“Carissima Antonietta” di Agnese Pasquale

Semplicemente, donne.

“Carissima Antonietta” di Agnese Pasquale

carissima antonietta

“Carissima Antonietta” di Agnese Pasquale

Contest Lettere al Femminile

Carissima Antonietta

Carissima Antonietta, come stai?

Non ci vediamo da più di trent’anni, ci siamo perse di vista senza neanche capire perché… Venisti una volta a casa mia, poi ci sentimmo un pezzo per telefono e in seguito, un po’ alla volta, per colpa sicuramente della lontananza e della vita più frenetica ed impegnata, ognuna presa dal suo cercare di realizzare un progetto di futuro, non ci vedemmo più.

Ogni tanto mi ripromettevo di chiamarti, poi rimandavo ad un momento di quiete e di tranquillità, che non ho mai più avuto.

Dopo il mio matrimonio, infatti, ho avuto un bel daffare ad allevare i miei due figli, senza l’aiuto di nessuno e continuando sempre a lavorare!

Eppure mi mancavi, mi mancavano le nostre allegre e chilometriche chiacchierate, mi mancava la tua presenza ironica ed affettuosa… Eri un “tappino piccolo e rotondo”, ma portavi con te una voglia di vivere straordinaria, che ne faceva la tua essenza fondamentale. Ti adoravo letteralmente, tu per me eri diventata una vera sorellina.

La nostra simpatia nacque… all’ospedale dove eri stata ricoverata di urgenza un brutto mattino primaverile. Eri arrivata a Bologna già da qualche tempo e ti eri appena iscritta alla facoltà di astronomia. Fu Salvatore a farci conoscere, lui sapeva tutto di te perché eri sua compaesana.

Ricordo ancora come un incubo la prima volta che ti vidi, confesso che m’impressionai tantissimo nel vederti là distesa in un letto con tubi che ti uscivano da tutte le parti, e il tuo sguardo Antonietta, come posso dimenticare lo sguardo che avevi?

Attorno al tuo letto si respirava un’aria di morte, coloro che venivano a trovarti sussurravano tra loro, convalidando il terribile verdetto, che detestavo con tutto il cuore. Com’era possibile che una creatura buona e dolce come te, così ancora tanto giovane avesse il destino già segnato in tal modo?

Ricordo ancora quando mi avvicinai al tuo letto per presentarmi e parlarti un po’. Non ti parlai come gli altri, ti raccontavo un po’ di me e della mia vita e tu mi ascoltavi con quegli occhi grandi e scuri, colmi di un silenzioso dolore e di tragica consapevolezza.

Passarono i giorni ed all’improvviso, come un vento impetuoso che spazza via ogni nube, cominciò a circolare la notizia che tu avevi dato segnali di impercettibile miglioramento. Poi, insperatamente, ogni giorno venivo a sapere che tu stavi davvero progredendo, che stavi sempre meglio.

Intanto Salvatore se n’era andato e mi aveva lasciato te, in eredità dell’amicizia che ci aveva legati per tanti anni. Ma anche tu sparisti dalla circolazione, ti avevano mandata in un convalescenziario in Toscana.

Tornasti dopo molti mesi, ma quale sorpresa! Eri letteralmente rifiorita con quelle guance rosee e lo sguardo malizioso e vivace: un contrasto assai piacevole con l’Antonietta che avevo conosciuto!

Cominciammo a frequentarci, ad uscire assieme, mi divertivo a conoscerti sempre di più. Talvolta venivo da te, chiacchieravamo per ore e poi mangiavamo assieme un boccone alla buona (eravamo tra studenti!), finendo per uscire a camminare sotto i portici di Bologna.

Venivi anche da me e riempivi la mia stanza di risatine, di scongiuri da piccola sarda qual eri: tiè, tiè, tiè, era il tuo verso preferito. Quando parlavi della tua malattia e del rischio che avevi corso, riuscivi a farmi ridere, perché declamavi: ”Sono venuti attorno per prendermi le misure della bara, tiè, tiè, tiè!” e mostravi la mano con l’indice e il medio intrecciati ”ma io li ho fregati!”

Eppure non eri così serena come volevi apparire.

Ricordo che mi confidasti di dormire spesso male, di avere incubi notturni terribili, per cui ti svegliavi tutta agitata gridando… E come poteva essere diversamente? Solo il tempo che è un gran dottore, poteva lenire le tue ansie, la tua grande paura di avere delle ricadute. Ma riuscivi ad essere sempre allegra, mi piaceva sentire la tua vocetta acuta lanciarsi in mille lazzi e frizzi anche con le tue amiche con cui dividevi l’appartamento. Tra scoppiettanti ed ironiche battutine mi fermavo a pranzo con voi, divertendomi un sacco per l’ingegnosità con cui imbastivate il menu, sempre a base di pastasciutta e insalata che tu mi propinavi regolarmente scondita, provocando le mie colorite proteste.

Sei stata presente anche al mio malessere, a mia volta non stavo più bene da parecchio tempo.

Mi hai aiutata tantissimo, facendo l’impossibile per venire a trovarmi e chiedermi se avevo bisogno di qualcosa, non abitavamo mica porta a porta ed era difficile anche per te trovare il tempo per me. Alla fine fui costretta a tornare a casa per farmi aiutare dai miei. Il resto lo conosci.

Tu continuasti i tuoi studi, motivo per cui eri venuta a Bologna ed io rimasi a casa nel Veneto, trovando alfine la mia guarigione e la mia strada sia nel campo professionale che sentimentale. Per un po’ continuammo a sentirci e a telefonarci, poi… più nulla.

Passarono gli anni ed io ormai pensionata, mi decisi ad imparare ad usare il pc.

Cliccando sul tuo nome ti ripescai. Ed oh,che sorpresa!

La mia carissima Antonietta era una dottoressa laureata in scienze biologiche (avevi cambiato facoltà!) e lavoravi in un centro per la fertilità, ricoprendo un ruolo di responsabilità. Mi commossi e pensai che era una bella rivincita per te lavorare per la vita! Non esitai a farmi viva telefonicamente…Grande fu l’emozione nel risentirci, non avevamo dimenticato nulla di ciò che riguardava la nostra bella amicizia!

Cara Antonietta, attendo una tua visita per riabbracciarti forte!

Mi sei tanto mancata!

Agnese

 

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