“Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” – di Francesca Schaal Zucchiatti

Donne. Semplicemente.

“Cosa fanno le mie piante quando non ci sono” – di Francesca Schaal Zucchiatti

Recensione di Giovanni Incorvati

piante

La botanica non è nuova a esperimenti di riflessione non strettamente scientifica. Il tema ebbe un particolare sviluppo alla fine del Settecento, nell’epoca che precedette e seguì la Rivoluzione francese, soprattutto in Francia, in Inghilterra e in Germania, associato direttamente alle “relazioni pericolose” di Rousseau con Linneo, e ai nomi a loro collegati di Erasmus Darwin (nonno del ben più famoso Charles), di Goethe e di Lamarck. In particolare nelle opere di carattere più pedagogico di Mary Wollstonecraft, di Priscilla Wakefield, di Charlotte Smith, di Maria Jackson, e di Maria e Richard Edgeworth. Esse provocarono una serie di reazioni, anche isteriche, furiose, contro quelle che apparivano come tendenze femministe a rischio di contagio (si veda il saggio di Theresa M. Kelley, Clandestine Marriage. Botany and Romantic Culture, del 2012).

La scienza declinata al femminile provoca ancora oggi forti mal di testa, soprattutto perché si pensa che non dia sufficienti garanzie di “purezza” evidence based, intorbidita come sarebbe da preoccupazioni di genere troppo diverso. Nei giorni scorsi (Corriere della sera, 16 giugno 2018) Ilaria Capua, virologa di fama internazionale, ha ricordato di essere stata sottoposta alla gravissima accusa di traffico illecito di virus, e di essere stata perciò costretta a emigrare, in una caccia alle “streghe” sempre attuale, anche per la connotazione di genere che associava in tutta promiscuità gli oggetti “personalizzati” delle proprie ricerche con i soggetti, “i miei virus” con “i miei ragazzi”.

Tratti simili di tale vicenda tornano in mente, e ti avvincono, fin dalla copertina del libro appena uscito di Francesca Zucchiatti Schaal, Cosa fanno le mie piante quando non ci sono.

Qui si è subito presi in almeno tre diversi percorsi di lettura, a seconda del segno di interpunzione che ci si mette. A prendere il titolo così come è, con un semplice punto fermo alla fine, si rimane entro uno story telling liscio, obiettivo, asettico. Ma è solo un’apparenza.

Se aggiungi un’esclamazione, hai il grido di una padrona che rientra in casa furiosa dopo un certo tempo.

E se poi vi leggi una domanda rivolta al lettore, allora appare la questione di fondo, l’enigma da sciogliere, l’ipotesi da formulare.

Il racconto si apre sul primo modo, diciamo “gaudioso”. Prende poi un altro carattere, “doloroso”, culminante in un evento tragico. Risale infine con un terzo pedale, “glorioso”, rivolto verso l’alto, in direzione del futuro.

Al centro di tutto c’è appunto la morte di Julien Moras, pittore ritrattista, rimasto ucciso in un incidente proprio al momento di andare a convivere con Anne, la giovane compagna a cui è affidata la narrazione, nella sua mansarda al centro di Parigi. Ma anche in seguito, la figura di Julien, il suo ricordo, la sua opera continuano a essere protagonisti della scena.

Poco dopo la sua scomparsa c’è l’arrivo di un suo pacco indirizzato a Anne, contenente uno straordinario lascito testamentario. Cinque tele con altrettanti ritratti delle coinquiline di Anne, le “ragazze” della mansarda, che abitualmente la padrona di casa già aggettivava a modo suo, in modo colorito: le due sorelle Giovannina e Maria Juana, cresciute come “dentro scarpe troppo strette”; Kenzia, col suo “carattere esplosivo”; Petunia, “la più sofisticata”, ma anche “presuntuosa”; e infine quella “furba scimmietta” di Liana. Dunque, che cos’era questo strano omaggio, fatto passare attraverso le loro immagini?

In realtà si trattava di una convivenza molto particolare.

