaux.

Una donna è, infatti, la rivisitazione del mito di Demetra e di Core, ossia della storia di ognuna che è paradossalmente la madre, impegnata nella ricerca, prima di essere la figlia, impegnata nella conquista della libertà dal legame con il ventre che la ha generata e con il proprio ventre in anima.

L’autrice racconta una storia minima, una fra tante.

Figlia di poveri contadini e con un’istruzione elementare, la madre si sposa, ha una prima figlia che morirà di difterite, affronta le guerre del Novecento, si afferma con fatica indefessa come commerciante.

Svolge il proprio “ruolo” di donna, infine invecchia, si ammala di demenza e muore.

Una storia minima, una fra tante.

Lo stile narrativo rende l’opera di grande impatto.

Si evidenzia la volontà di neutralizzare il dolore per la perdita personale, e il sottile rancore per i conflitti irrisolti che rientrano nelle dinamiche familiari, attraverso un’oggettivazione della figura della madre, che diventa “una senza nome”, inserita in un contesto ampio studiato dal punto di vista storico, sociale e antropologico.

Annie Ernaux sceglie di scrivere in modo “neutro” sia nella selezione lessicale, imperniata a fare dellle frasi fatte una sorta di “lessico famigliare universale“, sia nello stile, e esplicita più volte questa volontà narrativa nel testo, in interventi che rientrano nel filone del metaromanzo.

“Scrivendo vedo ora la “buona madre”, ora “la cattiva”.

Per sfuggire a questa oscillazione che ha origine nella più remota infanzia cerco di descrivere e spiegare come se si trattasse di un’altra madre e di una figlia che non sono io“.

Fatta diventare la madre solo “una donna”, ossia una creatura con cui confrontarsi alla pari,  senza farla sorgere a modello e a fonte suprema di elargizione di consenso, l’autrice sperimenta l’iter di presa di distacco, fatto addirittura di momenti di disprezzo, che conduce a accogliere e abbracciare colei che ha dato la vita e, soprattutto, la madre e la figlia che, in archetipo, risiedono nell’anima di ognuna.

Solo attraverso questo percorso iniziatico di discesa negli Inferi del dolore, l’autrice potrà, in quanto donna-Demetra e donna-Core,  essere consapevole del potere del materno:

“Era lei, le sue parole, le sue mani, i suoi gesti, la sua maniera di ridere e camminare, a unire la donna che sono alla bambina che sono stata.”

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Sinossi

Pochi giorni dopo la morte della madre, Annie Ernaux traccia su un foglio la frase che diventerà l’incipit di questo libro.

Le vicende personali emergono allora dalla memoria incandescente del lutto e si fanno ritratto esemplare di una donna del Novecento.

La miseria contadina, il lavoro da operaia, il riscatto come piccola commerciante, lo sprofondare nel buio della malattia, e tutt’attorno la talvolta incomprensibile evoluzione del mondo, degli orizzonti, dei desideri.

Scritte nella lingua «più neutra possibile» eppure sostanziate dalle mille sfumature di un lessico personale, famigliare e sociale, queste pagine implacabili si collocano nella luminosa intersezione tra Storia e affetto, indagano con un secco dolore – che sconvolge più di un pianto a dirotto – le contraddizioni e l’opacità dei sentimenti per restituire in maniera universale l’irripetibile realtà di un percorso di vita.

Titolo: Una donna
Autore: Annie Ernaux
Edizione: L’ombra, 2018

 

 

 

 

 

 

 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile". Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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