“La donna del bosco” – di Hannah Kent

Donne. Semplicemente.

“La donna del bosco” – di Hannah Kent

Recensione di Lisa Molaro

donna

“La donna del bosco”, scritto da Hannah Kent e pubblicato dalla Piemme Editore nel settembre 2017, è uno di quei romanzi che si leggono d’un fiato, completamente intrappolati dentro una trama tessuta con maestria.

Irlanda, Contea di Kerry, 1825

Il primo pensiero di Nóra quando le portarono il corpo fu che non poteva essere quello di suo marito. Boccheggiando per il freddo, fissò a lungo gli uomini che sostenevano il peso di Martin sulle possenti spalle sudate e pensò che si trattasse di una crudele imitazione: un changeling dalla somiglianza raccapricciante. Martin aveva la bocca spalancata, gli occhi sbarrati e la testa accasciata sul petto, ma nella sua carne non c’era vita. Il fabbro e il fattore le avevano portato una carcassa. Non poteva essere suo marito. No, non era lui.

L’autrice mi ha portata in un villaggio irlandese, in un’epoca in cui le credenze hanno più potere della razionalità.

Nora è una delle protagoniste, da lei partono radici che un’altra figura femminile intreccerà ad arte, con saggezza antica e spirito libero.

Nora si sente, indotta a farlo,  vittima di un destino messo in scena dal buon popolo – il popolo fatato –  da spiriti che abitano nel bosco, da fate che ballano e che fanno perdere i sensi, che rapiscono bambini, che ingannano il pensiero.

Nora si ritrova tra le braccia un nipote, rimasto orfano di madre, che forse è un changeling… o forse è “solo” un bambino paraplegico incapace di muovere gli arti e comunicare con il mondo.

Dove termina la credenza e inizia la scienza? Quanto ci si può illudere sperando in riti pagani da fare alle prime luci dell’alba?

« Non chiamateci gnomi, né fate.
Non vogliamo più essere chiamati così. Una volta era la parola perfetta per designare una grande varietà di creature, ma oggi ha troppi significati… In questo mondo esiste una serie di spiriti sublunari che carminibus coelo possunt deducere lunam, i quali, sin dai tempi antichi, sono divisi in sei categorie: spiriti di fuoco, di aria, di terra, di acqua, sotterranei, più la classe delle fate e delle ninfe. Se volete darmi un nome, io sono come loro, un folletto. O meglio, sono un changeling. Noi rubiamo i bambini e ne prendiamo il posto. Il folletto diventa bambino, e il bambino folletto. »

(Keith Donohue, Il bambino che non era vero)

Di certo Nora, mossa dalla disperazione e dal rifiuto verso quel mostro che non riconosce come nipote, si rivolgerà alla Donna che abita nel bosco, Nance.

Ho letteralmente amato questa figura esile, che dimora in una piccola casetta assieme alla sua capretta; con mani nodose e artritiche fuma la pipa e beve volentieri, non solamente intrugli d’erbe.

Un animo buono vittima del pregiudizio dei reali abitanti del villaggio, i quali a lei ricorrono, celati dagli sguardi altrui, per guarire da malocchi e malanni di salute ma che non indugiano a puntarle il dito contro quando le cose non vanno bene, quando le mucche perdono il latte, il burro non si forma facilmente, una croce cade da sopra la porta o… un bambino muore.

Nance, una donna senza terra, con le dite tra le felci e il fascio di legna legato al fianco.

Nance, che fin dai primi vagiti ha capito di essere diversa.

Nance, colei che può dare o togliere la vita.

Nance che pensa alle maledizioni come un boomerang capace di ritorcersi contro e, quindi, non conosce cattiveria.

Eppure…

Eppure tutto riconduce a lei e le donne del villaggio, mentre lavano i panni al pozzo, muovono la lingua troppo in fretta.

I giudizi e i pregiudizi si fanno verità tra le dita inanellate del nuovo prete arrivato al villaggio.

In un Irlanda ancestrale, luogo di esseri fatati che si aggirano attorno alle case, questo malinconico romanzo si allontana dell’etichetta “fantasy” – che gli ho letto attaccata addosso – e diventa reale ignoranza o speranza estrema.

