“La mancata maternità per le donne islamiche”

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La mancata maternità per le donne islamiche

di Sabrina Corti

Una doverosa premessa.

Mi approccio a questo argomento (ovvero quello della mancata maternità nelle donne islamiche) con l’umiltà di chi lo ha conosciuto  semplicemente leggendo molta letteratura sull’argomento e  alcuni documenti universitari.

Il mio non è dunque “il Verbo” e non riguarda tutte le donne islamiche perché vi sono profonde differenze tra i vari paesi e, paradossalmente, anche le singole etnie di un medesimo stato possono avere declinazioni diverse sull’argomento.

Sottolineo anche che il mio intervento riguarda le donne islamiche che vivono nei loro stati di origine.

L’infertilità è un cattivo cecchino.

Non ha ancora capito che deve mirare (e centrare) solo quelli che i figli non li desiderano (rendendo così anche le cose più semplici).

E invece l’infertilità è un tiratore scelto che non vale nulla: spara nel mucchio, su vasta scala, disinteressandosi dell’età, del sesso, del reddito, dell’estrazione sociale e della cultura.

E quindi quali sono i punti in comune tra la mancata maternità di una donna occidentale ed una di religione islamica (anche se “occidentale” non è il termine più appropriato, ma voi avrete capito perfettamente di cosa parlo), e quali i punti di distacco?

Sulla infertilità femminile di una donna occidentale, accipicchia, sono preparatissima. Ma anche il mio “sentire” può essere diverso da quello di una mia compagna di avventura.

Ma, in generale, una donna infertile avverte un senso di colpa, misto ad un senso di vuoto e di mancanza.

E poi, noi donne, diciamocelo:  siamo fantastiche! Riusciamo a sentirci in colpa anche se la responsabilità clinica di una mancata maternità non è a noi addebitabile.

E siccome l’infertilità non è abbastanza “caina”, va ad influire anche sulla società.

Sì, anche quella occidentale emancipata. La società vuole sapere perché una coppia non fa figli. Ci tiene a capire “di chi sia la colpa”.

L’infertilità è quella cosa che, nelle occidentali, a parte le più estroverse, fa chiudere a riccio evitando il discorso per non ingenerare altre domande imbarazzanti.

E le donne islamiche?

Partiamo da qui: la donna islamica deve procreare. 

Non ha grandi alternative.

Tanto che una donna viene considerata “adulta” nel momento in cui è potenzialmente in grado di mettere al mondo dei figli.

Salvo eccezioni, le donne islamiche non hanno scelta; e questa è una profondissima differenza con le donne occidentali. A noi è data la facoltà se scegliere di diventare o meno madri.

Inoltre le donne islamiche hanno un passaggio ulteriore: devono procreare figli maschi.

La continuità generazionale è necessaria.

Cosa accade dunque alle donne mussulmane quando viene loro diagnosticata una infertilità?

Da un punto di vista emotivo la donna islamica vive un profondissimo dramma: si sente inutile, fallita, priva di scopo.

Se la società occidentale è interessata all’infertilità limitandosi al pettegolezzo, così non è nel mondo islamico dove la maternità incide pesantemente sulla famiglia e sulla società.

Nelle culture più integraliste le donne sterili sono donne perse, possono essere ripudiate e perdere ogni diritto sul marito e sulla famiglia.

Vivono dunque un doppio dramma che ha un carico psicologico notevole.

Se dunque lo scopo del matrimonio islamico è quello di procreare, che possibilità vi sono per le coppie che non riescono a procreare?

Salvo le culture più rigide, alla coppia musulmana è concesso di scegliere strade alternative.

La procreazione medicalmente assistita è ammessa dalla religione islamica  -che ha maglie più larghe in confronto a quella cattolica – pur con dei vincoli.

Va anche sottolineato che le tecniche di procreazione medico assistita sono piuttosto costose e che quindi sono poche le coppie che possono accedervi.

Sono ammesse alla procreazione medicalmente assistita solo le coppie sposate e non è ammessa la fecondazione eterologa (ovvero con donazione di seme o gameti femminili estranei alla coppia) che viene considerata a tutti gli effetti un adulterio.

Il feto è considerato privo di anima sino al quarto mese di gestazione: qui si nota una profonda differenza con il mondo cattolico che considera “vita” anche l’embrione non impiantato in utero.

L’adozione è estremamente limitata: “figlio” viene considerato solo quello biologicamente derivante dalla coppia sicché una forma di adozione è ammissibile (e piuttosto simile a quello che in Italia viene considerato “affido”) ma il bambino non modifica il proprio nome e cognome, proprio in quanto non può essere confuso con la coppia.

Una volta diventati genitori, in molti paesi mussulmani, è possibile ricorrere ad un controllo delle nascite utilizzando forme contraccettive (anche questa una sostanziale differenza con la dottrina cattolica).

Il mio consiglio di lettura

Cercando notizie in proposito mi imbatto in un romanzo che mi ha molto colpita: “Il caffè delle donne” di Widad Tamimi edito da Mondadori.

Qamal è una ragazzina milanese figlia di padre giordano e di madre italiana profondamente femminista.

Ha la grande fortuna di trascorrere le estati ad Amman nella famiglia paterna ove assiste a quello che è il rito del caffè.

Ogni settimana le donne della famiglia si ritirano in un salotto di casa ove, libere da ogni vincolo di abbigliamento e pensiero, parlano tra loro di amore coniugale, di figli, di sessualità, sorseggiando caffè.

Una cugina legge i fondi del caffè ed indovina il futuro.

Quando Qamal compie quattordici anni viene introdotta al rito del caffè in maniera attiva e le vengono letti i fondi del suo caffè.

La “diagnosi” è impietosa: Qamal non sarà mai madre.

Benché solo una bambina, cresciuta e vissuta in occidente, Qamal reagisce malissimo a questo responso e fugge.

Non rientrerà più ad Amman per moltissimi anni.

“Il libro delle donne” è un interessante affresco delle donne giordane e del loro stile di vita. 

Emblematica è la figura di una cugina di Qamal che si auto infligge delle punizioni perché non riesce a dare al marito l’agognato figlio maschio. Interessantissima è la descrizione delle emozioni di questa donna.

Un romanzo senza giudizi. Una lettura per comprendere quello che, a volte, ci sembra così distante.

 

 

 


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