Quelle che lei chiamava “le mie ragazze”, con dei nomi con l’iniziale maiuscola, altro non erano che “le mie piante”, semplici esemplari delle rispettive specie o famiglie vegetali. Esse avevano avuto alquanto da soffrire per il comportamento irriguardoso avuto da Julien nei loro confronti nel corso delle sue visite. In primo luogo col fumo pesante delle sue canne; ma anche con frasi beffarde del tipo: “Passami Petunia, ci parlo io”, che fingevano di coinvolgerle nei battibecchi telefonici con Anne, tanto per farla sentire “ridicola e infantile”.

Il colpo di scena contenuto nel pacco è ancora più sorprendente per un altro aspetto. Esso riguarda la “forma irrevocabile” che Julien aveva cercato di dare all’arte figurativa, in particolare a quella del ritratto. In quanto cultore di questa specialità egli era per definizione – come ricorda Anne a sua madre – agli antipodi sia dei paesaggisti che degli autori di nature morte. Nella natura morta l’individualità esiste solo se è staccata dal mondo vivente e si contrappone a esso. Se il cervello delle piante, come sottolinea Anne con Darwin, sta nelle radici, allora la natura morta presuppone la mancanza di comunicazione con la terra, prima condizione perché ci sia la morte cerebrale. Il paesaggio invece presuppone l’ambiente come sistema, escludendo tuttavia non il vivente, ma proprio l’individualità come tale, in particolare quella umana. In ogni caso, in nessuno di questi tre generi ben consolidati sarebbe concepibile ritrarre dal vivo individualità vegetali. Il colpo di genio di Julien, la sua innovazione portentosa, è la metamorfosi da lui operata nel soggetto ritratto, la scelta di infondere un’inimmaginata vitalità nelle sue piante, senza rappresentarle recise come natura morta, ma anzi mettendole in fecondo, positivo rapporto con il sistema-ambiente degli umani.

Per capire meglio questo passaggio degno della migliore fantascienza bisogna fare qualche passo indietro. Anne, consultando anche le ricerche più aggiornate, aveva scoperto che le sue conviventi hanno “un’intelligenza di sciame, intelligenza collettiva superiore, cioè non si comportano come singolo ma come una comunità”. Un’assemblea in cui “uno solo non conta”, dato che “la vita delle piante non è individuale”, e in cui però “ognuna ha un comportamento suo, come gli esseri umani”. Il rapporto che Anne ha con i caratteri individuali delle sue ragazze è perciò alquanto circostanziato e ambivalente. E’ consapevole che è influenzato da impressioni soggettive (quando ne parla aggiunge sempre un prudente “mi sembrava”, “pareva”, e simili). Ma è anche convinta che all’interno di una stessa specie vi siano disuguaglianze marcate, e di natura non strettamente fisica, in quanto legate per esempio alla memoria.

L’assemblea produceva una joie de vivre “contagiosa”, che “dava gioia” all’ambiente in cui viveva Anne. Peraltro, nella piccola felicità della sua mansarda, si era adattata lei stessa a una dimensione di pianta d’appartamento, la quale “più di tanto non crescerà, per via di quel suo piccolo vaso”. Se questa tendenza le veniva un po’ da sua madre, d’altra parte era viva in lei l’eredità di suo padre, la sua irrequietezza, il suo non essere mai pago. Era un elemento di disturbo che influiva negativamente sulla convivenza con le coinquiline, la quale infatti avrebbe retto con difficoltà all’arrivo di un partner come Julien.

“Noi sei ragazze – racconta Anne – eravamo vissute bene insieme, poi avevo cominciato a notare che stavano meglio quando non c’ero”, e che tale cambiamento si era manifestato “nel momento in cui Julien aveva abitato assiduamente la mia soffitta”. C’erano perfino segni di competizione tra di loro. Anne si era resa conto che anche il proprio atteggiamento, in conseguenza del comportamento di Julien, si stava modificando. Le stesse espressioni con cui lei ora si riferiva alle coinquiline sembravano più adatte a un rapporto tra capi e gregari, piuttosto che tra soggetti di pari livello: “Adesso erano diventate le mie piante come se avessi fondato un partito, pensai”. In particolare, “se le cose si mettevano male, diventavano le mie piante”. L'”assemblea” delle cinque vivaci ragazze risultava come appiattita su un unico registro.

