“La ferme” di Cristina Basile

Donne. Semplicemente.

“La ferme” di Cristina Basile

Non riesco a dormire. Una guerriglia di fantasmi mi tiene sveglio. Il medico mi aveva assicurato
che non potesse essere il Zelafon, prescritto per dare, casomai, l’effetto contrario. Con gli
occhialetti scivolati sul naso aveva letto – sonnolenza, spossatezza- e si era raccomandato -lasci
perdere il trattore. So bene che quelli come lei in pensione non ci sanno andare, ma segua il mio
consiglio per una volta. Si riposi-. Ero stato bravo, avevo seguito il suo consiglio come una pecora,
ma niente. Pecora. Ecco, avrei potuto immaginarne un gregge e contarle, sperando che il sonno mi
rapisse.
Ma non mi ero mai occupato di pecore, solo di mucche e maiali, nella mia fattoria, la mia ferme.

Rincasavo per il pranzo e ritornavo tardi la sera.
Tardavo solo per andare da John a bere qualcosa. Acquavite dentro al caffè o da sola, in un
bicchierino del servizio di piatti americano, che tradiva le origini del mio amico. Una volta mia
moglie, furibonda con me che avevo smarrito una mucca nei campi, insinuò che sceglievo gli amici
in base a un solo criterio: la stravaganza dei loro nomi: -se si chiamasse Philippe, non ci andresti
neanche a bere il pastis”-. John, invece, in quell’angolo di Normandia, non si chiamava nessun
altro.
Josephine non aveva torto: avevo battezzato con nomi strambi anche le vacche e maiali. Ma di
questo era tenuta all’oscuro, era un segreto tra me e la ferme.

Mi alzavo di buon’ora e andavo a lavorare felice. Molto più che un semplice luogo, la ferme era un
orgoglio, passato da mio nonno a mio padre come una staffetta che io avevo portato al traguardo nel 1995, introducendo macchine moderne, le ultime tecnologie per la mungitura delle vacche.
Eravamo tre associati, due impiegati e un bastardino che abbaiava agli estranei.

 

Vista dall’alto la fattoria era a forma di “l”. Si entrava da un buco nella pietra, senza porta. Il primo
spazio era per le mucche: una stanza scura e fredda, costruita da scale di grigio e marrone. Grigie
erano le pareti, le viti, le macchine. I riflessi sulle cose. L’odore era fortissimo, pungente.

Chi era estraneo alla fattoria la paragonava ad un bicchiere di ammoniaca, messo sotto al naso. Ad alcuni
dava il mal di testa, le vertigini. Molti uscivano. Si veniva investiti dall’odore solo sulla soglia,
aldilà di quella l’aria sapeva di buono. Non potrei dire quale effetto avesse avuto su di me la prima
volta, come non saprei dire le impressioni avuto sul mio primo biberon.

Il pavimento era ricoperto di liquidi viscidi, dove le mucche si spostavano come transatlantici o si
posavano per riposare. Erano nate nella ferme e nella ferme sarebbero morte: non avevano mai visto un prato. Di fronte a loro, nei comparti assegnati a ciascuna, fatti di assi di legno e sbarre d’acciaio,
c’erano cumuli di paglia a disposizione.

A un agricoltore interessavano due cose: che mangiassero e producessero latte. Sebbene accettassi
quel sistema, una notte del 2001, non so perché, presi a dar loro dei nomi. Mi ispirai a quelli delle mie compagne di scuola, delle mie zie, della mia prima fidanzata. Volevo loro bene.

Avevamo comprato un macchinario che le mungeva automaticamente, così il numero delle bestie
era arrivato a 100. Il macchinario si costituiva di una grossa bolla per raccogliere il latte, di tubi che
partivano dal corpo principale e che si incastravano direttamente sulle mammelle. Queste venivano
pulite preventivamente da una spazzola rotante, verde, per evitare le infezioni. Il primo mese lo
avevamo guardato mettersi in moto come fossimo al cinema, sbalorditi di vedere le mucche fare la fila davanti l’apparecchio -come mia suocera alla boulangerie!- aveva detto il mio socio.
Il serbatoio si riempiva di fino all’orlo in 20 minuti, si svuotava in 10 secondi. Così tutto il giorno.

Gli animali erano stipati in un cortile chiuso da cui non uscivano mai. Solo a volte sporgevano i
grandi musi, in cui le narici bavose disgustavano le bambine perbene. Un enorme ventilatore al
centro del soffitto era stato sistemato nell’estate del 2007. Somigliava all’elica di un elicottero o a
un vecchio mulino derelitto. Rinfrescava le bestie durante le rare settimane di scirocco.

I maiali erano nella stanza accanto. Bisognava uscire, guardare il cielo della campagna, stranamente
diverso da quello della città, e rientrare al chiuso in una specie di tugurio. Ne avevamo 10, ogni
maiale partoriva 18 piccoli. La vita media di un porco è sei mesi; non perché muoia di morte
naturale ma perché viene inviato al macello, l’abattoir.

Questo spazio era oblungo, sempre sporco, i maiali erano tutti nella stessa posizione, lo sguardo rivolto verso l’unica finestra: beffardo miraggio di una salvezza che non avrebbero avuto.
Pulivamo la stanza due volte al giorno. Non appena ci sentivano entrare grugnivano. Sono sempre
stato sicuro che un maiale fosse più intelligente di un cane. Ognuno aveva cartellini di plastica
gialli, che mia figlia chiamava orecchini, c’erano scritti dei numeri.
Anche a loro avevo dato dei nomi, non lo avevo detto a nessuno per non sembrare sentimentale. I sentimenti non si addicono a un allevatore, così come a un agricoltore che infatti è costretto a piantarli sotto terra, insieme ai pomodori, o a divorarli con il paté dei suoi maiali che qualche volta uccide, senza remore.

Lo sterco delle bestie era riutilizzato in un grande catino messo all’esterno, che trasformava i gas in
metano. L’elettricità veniva venduta a edf. Questa trasformazione avveniva in una stanza
somigliante alla centralina di lancio dell’Apollo 13. Una volta una bambina mi aveva chiesto dove
venisse era stipata l’energia, stupita di non vedere scatoloni nello stanzino. Le dovetti spiegare che
era una merce immateriale, impossibile da mettere in una batteria. Dicendo “immateriale” mi ero
sentito uno scienziato, un avanguardista, tolto dalla compagine degli incolti, bruti, mangiatori di frattaglie quali ci consideravano tutti a Parigi.

Poi arrivò l’epidemia. Una mucca bastava per infettare le altre. I primi sintomi erano sonnolenza e spossatezza (come quelli che ho io adesso), sangue che usciva dalla schiena. Venne anche a me
perché per tentare di salvare quelle sane, avevo dovute bruciare le malate in un campo in disuso, a
30 km di distanza, trainandole con la gru. Nel farlo devo averle toccate.

Non sono riuscito a salvarne nessuna e ora, della mia ferme, non c’è più niente. Solo uno scheletro di colonne, un’immagine che riempio di mucche immaginarie che saltano una staccionata
immaginaria, per farmi venire un sonno che non arriva. Continuo a tacere il mio dolore, così come
tacevo a Josephine i nomi delle mucche e dei maiali. Dopotutto tra la ferme (la fattoria) e ferme-la (stai zitto) c’è poca differenza. 

 

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