“Il fiocco rosso” di Annalisa Allegri

Semplicemente, donne.

“Il fiocco rosso” di Annalisa Allegri

“Il fiocco rosso” di Annalisa Allegri

I raggi del sole accarezzavano le colline illuminando di un verde brillante i prati scintillanti di rugiada.

Una lieve brezza soffiava soave tra i fiori creando l’impressione che danzassero in un armonioso eterno ondeggiamento.

Din don din don: le campane chiamavano i fedeli all’omelia della domenica.

La messa era un appuntamento immancabile nella cattolicissima Belleville.

Ordinate, in silenzio e a testa china, le anime pie entravano in chiesa già pronte a battersi il petto.

Sembrava la fiera del conformismo: uomini a destra con cappello in mano; donne a sinistra con capo coperto. Pantaloni, gilet e giacca gli uni; gonnellone ai piedi e scialle le altre.

Tutti rigorosamente in nero. Non una nota di colore, non una difformità qualunque.
Alla fine della celebrazione gli uomini restavano a parlare tra di loro, i bambini potevano giocare insieme nel grande parco antistante la chiesa, le donne e le bambine si dirigevano di gran lena a casa per riprendere la loro postazione davanti ai fornelli.

I ruoli erano molto ben definiti: gli uomini potevano fare tutto; le donne erano relegate al focolare domestico e ai campi.

Non era ammissibile che facessero attività remunerate né che partecipassero alla vita pubblica.

Addirittura la scuola era loro interdetta, gli era consentito solo di imparare a leggere e fare di conto, il minimo che gli permettesse di portare a termine, in modo efficiente, le incombenze casalinghe.

Alle volte, nei lunghi pomeriggi invernali, si potevano riunire nella grande sala cittadina dove si intrattenevano impastando il pane che poi, una volta cotto nel grande forno comunale, distribuivano ai più bisognosi.
Nessuna si lamentava e la vita scorreva tranquilla con le teste chine che ondeggiavano al ritmo del fruscio delle gonne nere.

Tutto questo grigiore soffocava il cuore ribelle di Genna.

I suoi occhi erano pieni del verde brillante dei prati, dei colori sgargianti dei fiori, dell’azzurro del cielo. Le sue orecchie gioivano al canto degli uccellini, al brusio del vento tra le foglie, al suono dell’acqua che dalla sorgente si riversava gorgheggiante nel fiume che scorreva sotto le sue finestre.

Lei aveva una grande voglia di imparare, di studiare, di fare.

Di nascosto prendeva i libri dalla biblioteca del padre, il reverendo, e li divorava durante la notte, facendo attenzione a rimetterli al loro posto prima del mattino.

Così aveva imparato la storia, la geografia e la letteratura.

Aveva viaggiato con la fantasia scoprendo posti fantastici e personaggi dalle mille sfaccettature; aveva conosciuto tutti i colori
dell’arcobaleno; aveva danzato ed amato; aveva pianto e riso a crepapelle.

Tutto questo nella solitudine della sua camera grigia.

Era decisamente nata nel secolo sbagliato.

Non riusciva davvero più a sopportare questo piattume, era giunto il momento di cambiare vita.

La domenica successiva i belvillesi arrivarono in chiesa con largo anticipo, la voce si era diffusa con la rapidità di una tempesta.

In città non si parlava di altro: “Ma è vero? Genna è partita? Oh povero Don Carlo, che dolore gli ha dato, ma cosa si è messa in testa? Dicono che voglia studiare, addirittura sembra che voglia lavorare!”.

Don Carlo non disse una sola parola in merito alla faccenda, né quel giorno né mai.
Sua figlia non esisteva più.
Passarono dieci lunghi anni, Genna aveva conosciuto il mondo con i suoi veri occhi, aveva amato con il cuore e il corpo, si era laureata e aveva lavorato.

Per mantenersi aveva fatto di tutto: la lavapiatti, la fornaia, la governante e la sarta.
Non si era abbattuta per la grande fatica, aveva tenuto duro e i risultati erano arrivati.

Dopo la laurea aveva trovato lavoro prima come bibliotecaria e poi come maestra.

Fu proprio a scuola che incontrò Lucia, una ragazza che come lei si era ribellata al grigiore di un’esistenza a testa bassa.

All’ombra di una candela progettarono una rivoluzione per permettere ad un sempre maggior numero di donne di alzare lo sguardo.

La loro intraprendenza e il loro coraggio le portò, nel giro di poco tempo, a fondare una rivista, Unite siamo forti, dalle cui pagine incitavano le altre sorelle a ribellarsi e a prendere in mano le loro vite. ù

Divennero il cuore pulsante di un movimento femminista.

Era la Pasqua del 1910, Don Carlo aveva appena finito la predica quando, dal fondo della chiesa, una voce armoniosa e dolcissima, una voce di donna, intonò l’Ave Maria di Schubert.

Mai melodia più dolce aveva aleggiato su quelle teste chine.

Per la prima volta tutti gli occhi si levarono increduli seguendo quelle note.

Genna avanzava lungo la navata, tra i suoi capelli risaltava un grande fiocco di un rosso brillante, in tono con le scarpe e con il colore delle sue labbra.

“Non guardatemi così, le donne possono fare molto più che cantare. Sorelle, oggi Cristo è risorto, onoratelo con la gioia e il canto, amate il mondo e vivete la vita che via ha donato. Rinascete anche voi”.

Genna si girò e ricominciò a cantare.

Alla sua voce se ne unirono altre due: la rivoluzione era iniziata!

 

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