Su questo probabilmente avevano influenza anche i dubbi, le incertezze che si stavano manifestando in Anne e Julien, e che i soggiorni nell’altro appartamento di Anne, quello romano, avevano accentuato, in una sorta di contrasto con “la gaiezza diffusa di questa città magnifica”. Di fronte ai banchi di Campo de’ Fiori, così come di fronte alla Dafne del Museo di Villa Borghese, destinata, senza vere radici, a mutarsi in natura morta o perfino in un ristretto paesaggio senza individualità, Anne era stata indotta a riflettere sul suo rapporto con Julien: “Sembravamo senza futuro, come statue del Bernini. Cosa avremmo potuto costruire insieme, se non un giardino di fiori recisi?”

Il tragico evento, sopraggiunto al momento in cui la convivenza avrebbe dovuto prendere una forma stabile a Parigi, era stato un colpo durissimo per Anne. In una crisi di estrema frustrazione lei si era avventata contro una piccola, profumata gardenia, apparecchiata per un festeggiamento che non ci sarebbe mai stato, riducendola in mille pezzi. Altro era stato invece l’atteggiamento dell’assemblea delle ragazze, che erano sembrate ripagarla con “un misto di sapiente commiserazione e solidarietà femminile” da vere compagne, anche se poi i suoi sfoghi aggressivi non le risparmieranno. A completare il quadro negativo, una sospetta maternità, vissuta all’inizio come una drammatica ipotesi, poi rimpianta come ultima occasione mancata, le aveva procurato un grave stato depressivo: “di Julien non sarebbe rimasto davvero più nulla, tutto… era perduto per sempre”. Quanto all’importanza avuta da lei per lui, non le restava altro che un grosso timore, quello “di essere stata soltanto uno stimolo alla creazione”.

Un cambiamento tuttavia comincia a prendere corpo in Anne, indotto inizialmente dalla vista delle sue ragazze, del modo esuberante con cui andavano riprendendosi, circondate alle pareti dai propri ritratti firmati da Julien. E si accentua quando lei vede la piccola gardenia, che credeva uccisa dalla propria furia distruttiva, ricresciuta e moltiplicata in modo rigoglioso, non per via sessuale, ma per semplice clonazione. “Con il mio segreto consenso – si chiede Anna – , la nostra foresta aveva accolto forse quel nuovo fiore?” È allora che l’ipotesi della maternità rinasce inconsciamente in lei sotto un’altra forma, e con essa un rinnovato e più consapevole rapporto con il mondo delle piante. “Quel fiore”, a cui lei non aveva dato un nome proprio, con l’iniziale maiuscola, poneva il problema dell’individualità. Perciò potremmo chiamarlo qui Afrodite.

Nei suoi Frammenti per un dizionario di botanica, pubblicati nel 1782, Rousseau, alla voce “Afroditi”, cita il Dizionario di storia naturale, uscito alcuni anni prima, di Valmont de Bomare. Questi, al seguito del botanico Adanson, aveva chiamato afroditi le piante che si riproducono non attraverso la sessualità, ma per clonazione, e si era interrogato sul fatto che esse pongono “una serie di difficoltà alla definizione della specie: per caso in natura non esisterebbero affatto delle specie, ma solo degli individui?” Rousseau risponde (e la sua  osservazione sarà poi citata con approvazione dal famoso biologo Étienne Geoffroy Saint-Hilaire) che “si può dubitare, credo, che esistano piante assolutamente afroditi, vale a dire, che non hanno realmente sesso e non possono moltiplicarsi per accoppiamento”. Non a caso Rousseau aveva dato anche un nuovo senso, riflessivo, alla parola “identificazione”, da lui intesa come un identificarci con il vivente altro da noi.

Negli ultimi tempi Julien, nel suo studio a Parigi, doveva aver riflettuto molto su certi aspetti del proprio rapporto con “le piante di Anne”, e sul “progetto – come lo chiamava lei – della nostra vita insieme”. Si era messo al lavoro e aveva provato spesso a disegnare la sua compagna. Non era possibile farlo “usando la stessa tecnica dei suoi celebri ritratti, lo stile inconfondibile” da lui impiegato per i suoi personaggi, attraverso “infinite sedute di posa con il soggetto da dipingere”. No, in questo caso specialissimo, per “catturare la nota profonda”, per mandare “un messaggio, un segno, una lettera d’amore”, occorreva “sciacquarsi gli occhi di tutto il sentimentalismo” e dell'”oppio dei ricordi”, che gli impedivano di “vederla” quando la guardava.

