“Tra le pieghe del cuore” di Katia Giammusso

Sul foglio non si vede, però sto sorridendo.
Ai lati della bocca nasce malizioso il pensiero che ancora una volta, tra il serio e il faceto, ammetto tutto di me e, sopra ogni cosa, concedo al verde fanciullo che in me vive nascosto tra le pieghe del cuore di fare capolino, monello, anche in questo momento .
È emerso dalla parte più tenera del mio centro per opporsi in un capriccio accigliato:

“No, non ne ho voglia, non ci vengo la fuori, a dire chi sono davvero, a crescere fino in fondo! Lasciatemi stare qui, in questo angolo caldo e sicuro, a tirare sempre più giù il polsino del golfino, a scalciare all’infinito il sassolino trovato nella scarpa!”

Assomiglio anche in questo momento a quel birbante che in me alberga e che mi fa tirare fuori la mia vocina giovane, manifestare ilnmio intento di non crescere fino in fondo, celando, per altro male, il desiderio dei desideri: venire approvata, accettata e amata tanto, sempre, ovunque vada, qualunque cosa io faccia.

Ci si stanca tanto ad essere cosi.

Il dispendio di energie è importante, troppo consistente talvolta, per reggerne il costo.
Va tutto bene e non voglio prendermi troppo sule serio, ma dal centro di tutta me stessa sento nascere un chiaro “NO” .

E non mi piace, io sono fatta per i SÍ, sono tutta un SÍ, che succede?

Questa vibrazione origina piano, dal mio plesso solare e si ingrandisce, espandendosi in ogni direzione, verso la periferia: le gambe e le braccia, i miei piedi e le mie mani.

Da lí si trasferisce in un impulso cinetico che fa battere piano le dita sui tasti, traducendosi in parole: ma non scorrono lievi sui tasti come al solito: c’è reticenza, resistenza.

Bisogna comprendere: ho impiegato più dei due terzi della mia esistenza a sminuirmi, criticarmi, denigrarmi e remarmi contro!

E proprio ora che tutto sommato ho fatto pace con una serie di cose che mi riguardano, mi viene chiesto di esprimere ciò che di me non mi piace.
Non vale!

E che cosa dovrei fare?

Partire dalle orecchie troppo grandi, eredità del nonno?

Dal naso a patata, segno inconfondibile che sono figlia di mio padre?

Dalle dita da bambina, ricordo preciso delle manine di mia nonna?

O vogliamo parlare di questi occhi vispi, curiosi, che non stanno fermi un attimo e che sempre, per forza, come in una condanna, scorgono negli altri la verità e, sfortunatamente, l’insincerità, madre di tutte le colpe?

Perché mi tocca vedere tutto ciò che la mia bocca non riesce poi immancabilmente a tacere ed evitare di denunciare, facendomi inoltrare in una selva di complicazioni?

Se Don Quichotte, lui, difendeva le cause perse, io difendo proprio le persone perse, e la mia voglia di salvare il mondo e di renderlo un
posto migliore di quello che abbiamo trovato, si spinge fino a un’ansia di pacifismo e di resilienza, che tocca punte di ottimismo spinto non sempre condivisibili.
Di recente sono stata tacciata di “buonismo”.

Capisco ci sia di peggio come insulto, ma a me ha fatto tanto male venire malintesa cosi.

Mi sono alterata e battuta contro questo giudizio. Non mi ritengo affatto buonista.
Forse sono buona o forse non abbastanza, non saprei in effetti.

Chi può stabilirlo in fondo? Certo non io.
Ma non sono per l’ostentazione della bontà, la tolleranza dei nemici, fare l’occhiolino agli avversari e sciorinare buoni sentimenti a chi mi sta contro.

Io non posso proprio tollerare l’idea di averceli dei nemici ed è tutta un’altra questione!

Sapere che qualcuno mi è contro, mi è insopportabile, inconcepibile.
Se sono al corrente del fatto che qualcuno ce l’ha con me, non ci dormo la notte, il pensiero mi tormenta e devo andare a ricercare una
soluzione fin dalle prime luci dell’alba.
Da dove nasce questo inesauribile bisogno di essere in pace con tutti gli esseri viventi sulla faccia della Terra?
Che cosa rivela questa necessità di piacere, di venire approvata?

Da dove proviene questo desiderio incontenibile di venire amata sempre?

Sarebbe molto utile scoprirlo, perché i rari ma profondi momenti di scoramento e di tristezza che posso trovarmi a vivere, sono spesso
originati da questo risposta non trovata.

Mentre vedo stagliarsi, nero su bianco, queste primordiali domande, scorgo il fanciullo che vive nelle pieghe del cuore rivolgermi uno
sguardo innocente, un po’ timido e un po’ impaurito.

Sotto le sopracciglia e i capelli arruffati, sento che lui conosce la verità e desidero guadagnarmi tutta la sua fiducia per convincerlo ad emergere dal suo morbido nascondiglio e venire fuori a spiegarmi quello che devo sapere e ricordare.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, di letteratura e  iconografia di genere; sono presidente e fondatrice del portale "Cultura al Femminile" e dell'omonima associazione culturale; amministro la pagina facebook "Letteratura al Femminile; scrivo recensioni e articoli per magazine e siti; insegno italiano agli stranieri; tengo corsi di scrittura creativa; organizzo eventi culturali in tutta Italia; sono attiva contro la violenza sulle donne. Ho collaborato come giurata o autrice per varie antologie. Ho pubblicato un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità; una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte; una fiaba contro i pregiudizi sessisti, "Il segreto delle principesse"; una silloge illustrata di filastrocche sul concepimento e sull'adozione, "E' da una fiaba che tutti arriviamo"; un saggio storico antropologico su Maria Maddalena, "Nero e rosso di Donna. L'ambiguità della femminilità".

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