L’amore può cambiare l’approccio verso il nostro quotidiano, bello o brutto che esso sia, può dargli un senso, sfumarne i connotati, rendere magica la quotidianità… ma la magia non può modificare i soggetti che ci circondano e che fanno parte del nostro intreccio di vita tangibile.

Voi credete nei changeling?

Io, prima di questa lettura, non ne avevo mai sentito parlare e, di certo, leggerne ha un sapore fatato, che avviluppa in contesti inusuali se sapientemente descritti. Crederci, però, è un’altra cosa e ciò che maggiormente mi ha colpita, leggendo la Kent, è la sua capacità di rendermi reale tutto l’insieme.

Non amo i romanzi fantasy proprio perché, raramente, mi permettono l’empatia con protagonisti troppo irreali… ma qui… qui non c’è illusione ma credenza del singolo che forma il collettivo.

Questo è un libro che narra di leggende e scelte, di passi incerti, di dita puntate, di donne che scappano perché sanno e di altre che restano per lo stesso motivo.

Pagine di “credo” diverso, l’inferno che brucia e l’acqua santa che anziché rifugio si sparge per timore.

Una prosa ricca, precisa, triste… come tristi sono i giorni dove regna la miseria, i dazi da pagare, i calderoni da riempire.

Grembi vuoti, suolo arido, panna acida, cordone attorcigliato, erbe, infusi, tisane, arti sgraziati e sillabe stonate; pezzi di carbone da tenere in tasca per protezione, i tizzoni da smuovere, odore di muschio,  veglie funebri, miele selvatico per gli occhi infiammati o incrostati, consolida maggiore per i dolori alle ossa e foglie di achillea nelle radici per far sanguinare il naso e dare sollievo alla testa dolorante; cataplasmi di guano d’oca e senape o infusi di felce florida per sedare la tosse.

Gesù sulla croce.

Lacrime di madre.

“Per quanta morte ci sia nel mondo, il dolore di una donna è suo soltanto.”

Nance, una donna che è stata scelta per varcare i confini tra la luce e l’ombra; che comprende i misteri del mondo e che vede nei rovi spinosi la scrittura di Dio.

Consiglio, senza dubbio alcuno, la lettura di questo romanzo.

Lisa.

Titolo: La donna del bosco
Autore: Hannah Kent
Editore: Edizioni Piemme (12 settembre 2017)

Sinossi:

Irlanda, Contea di Kerry, 1825. Una fatalità, una disgrazia, un dispetto delle fate: tutto può essere successo al piccolo Micheál, che a quattro anni non si muove più, colpito da una paralisi inspiegabile che spaventa chi lo incontra e fa mormorare di rapimenti, di creature del bosco maligne e dispettose, di peccati e di punizioni. Tra le strade polverose del piccolo paesino di campagna dove Nóra, sua nonna, cerca di tirarlo su, in un mondo dominato dalla superstizione e dalla paura più che da qualunque altra cosa, un bambino diverso come Micheál è un bambino che le fate hanno scelto per i loro scherzi cattivi.
Le stesse fate che possono essere buone, malvage, leggere o fatali a seconda del loro capriccio. Ma Nóra è decisa a salvare il suo nipotino: insieme a Mary, la ragazza che la aiuta a occuparsi di Micheál, l’unica a non provare repulsione per quella strana crea-tura, cercherà in tutti i modi di curarlo, confrontandosi con le inumane credenze popolari e i pregiudizi feroci della religione, e infine approdando a Nance, la donna del bosco. L’unica a essere in contatto con le creature che possono aver fatto del male a Micheál, sostituendolo con il “mostro” che è diventato adesso…
In un romanzo potente e pieno di atmosfera, Hannah Kent racconta lo scontro tra ragione e superstizione, ricreando, senza giudizi, un mondo che vive di leggi proprie, pericolosamente dominato dall’irrazionalità, dove le fate e gli elfi sono, per gli uomini, imperscrutabili compagni di viaggio.

 

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