A un certo punto però, doveva essere arrivato “il momento della rivelazione” riguardo al proprio rapporto con Anne, “la chiave per l’interpretazione” della loro futura convivenza. Tutto stava nel modo in cui lui sarebbe entrato in relazione con le piante di lei. Julien aveva cercato di tradurre l’impressione che loro davano “di vivere in una sorta di sincronia involontaria”, di essere “sintonizzate in una stessa frequenza”, come parti connesse di un intelletto generale o di un’unica struttura mentale. E doveva essersi anche reso conto che questo risultato non poteva essere ottenuto con un ritratto di gruppo, ma attraverso la massima diversificazione. Perfino le due inseparabili sorelle, Giò e Maria Juana, non dovevano essere ritratte insieme, confuse o messe in qualche modo in competizione tra di loro, perché, come diceva Anne,”le piante della stessa specie non sono dotate in egual misura”.

Julien, con “le sue mani di scultore”, doveva rovesciare, per così dire, la metamorfosi di Dafne, chiudere gli occhi per poter togliere tutti i fronzoli e estrarre l’individualità di Anne da quelle che lei, e lui con lei, attribuivano a ciascuna delle loro piante come cinque variazioni su un tema. Gli appariva chiarissima la verità della frase che lei aveva più volte ripetuto con le parole stesse di suo padre: “Sì, le cose finiscono sempre per esistere se ci si crede… a condizione di averle pensate e ripensate… immaginate… ”. Attraverso i suoi cinque ritratti, ognuno individuato nel titolo con la maiuscola del nome proprio, quello che veniva espresso era il riconoscimento della “suprema autonomia di questi esseri viventi”, e insieme il processo di identificazione reciproca che avrebbe costituito loro otto, o sette, o sei, in nuova assemblea.

Era questo il messaggio che Julien aveva lasciato con i suoi ritratti, e che rimane come depositato proprio nel titolo di questo libro. Le individualità non dovevano rimanere, come Dafne, nascoste nelle piante. Né dovevano  sopravvivere per clonazione, martoriate come lo sarebbe stata la piccola Afrodite, ma vivere pienamente attraverso lo sviluppo di una ricca sessualità non assoggettata alla violenza. Dando in un certo senso piena esecuzione a questo suo testamento, Anne coltiverà en plein air un progetto di giardino intitolato a Venere. Le vere individualità, quelle necessariamente sessuate delle afroditi di Rousseau, hanno il loro posto in questo giardino. Qui, in prima istanza, le specie appaiono come qualcosa di più resistente degli individui. Ma anch’esse evolvono, fanno dei salti, e le individualità, dal fondo dei loro ritratti nelle soffitte, potrebbero persino sfidarle sul filo del tempo. Come ricordava sempre il padre di Anne, “bisogna dare un peso relativo alle cose durature”.

La scrittura del libro ha una sua dolce eleganza, il timbro di un diario condotto in magico stato di grazia al passato remoto e all’imperfetto,  e infine la trasparenza degli occhi di Anne, tanto cara a suo padre. Ma possiede anche il dono di un’impeccabile, sovrana ironia verso la pedante insulsaggine, l’odiosa ottusità dei correttori automatici, che è sempre bene non attivare, specialmente quando si è, come Anne, insegnanti di lingua.

Giovanni Incorvati

Sinossi:

Un cactus che perde le spine se si sente amato; una pianta di fagiolo un po’ in là con gli anni che soffre d’insonnia; la timidezza degli alberi, la loro intelligenza prodigiosa… Anne, romantica insegnante d’inglese, figlia di poeta e fidanzata a un eccentrico pittore, vive in un sottotetto nel cuore di Parigi che abbandona frequentemente per lunghi soggiorni in Italia. È proprio al ritorno da uno di questi, che nota un vistoso cambiamento nelle sue amate, ma trascurate co-inquiline: Liana, Giovannina, Maria Juana, Petunia e Kenzia. Sarà l’inizio di una grande lezione di vita e una fantastica avventura nell’universo segreto (ma neanche poi tanto!) di tutte le piante del mondo.

 

Titolo: Cosa fanno le mie piante quando non ci sono
Autore: Francesca Schaal Zucchiatti
Editore: Independently published (28 aprile 2018)

 

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