Dieci piccoli indiani (…e poi non rimase nessuno)

Semplicemente, donne.

Dieci piccoli indiani (…e poi non rimase nessuno)

“Dieci piccoli indiani (… poi non rimase nessuno)” di Agatha Christie

recensione di Sabrina Corti

Mettete una gita in montagna.

Aggiungete dieci bambini tra i 6 e i 12 anni, un classico di Agatha Christie, mescolate e … il gioco è fatto.

E allora M diventa Marston, L diventa Macarthur, N diventa Wargrave e via così, fino ad assegnare ad ognuno di loro un personaggio specifico.

Mentre si parte, inizia il racconto.

Un misterioso signor Owen, che nessuno dei protagonisti conosce, invita otto persone su un’isola deserta a forma di teschio. Sull’isola una sola grande villa e due domestici.

Eccoli questi dieci piccoli indiani.

Non ho mai capito il motivo di una traduzione così poco conforme al romanzo. Di indiani non vi è l’ombra.

In ogni caso, questi dieci personaggi non si conoscono neppure tra loro e neanche i due domestici sanno chi sia il signor Owen.

Inizia la salita e i “miei” piccoli indiani sono incantati e si ripassano le rispettive identità (“Io sono Blore!” “Io sono Lombard“, “Io sono Rogers“…).

Ma prima, piccoli indiani, vi devo raccontare che in ognuna delle vostre camere è appesa una filastrocca:

Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s’infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l’alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l’orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po’:
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino si impiccò,
e nessuno ne restò.

Ebbene, piccoli, mentre siete tutti seduti a tavola per la cena, da un grammofono una voce cupa incolpa ciascuno di voi di un omicidio commesso tempo prima.

Sul tavolo, su un vassoio: dieci statuette di piccoli negretti.

Venti occhi mi guardano attentissimi!

Poi, uno alla volta, un piccolo indiano muore. In circostanze diverse ma che richiamano esattamente la filastrocca.

E dal vassoio, via via che i personaggi muoiono, sparisce una statuetta.

Sono morto stecchito! Nel mio whisky c’era del cianuro” dice M!

Proprio come dice la filastrocca: hai fatto indigestione!” gridano alcuni altri in coro.

Mamma mia che paura! Chi sarà il prossimo?” dicono i meno eroici.

La salita verso la meta della nostra gita prosegue. Così come il racconto.

Non ammettono interferenze di altri adulti, i miei piccoli indiani.

Quando anche l’ultimo personaggio muore, io taccio.

Silenzio.

Chi è stato? Diccelo! Chi li ha uccisi?

E no, miei piccoli indiani. La strada è lunga e, a meno che qualcuno di voi abbia già  trovato il colpevole, avrete la soluzione solo giunti in cima. Intanto riflettete, e ragionateci sopra.

Secondo voi, chi è stato?

Come sono sorprendenti i ragazzi:come stimolano la fantasia e quante risorse hanno in quelle testoline.

Confabulano tra di loro: non ci sono “spiriti maligni” né streghe, né fantasmi. Tutti, persino i più piccoli, capiscono subito che tutti gli omicidi sono stati commessi da un uomo in carne ed ossa.

Mi tempestano di domande, alcune molto semplici (ma puntualissime) altre più complesse, a cui rispondo con verità ma senza suggerire. Ognuno di loro ha un’idea, magari lontanissima dalla soluzione, eppure logica.

Poi, un “gruppo di lavoro” urla:

“Qualcuno ha fatto finta di morire, ma non è morto, e ha ucciso tutti!”

Bravi, piccoli indiani!

È proprio questa la strada per la soluzione.

Sarebbe stato davvero troppo se fossero giunti al colpevole e con le modalità esattamente previste dall’autrice: li avrei immediatamente ingaggiati per la stesura di una serie di gialli.

E poi siamo giunti in cima.

Ho preso i miei piccoli indiani ed ho mostrato loro come sono andate esattamente le cose.

Benché si tratti di un classico non svelerò il nome dell’assassino per non togliere il gusto a chi volesse leggere il romanzo.

Pensavo di aver imparato tanto da “Dieci piccoli indiani” e invece avevo ancora molto da imparare: i miei piccoli indiani mi hanno insegnato ancora molto.

Mi hanno insegnato che sanno bene cosa sia la fiducia, cosa sia la paura, cosa sia il mettersi in gioco, il confrontarsi, il dire il proprio pensiero senza vergognarsi, mi hanno insegnato che ci possono essere mille soluzioni ad un romanzo.

E mi hanno insegnato che si può fare una gita in montagna senza correre il rischio di essere sommersi dai “Ma quanto manca?” “Sono stanco!” “Ho sete!“…

Vi erano altri bambini nel gruppo, senza una parte, che all’inizio parevano disattenti…ma “poi (disattento) non rimase nessuno“.

Agatha Christie non delude mai.

 

Titolo: Dieci piccoli indiani (…e poi non rimase nessuno)
Autore: Agatha Christie
Editore: Gialli Mondadori
Edizione: 2010
Pagine: 224
Genere: giallo, thriller psicologico
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Sinossi

Dieci persone estranee l’una all’altra sono state invitate a soggiornare in una splendida villa a Nigger Island, senza sapere il nome del generoso ospite. Eppure, chi per curiosità, chi per bisogno, chi per opportunità, hanno accettato l’invito. E ora sono lì, su quell’isola che sorge dal mare, simile a una gigantesca testa, che fa rabbrividire soltanto a vederla. Non hanno trovato il padrone di casa ad aspettarli. Ma hanno trovato una poesia incorniciata e appesa sopra il caminetto di ciascuna camera. E una voce inumana e penetrante che li accusa di essere tutti assassini. Per gli ospiti intrappolati è l’inizio di un interminabile incubo. 

 

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