Quella lunga stagione chiamata Adolescenza : l’età della (s)ragione

 “Quella lunga stagione chiamata Adolescenza: l’età della (s)ragione”

di Giulia La Face

                      LUME RAGIONE

Ecco a voi, ecco a me, l’Adolescenza. O meglio l’Adolescente. Un barbatrucco infelice, che un giorno alzandosi si era scoperta nei panni di un’altra e trovandosi in una casa non più sua, aveva sparato con tutto l’odio dentro le viscere, che no, io non ero più la mamma…quella mamma.” ( da” Social Mum”).

E’ iniziata così. C’è come una cesura. Un momento che possiamo riconoscere e chiamare Adolescenza: a me è bastato questo. Per una madre è un momento topico.

Entravate in camera sua e vi accoglieva sempre con un sorriso? Bene, sarete ricacciate, nel migliore dei casi, da  uno sguardo di fastidio malcelato. Compravate indumenti con la ragionevole certezza che avrebbe apprezzato il pensiero? Probabile che il suddetto indumento  resti con l’etichetta attaccata, gettato sulla prima superficie disponibile.

O che venga successivamente scambiato con qualche felpa orrenda della sua amica del cuore.

Parlavate insieme a tavola, vi raccontava della scuola, vi chiedeva aiuto? Il cambiamento è sotto i vostri occhi. Un giorno, all’improvviso, mangerà pressochè in silenzio, in stato catatonico, per abbandonarvi non appena abbia finito di trangugiare qualsiasi cosa si trovi sulla tavola e tornerà velocemente in camera sua. Chiudendo la porta.

Porta chiusa.

Per me è stato un trauma. La prima reazione è stata di sgomento. Non sapevo chi fosse. Sembrava sprizzare odio da tutti i pori. E provavo un senso grande di solitudine e fallimento.

Calma. Riordinare le idee. Prepararsi a un lungo viaggio. Che trasforma loro e noi. In mezzo un tunnel. I cambiamenti cui assisteremo investono anche noi. Comprese le nostre certezze, i punti fermi, le nostre scelte educative. Per me è stato così. E lo è ancora oggi.

Ho rimesso in discussione tutto, tra le lacrime e anche inevitabili , salvifici, momenti di assoluta comicità, tenerezza, curiosità.

All’inizio reagivo molto male verso le sue manifestazioni di ostilità e il suo inspiegabile rifiuto. Soprattutto perchè lo evidenziava con irruenza e virulenza. Modi che mai mi sarei aspettata da lei, nè che mai mi ero permessa io, da adolescente.

Il confronto con altre madri che mi raccontavano, con poche varianti, esperienze simili,  mi sono state di grande utilità e conforto.  Non siamo mai sole, parliamone!

Per prima cosa ho smesso di fare affidamento sui ricordi della mia adolescenza. La mia e la sua: due mondi lontanissimi. In mezzo c’è stata una rivoluzione che ha modificato una società intera: la Rete. L’accesso incondizionato ai contenuti del mondo, senza filtri o quasi, la socialità mediata dai Social , appunto.

I cellulari come protesi. E poi: linguaggio, percezioni, miti, tempo e spazio. La sua adolescenza mi ha insegnato che è tutto da ripensare , da rileggere. Tutti loro sono una “generazione Zero”, sconosciuti ancora e con loro la storia è tutta da riscrivere.

Ho smesso di dirle “Ai miei tempi…” o ” Non ti permettere!” Ho dovuto cercare strategie nuove. Bel lavoro, che all’inizio mi è sembrato impossibile, inaffrontabile. Una punizione divina.

Passati i primi mesi dal “trauma” del risveglio nella sua adolescenza, ho ritrovato coraggio, ho messo a punto qualche tattica. Accetto con stoicismo e ironia di vederla passare da uno stato mutacico a una euforia altrettanto incomprensibile.

L’osservo trasformare le sue chiome dal blu, al biondo platino, alla coda di cavallo (in un rigurgito d’infanzia) . Per non parlare del campo di battaglia su cui mi vorrebbe trascinare , un giorno sì e un giorno no.

Perchè ciò che subito vi si farà chiaro è che l’obiettivo primario è “distruggervi”.  Così sembra e così è. Ma non dobbiamo offenderci. Se riusciamo cerchiamo di soffrirne con moderazione. Questo richiede un controllo zen, sono d’accordo.

Dalle ceneri di ciò che fanno a pezzi, cioè noi e il legame che a noi li avvincono, rinasceranno come uomini e donne.

Ho adottato una strategia , cioè “spostarmi”. Fare in modo che non mi trovi laddove si aspetta: “Non capisci niente!” Frase standard, con varianti più o meno colorite. Mi arrabbiavo così tanto le prime volte, specie per il tono arrogante.

Ne nascevano diatribe che terminavano invariabilmente con la porta sbattuta e musi lunghi da entrambe le parti.
Mi sentivo fragile e inadeguata.

Poi ho cominciato a guardarla come si guarderebbe un cactus. Poche parole, con aria quasi mite e soporifera: ” Sì in effetti, non capisco tutto…tesoro. Devo impegnarmi..”.

Rimaneva stupita. Non ero dove pensava di trovarmi. Non reagivo, non mi arrabbiavo, non entravo in simmetria con la sua rabbia. Non riusciva più a ferirmi, restava con le armi spuntate. Girava i tacchi e tornava in camera. Senza sbattere la porta ( per la gioia dei vicini).

Evitare la rissa è uno dei primi obiettivi.

Qualche volta verso ancora qualche lacrima. Ma non mi arrendo. E lei lo sa. Soprattutto deve saperlo.

Io sono, Noi siamo, le RADICI.

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