“La mandria umana” di Vittorio Nacci

"La mandria umana"

“La mandria umana” di Vittorio Nacci Recensione di Mirella Morelli Vittorio Nacci nasce come autore di canzoni, formatosi alla scuola di Mogol e, con la sua band “Iohosemprevoglia”, arriva terzo ad una delle recenti edizioni di Sanremo per le nuove proposte. Dalla sintesi di parole di un testo per canzoni,…

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“Origini – Poesie 1998-2010”

Recensione di Mirella Morelli

foto pontiggia

Nome libro: “Origini Poesie 1998-2010”

Autore: Giancarlo Pontiggia

Genere: Poesia

Editore: Interlinea Edizioni,  pag 248

Continuo, con questa, le recensioni di poeti che ho avuto la fortuna di conoscere.

Giancarlo Pontiggia è stato nella terna dei finalisti 2015 del Premio Letterario di Narrativa e Poesia Città di Fabriano, di cui sono giurata, ma ho avuto il piacere di ascoltarlo anche in altre occasioni.
E’ un poeta all’apparenza schivo ma che non disdegna gli incontri col lettore e con le sue domande: con calma, ascolta.

I libro “Origini” è l’unione di due raccolte già edite e precisamente “Con parole remote” nel 1998 e “Bosco del tempo” nel 2005. Complessivamente dodici anni di poesie più una piccola sezione finale di poesie edite dal 2005 fino al 2010.

Un libro importante, che abbraccia tutta la produzione di un’esistenza, corredato infine da alcuni testi critici che ci parlano della sua poetica.

Quella che sto per darvi è la mia idea amatoriale, la mia personalissima sensazione di lettura.

Non sono in grado di raccontare tecnicamente ed in maniera esperta un libro siffatto, che raccoglie tutta la produzione e dunque il pensiero in toto di un percorso poetico così elevato.
C’è dentro una vita, di uomo e di artista!

Sarò dunque solo lettrice, coi suoi umori e la sua umiltà.

Vi racconterò cosa ho sentito, vi citerò quali sono state per me le poesie di maggior godibilità e quali riflessioni mi hanno ispirato. Perchè, come già detto altre volte, per me la poesia è intuizione in lettura, e solo in seguito meditazione.

Inizierò dal termine del libro…no, non stupitevi.

Proprio al termine del libro ci sono questi splendidi versi: stanno lì, scritti in minuscolo e defilati, nell’ultima pagina, perfino dopo l’indice! Come a voler sintetizzare la conclusione di ogni discorso. Perchè il pensiero di Pontiggia io credo sia davvero lì:

«Niente, vi dico,/esisteva. Solo, c’era,/

il fragore/del mare, là, in quel

buio/ antico, come

un’antica /
pietra»

Rileggete questi versi, chiudete gli occhi.

Capite ora che iniziare a parlarvi di un libro dalla fine ha il suo perché: versi al termine di tutto, che ci parlano dell’Inizio di tutto: dell’Origine, appunto.


Pensate al Tutto, o al Nulla, pensate al brodo primordiale,
pensate alle Origini del tempo

I versi fanno parte della poesia “ Origini”, a pagina 79, che a sua volta fa parte de “Bosco del tempo”, insomma è la poesia che dà inizio al libro e che lo termina – nel senso letterale del termine.

Osservatene anche la struttura a piramide capovolta. Come un imbuto cosmico.

Giancarlo Pontiggia parla continuamente del tempo. Anzi, del tempo e del Tempo: del tempo come un adesso momentaneo, e di quello Assoluto. Dell’ora effimera e del Tempo Eterno. Di quello che scorre – caduco – e di quello che sempre sarà.

“E noi ci perdemmo in questo

possente inizio delle cose

che fu per tutti la vita – la vita

com’è, come quando ancora niente è in noi

se non caldo grembo, cibo, sonno,

suoni stranieri che rimbombano nel cavo

della mente”

Questa contrapposizione è il cruccio del suo poetare proprio come il cruccio dell’uomo comune, quando consideriamo che i nostri affanni e le nostre gioie esistenziali sono destinati a finire ma nello stesso tempo che sono nulla rispetto all’eternità dell’universo:

“Tutto è natura, anche la fine

-la fine, soprattutto, il soffio

che da noi evade,

scatta, sale

sormonta

il gioco immenso del tempo, poi

sbatte, precipita,

s’infima

nella cortecca delle cose,

fumo, fuga,

impronta di ciò che fu, ultima

ruga”

Il tempo in tutte le possibili forme, i mesi, le stagioni, le ore, il pomeriggio, la notte, così come il tempo scandito dal passaggio del sole, cioè l’ombra e la luce e poi l’alba, oppure il tempo come fenomeno atmosferico quali neve, e vento, e pioggia…

Tutto il nostro tempo effimero lo riconduce lì, all’eternità in cui siamo immersi:

“E nascemmo

alla vita che già c’era.

Le cose

c’erano, le tante, le inaudite

cose, di cui ci invaghimmo

poco a poco.

E noi guardavamo

l’aria che luceva

e piove e nevi

e soli che stagnavano, tiepidi,

nelle mattine troppo

quiete. (…)”

Infine richiamo la vostra attenzione su questa brevissima poesia:

Passano, i giorni

“Passano, i giorni

in un ostinato pressapoco: erra

l’anima,

disdegnosa del troppo

poco”

Niente oltre questo mi preme dirvi della raccolta “Origini”; le mie parole devono essere solo un avvio, quel pungolo che stimoli il vostro interesse.

E voglio rassicurarvi: quella di Giancarlo Pontiggia è poesia più semplice da comprendere – componimento per componimento, singolarmente presi – che non nel suo insieme.

Si legge e assapora senza affanni perché niente affatto ermetica.

La migliore definizione del suo stile la dà il poeta stesso:
“Il mio ideale poetico è fondere (…) limpidezza classica e liquidità postromantica”.

Limpidezza, e liquidità. Davvero una dolce e pacata lettura!

Link all’acquisto:

http://www.ibs.it/code/9788868570231/pontiggia-giancarlo/origini-poesie-1998-2010.html

In mancanza di quarta di copertina, dal saggio di Carlo Sini su IBS.it:

“Itinerari del tempo di una vita, ripercorsa idealmente nei suoi ‘Pensieri in autunno e dell’autunno’: così si apre il cammino di ‘Bosco del tempo’. Itinerari di una vita e insieme della vita, poiché un’autobiografia poetica è sempre, per profonda necessità, anche storia della vita e storia della terra, del nome e del senza nome, del travaglio del tempo e della sua eterna salvezza, storia di questo azzurro del cielo che è insieme quello di sempre come quello di un milione di anni fa. E così il poeta canta ‘ciò che fu prima e ciò che venne’, ‘prima dell’estate e del tuono’; canta la sua infanzia silenziosa e la sua severa adolescenza, canta il giugno maturo e l’agosto al suo fine, canta nel tempo della sera (‘ma già è autunno, vedete, già si accomiatano le ultime rose’), canta ‘la cenere di ciò che era’ e canta ciò che siamo, poiché, ricordando Rilke, siamo ‘una volta sola […] un solo ottobre […] e un solo cuore’…”