“Rime” di Gaspara Stanza. Recensione di Paola Caramadre

Semplicemente, donne.

“Rime” di Gaspara Stanza. Recensione di Paola Caramadre

Recensione di Paola Caramadre

Gaspara Stampa,”Rime”, Rizzoli, 1994

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La passione, bruciante ed eterna, l’amore, inteso come vita viva, vissuta e vera, si trasformano in versi poetici che, a prescindere dalla lingua, sono di straordinaria intensità e capaci di parlare all’anima di ogni donna in qualunque epoca.

Gaspara Stampa è stata, forse, tra le più conosciute poetesse del ‘500 e la sua vita si traduce nei suoi versi. La raccolta “Rime”, pubblicata postuma nel 1554, è la testimonianza di un’epoca e la traccia sulla quale strutturare uno studio di letteratura di genere in lingua italiana. Il fulcro della creazione poetica è il sentimento amoroso analizzato ed esposto con versi struggenti e carichi di una tensione sfibrante. “Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,// qual nova salamandra“, l’amore consumato, tradito, non corrisposto, l’amore in tutte le sue forme, la passione che stringe alla gola e torce il cuore.

Gaspara Stampa non ha remore, scrive con angoscia, speranza. Affina uno stile che tiene il morso alle parole stringendole nella metrica, ma tra le rime esplodono i sentimenti, esplode la vita e il dolore, soffriamo con il suo cuore di donna, viviamo la sua ribellione, sentiamo vere le sue parole. L’amore le sfugge, la ripudia, la tradisce e la delude. L’uomo amato la abbandona, ma il suo sentimento non è consumato e si ravviva ogni volta devoto e ineluttabile. “Dura è la stella mia, […]// Odio chi m’ama, ed amo chi mi sprezza“, ecco il dramma di una donna che vive come un’eccezione, come uno scandalo in quanto donna in una Venezia dai mille volti.

Maria Bellonci ha scritto nel saggio breve pubblicato come introduzione all’edizione della Rizzoli: “Non fu l’amore per un uomo la realtà prima della sua esistenza, ma l’aver trovato nell’amore inteso come lievitazione di un vivere attivo, spesso violento anche se dominato, un terzo elemento oggettivante, per il quale si rivelasse e prendesse forza il dialogo suo con la poesia“.
“Credete ch’io sia Ercol o Sansone// a poter sostener tanto dolore, // giovane e donna e fuor d’ogni ragione“.

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