“Riparare i viventi” di Maylis De Kerangal

recensione a cura di Ferlisi Maria Lucia

Riparare i viventi

Nel romanzo “Riparare i viventi” tre amici adolescenti s’incontrano, di notte, per assaporare una spensierata sessione di surf. Sono sfinisti, felici, assonnati, ridono e scherzano, qualcuno si assopisce. La vita gli sorride, hanno un futuro davanti a sé, finiranno il college, andranno a lavorare, ma rimarranno uniti nel loro amore per il surf.

Tutto è perfetto. Ma bastano pochi attimi, la velocità, il sonno, la cintura non allacciata, una ruota che scivola sull’asfalto gelato, il pulmino zigzaga in quelle strade solitarie, come possono essere all’alba di una fredda giornata.

Il ragazzo non riesce più a controllare il mezzo, il pulmino si schianta contro un palo.

Tutto ritorna nel silenzio immobile di prima. Lo stato di quiete che segue un terribile incidente stradale. Tutto tace. Il pulmino è fermo, dentro i corpi contorti dei ragazzi che si confondono con le lamiere.

Un attimo, solo un attimo prima erano felici. In lontananza il suono del mare che continua, ignaro, a bagnare la sabbia come sempre. Subito dopo cominciano i primi lamenti, il suono chiaro e forte di tante sirene, si mescola con il colore dei lampeggianti blu della polizia.

La vita riprende con i suoi rumori, ma non quelli abituali, aleggia qualcosa di sinistro e mortale in quel breve caos.

Poi la barella si allontana e si aprono le porte dell’ospedale più vicino.

“Maschio, un metro e ottantatré, settanta chili, circa vent’anni, incidente stradale, trauma cranico, in coma- noi sappiamo chi è che viene raccontato in questo modo, conosciamo il suo nome: Simon Limbres.”

Riparare i viventi

Anche nelle case poco lontane la vita ha ricominciato a risvegliarsi. Le luci si accendono, il caffè borbotta nella moka, il toast sa di bruciacchiato. Pianti di bambini, squarciano le prime luci del mattino. Sbadigli, poche parole, c’è chi si avvia al lavoro presto come Sean, il padre di Simon, altri fanno colazione con calma, leggendo il giornale. Anche Marianne, la madre di Simon, è tranquilla.

Poi arriva una telefonata. Quella telefonata. Quella che non vorresti mai ricevere. Devono ripetere la frase più volte. Non capisci. Chi è dall’altro capo della cornetta che ti chiede di portati in ospedale perché tuo figlio è in coma?

Le gambe toniche di ginnastica si afflosciano, sono improvvisamente diventate di gomma, si piegano e portano giù il tuo corpo. Solo per pochi secondi, devi riprenderti. Hai un’altra figlia piccola. Ragiona.

In momenti come questi cosa si può fare?. Primo: portare tua figlia da qualcuno. Secondo: chiamare il marito. O chiami prima tuo marito? Come si fa in questi casi? Prendere l’auto e portarti di corsa in ospedale. Di corsa no, non puoi rischiare di non vedere tuo figlio.

Coa si può fare adesso?

Si può soltanto: Riparare i viventi.

Devi essere fredda Ragiona. Fredda. Forse non è vero. Magari non è lui. Corri in camera da letto di Simon. Lui non c’è. Non c’è. Non c’è.

“gli occhi di Simon, non erano soltanto la sua retina, l’iride di taffetà, la pupilla di un nero puro davanti al cristallino, ma era il suo sguardo; la sua pelle, non era soltanto il reticolo dell’epidermide, le cavità porose, ma la sua luce e la sua morbidezza, i sensori vivi del corpo”.

Riparare i viventi

L’autrice, in questo romanzo “Riparare i viventi”, espone, con un’analisi schietta, come si svolgono gli istanti che seguono quando una persona arriva in sala rianimazione in coma irreversibile. Dietro quei vetri ci sono genitori, fratelli, sorelle…che piangono e si disperano.

Tocca al medico di turno cercare di far comprendere che da quella morte può continuare la vita. Può farti capire come il filo della vita non s’interrompe mai. Continua sotto altre forme, e la vita di tuo figlio, di Simon, avrà altri occhi per guardare il mare, il cuore di Simon potrà battere ed innamorarsi nel corpo di un’altra ragazza che aspetta con ansia un cuore per continuare ad amare.

Un romanzo privato che assurge a collettivo, ed entriamo in quegli attimi così delicati e dolorosi di chi continua vivere e di chi è destinato a lasciarci. Di chi muore e di chi dovrà essere “riparato”, come un giocattolo rotto.

Un romanzo perfetto ed impeccabile sia nella forma che nello stile. L’autrice sa scavare i sentimenti racchiusi nella patina del dolore. ci fa partecipi con occhio discreto, ma realista.

Come un cameraman che registra tutte le immagini di quei momenti, Maylis lo fa con l’arte delle parole e delle frasi, senza mai cadere nel pietismo.

Un romanzo forte che scaverà il cuore di chi lo legge.

Sinossi

Riparare i viventi.

Tre adolescenti di ritorno da una sessione di surf su un furgoncino tappezzato di sticker, tre big wave rider, esausti, stralunati ma felici, vanno incontro a un destino che sarà fatale per uno di loro. Incidente stradale, trauma cranico, coma irreversibile, e Simon Limbres entra nel limbo macabramente preannunciato nel suo cognome.

Da quel momento, una macchina inesorabile si mette in moto: bisogna salvare almeno il cuore. La scelta disperata del trapianto, straziante e inevitabile, è rimessa nelle mani dei genitori.

Intorno a loro, come in un coro greco, si muovono le vite degli addetti ai lavori che faranno sì che il cuore di Simon continui a battere in un altro corpo.

Tra accelerazioni e pause, ventiquattro ore di suspense, popolate dalle voci e le azioni delle persone che ruotano attorno a Simon, genitori, dottori, infermiere, équipe mediche, fidanzata, tutti protagonisti dell’avventura, privatissima e al tempo stesso collettiva, di salvare un cuore, non solo organo, ma sede e simbolo della vita.

Scheda libro
Titolo: Riparare i viventi
Autore: Maylis De Kerangal
Casa Editrice: Feltrinelli
Pagine:218


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