AMARCORD: QUEL 12 dicembre(e non solo) a Milano…

Semplicemente, donne.

AMARCORD: QUEL 12 dicembre(e non solo) a Milano…

AMARCORD: QUEL 12 dicembre(e non solo) a Milano…

Andreuccio da Perugia

Arrivai a Milano il 26 ottobre del 1969, in pieno autunno caldo.
Ma di caldo, in quei giorni, c’era solo la politica, nebbia, umido, freddo già invernale accolsero la ragazzina sbarcata dall’autunno primaverile dell’Isola, coperta soltanto da un capottino sardo leggero e vezzoso, comprato in un bel negozio di Sassari.
Squattrinata ed infreddolita, andai alla Standa di via Torino per fornirmi di qualcosa di più pesante, e poiché ero “piccola, magra e nera” (definizione della platinata panettiera milanese, fino ad allora mi ero considerata soltanto bruna e snella), decisi di cercare nel reparto bambini, le taglie 12-14 mi sarebbero andate a pennello.
Il reparto si trovava al 2° piano e vi si accedeva attraverso un aggeggio di metallo in movimento instancabile (una scala mobile, insomma), che non avevo mai visto né tanto meno usato e che m’incuteva la paura di essere risucchiata e scaraventata chissà dove. Cercai perciò delle normali e più sicure scale, finché le trovai, defilate e strette, e potei arrivare sana e salva alla meta, dove finii per comprare una specie di montgomery da maschio, foderato di finta pelliccia, con cappuccio incorporato, molto poco femminile ma caldo e avvolgente, oltre che economico.
Mentre scendevo con il mio pacco enorme, sempre dalla via alternativa, fui fermata da un controllore che, con gesti e suoni indecifrabili (seppi dopo ch’era sordomuto), m’invitava ad esibire lo scontrino; spaventata e spaesata, non capii la richiesta e fui quasi trascinata nell’ufficio del capo del personale, dove l’equivoco si chiarì con tante scuse.
Mentre mi avviavo verso la porta, il signore di mezza età dietro la scrivania mi chiese incuriosito come mai non avessi utilizzato la scala mobile.
“Sono appena arrivata in città…ho paura” balbettai, pallida d’imbarazzo.
Mi sorrise, si alzò, mi diede un affettuoso buffetto: “Signorina – mi disse – qui non farà molta strada, se non imparerà ad usare la scala mobile”.
Con quel giaccone da maschio mi aggiravo, strabiliata ed euforica, tra le bancarelle della fiera degli “o bei! – o bei!” il pomeriggio del 7 dicembre (Sant’Ambrogio), stregata da un incredibile e mai visto ben di dio, mobili ed oggetti antichi, addobbi natalizi, giocattoli, dolciumi di ogni regione, artigianato hippy, vestiario, panzarotti unti e panciuti, venditori di ombrelli, battitori di tappeti.
Ma fu un luogo di credulità e di promesse che m’inchiodò senza indugio, nonostante i sette gradi sotto zero e la mia naturale diffidenza.
Dietro un bancone zeppo di cianfrusaglie, in piedi su un predellino, un uomo spiegava con voce suadente come moltiplicare i propri soldi. Un congegno semplice e sicuro: i partecipanti ad ogni giro, dopo aver puntato 500 lire, potevano subito chiederne indietro mille. Se invece preferivano continuare a giocare, beneficiavano di nove estrazioni con otto vincite certe di oggetti vari, brutti e inutili, fino al possibile traguardo finale, diecimila lire, venti volte tanto il capitale investito. Per uno studente era una buona somma: la spesa completa per una settimana alla Standa costava sulle duemilatrecento lire, un pasto alla mensa dell’Università Cattolica duecentoventi, una buona borsa di pelle dodicimila.
Disegnai il mio piano: avevo in tasca mille lire, ne avrei dato cinquecento e chiesto indietro mille per almeno una decina di volte, in modo da racimolare un bel gruzzoletto e concedermi una sontuosa cena al ristorante sotto casa, senza rincorrere l’incerto, massimo guadagno.
Ma tant’è la suggestione: i miei “vicini” di gioco, coraggiosi e imperterriti fino alla fine, riuscivano “sempre” a toccare le agognate diecimila lire, a dispetto dei miei calcoli prudenti ed assennati.
Con il loro esempio mi trascinai nel rischio e nella rovina; in breve persi le mie uniche mille lire, tornai a casa con forti brividi di freddo e, come le bambine cattive, andai a letto senza cena (non avevo letteralmente più una lira e l’amica con cui abitavo era via per tre giorni).
La mattina dopo avevo l’influenza dell’anno (detta “spaziale”, in onore al recente sbarco sulla luna), quaranta di febbre e in più sola, senza cibo né medicine fino al rientro della mia amica.
Avevo ancora la febbre il 12 dicembre, quando scoppiarono le bombe a piazza Fontana. Benché fossi fresca di occupazioni all’Università, contestazioni di piazza e aspettassi la Rivoluzione, il fatto mi spaventò molto, intuivo confusamente che si usciva dal gioco, dal sogno, dall’utopia e si entrava in una landa buia e straniera, dagli sbocchi imprevedibili.
Anticipai il rientro in Sardegna per le vacanze di Natale: il 15 dicembre percorrevo in taxi una città plumbea ed inquieta, come gli anni che sarebbero seguiti, che sospettava untori in ogni luogo. Anch’io diffidavo di tutti e contrapposi stentati monosillabi e il viso di pietra dei miei antenati all’affabile confidenzialità lombarda del tassista.
Alla stazione, mentre mi dirigevo verso i binari, sentii che costui, indicandomi, diceva ad un collega:
“Quella viene dalla parte più selvaggia della Sardegna”.

 

Maria Antonietta Macciocu

 

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