“La principessa innamorata delle parole” di Imelde Genito

Semplicemente, donne.

“La principessa innamorata delle parole” di Imelde Genito

“La principessa innamorata delle parole” di Imelde Genito

Le sue sottili e bianche mani, mentre parlava, solcavano l’aria veloci ma eleganti come le foglie d’autunno descrivono piroette fantasiose nell’aria.

La sua voce risuonava argentina come il corno che chiamava i nobili all’inseguimento della volpe nelle battute di caccia tanto amate dal Re.

I sudditi, specie i bambini, accorrevano ad ascoltarla nella piazza, come gli uccellini si riunivano sul balcone a beccare i tozzi di pane gettati dal fornaio del piccolo borgo, al sorgere del sole.

La principessa Olimpia, la più piccola delle figlie del Re, adorava raccontare le favole.
Non erano storie qualunque, come quelle che ogni tanto i menestrelli giunti da molto lontano venivano a narrare accompagnati dalla cetra, no, erano storie che non finivano mai, continuavano nella testa di chi le aveva udite e si trasformavano in nuovi racconti all’indomani, sempre nella piazza, arricchiti di nuovi particolari.

Era come se Olimpia avesse il dono di accendere la fantasia di tutti i sudditi, anche quelli che non avevano studiato, quelli che forse non sembravano capire, quelli che solitamente erano di poche parole.

Olimpia iniziava la sua storia, infarcita di mille dettagli che facevano sognare: dalle persone più insospettabili, il giorno dopo, arrivavano diversi finali o nuovi agganci con cui proseguire la narrazione.

L’anziano Re non era molto orgoglioso di questa sua figlia che, a differenza delle sorelle, non sembrava essere interessata alla danza, al canto, al ricamo; questa sua figlia che non provava diletto nel passare le ore a spazzolarsi i capelli languendo d’amore; questa sua figlia che il suo prode cavaliere preferiva immaginarselo e raccontarlo, piuttosto che fare di tutto per scovarlo e conquistarlo.

Passavano i mesi, le stagioni e persino gli anni.

Olimpia cresceva, amata dal popolo che adorava assistere ai suoi racconti, ma totalmente estranea al mondo in cui invece vivevano le altre principesse.
Un giorno il Re, preoccupato che Olimpia non si maritasse entro il tempo considerato adeguato a quei tempi, decise di rinchiuderla in una delle torri del castello, per costringerla a dimenticare questa sua passione e ad applicarsi invece nelle attività più consone ad una principessa.

Mise a difesa della torre cinque guardie tra le più audaci e forti. La povera Olimpia non aveva nessuna possibilità di scampo.

Fu così che ella, sentendosi sola e senza speranza, decise almeno di rallegrarsi facendo ciò che più le riusciva: cominciò ad inventarsi una storia, narrandola a voce alta.

Le guardie, dapprima in allerta, non poterono fare a meno di lasciarsi catturare da quel racconto coinvolgente, in cui una principessa, che amava inventare storie, venne rinchiusa nella torre più isolata del castello solo perché non pensava a cercare un consorte.

Come nella favola narrata, una ad una le guardie rapite dalle parole e dalla voce della principessa si assopirono, crollando sui gradini della torre come fantocci di paglia.

La principessa allora fuggì, proseguiva la storia, sellò un destriero bianco e si inoltrò nel bosco, dove incontrò un principe venuto
da lontano proprio per conoscerla, attirato dalla sua fama di cantastorie.

Olimpia forse incontrò così il suo grande amore, anche se non sapremo mai se questo fosse il racconto da lei creato o realmente quello che accadde: quando si tratta della principessa Olimpia, infatti, la fantasia e il mondo reale rischiano di fondersi e non separarsi più.

 

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