“C’era ancora il podestà” di Mery Carol

Semplicemente, donne.

“C’era ancora il podestà” di Mery Carol

“C’era ancora il podestà” di Mery Carol

Contest Amarcord

Quella sera mia zia Pina si coricò nel nostro letto tutta vestita. Recitammo le preghiere come sempre; mi diede il bacio della buonanotte e si girò sul fianco dandomi le spalle. Non mi piacque, dato che, di solito, dormivamo abbracciate. Qualcosa mi diceva che dovevo stare all’erta. Fingevo di dormire quando la sentii scendere dal letto. Attraversò la stanza con passo felpato.
Un raggio di luna, che s’infiltrava da una fessura della finestra, mi permise di vedere che si toglieva la gonna per indossare un paio di pantaloni alla zuava.
Sulla camicetta mise un grosso maglione dal collo alto, in testa un berretto, che quasi le copriva gli occhi e ai piedi un paio di scarponi.
Si accertò che io dormissi, poi, con cautela, tirò da sotto il letto una cesta o qualcosa del genere e si diresse alla porta. Sentivo che toglieva il paletto; lo posò da un lato e girò lentamente la maniglia. Tirò un po’ la porta, ma non si aprì, tirò più forte e più forte ancora: non si aprì! Frugò in un cassetto, poi dischiuse la finestra e guardò fuori, la richiuse e tornò alla porta chiusa a chiave. Dalla strada qualcuno fischiò in sordina. Sentii dei passi affrettarsi sotto casa nel vicolo infestato dalla gramigna, poi il rombo di un motore. Ancora un fischio e la voce di mia nonna:
«Andatevene. Non abbiamo né uova né farina».
Mamma e figlia discutevano animatamente seppure a bassa voce. Zia Pina piangeva. Mi misi seduta sul letto e cominciai a piangere anch’io. La nonna mi consolò portandomi nel lettone con lei.
Per un po’ sentii mio nonno russare. Non ricordo altro di quella notte.
Molti anni dopo seppi che in quella cesta, sotto le pannocchie e le noci, c’erano due pistole e quattro bombe a mano. 

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