“Un sogno?” di Elena Fanelli

Semplicemente, donne.

“Un sogno?” di Elena Fanelli

“Un sogno?” di Elena Fanelli

Domande
Senza risposta
In questa notte
Buia
Chi sei tu?
Ė questa
La realtà?
Assordante
La tempesta
Avvolge
Il mio essere
Dubbio
Ė un sogno?

Era una notte buia e tempestosa, io e Roby ancora eravamo in viaggio verso casa.

Le sue mani stringevano con forza il volante e notai, nei suoi occhi, una certa preoccupazione.
Tanti gli argomenti su cui avrei avuto piacere discutere ma, in quel momento, le uniche parole che uscirono dalla mia bocca furono: “Fermiamoci un po'”.

Non mi prestó attenzione…

Non era la prima volta. Da qualche tempo Roby, nei nostri momenti insieme, aveva spesso lo sguardo assente tipico di una persona persa nel proprio mondo, un mondo impenetrabile. I miei tentativi si erano rivelati inutili. Alle mie domande, la risposta era sempre la stessa: “Va tutto bene”.
Lasciai correre.
La strada era, stranamente, deserta. Gli unici suoni: la nostra radio, il battere della pioggia sui vetri e lo swoosh swoosh dei tergicristalli. Mi prese, improvvisa, una grande stanchezzaalla quale mi abbandonai, chiudendo gli occhi. Mi svegliai di soprassalto, eravamo fermi.
“Susanna, la macchina non va più, deve essere successo qualcosa al motore, vedi il fumo?”.
Fu allora che me ne accorsi; l’odore, pungente, cominciava ad entrare nell’abitacolo.

“Ma dove siamo?”.

“Non lo so, il GPS ha smesso di funzionare, mi sono distratto per cercare di metterlo a posto e siamo usciti di strada!”.

A fatica mi trattenni dal fargli notare che, se ci fossimo fermati quando l’avevo detto, tutto questo non sarebbe successo.

“Glielo dirò quando saremo a casa”, pensai.
Ci incamminammo.
Per fortuna, quella sera avevo preferito la comodità all’apparenza, ed indossavo i miei fidati scarponcini, calzoni ed il giubbotto impermeabile con il cappuccio. Ciò nonostante, in breve, fui inzuppata fradicia.

I cellulari, senza campo, servivano come torce improvvisate.

Dopo non so quanto, giungemmo ad un cancello, stranamente aperto.

Decidemmo di entrare, forse avremmo trovato qualcuno. Un fulmine, improvviso, ci colse di sorpresa ed illuminò una villa a più piani. Era una costruzione imponente, sembrava quasi un castello!
Vedemmo una luce al piano più alto e decidemmo di andare a chiedere soccorso.
Bussammo.
Ad aprirci, un maggiordomo impeccabile nel suo vestito nero, con la camicia bianca, il cravattino nero ed i guanti bianchi. Non sembrava sorpreso di vederci. Ci fece accomodare e ci disse di aspettare, avrebbe preso degli asciugamani per noi.

Che piacere fu avere un tetto sopra alla testa!

C’era persino un camino acceso, davanti al quale ci scaldammo.
Improvviso, giunse il suono della musica. Decidemmo di andare a vedere cosa stava succedendo.

“Roby, non ti sembra una scena da Rocky Horror Picture Show? Vedrai che ora ci compare Frankfurten!”, dissi per rompere la tensione.

Entrammo.
E rimasi senza parole. La scena davanti a noi era paradossale. Centinaia di uomini e donne vestiti in modo bizzarro, con il trucco esagerato, proprio come nel film.

Mi accorsi di essere da sola, Roby non era più al mio fianco.

“Perfetto, pensai, così mi si nota per bene! Quando lo trovo lo strozzo!”.

Mi stampai un falso sorriso sulle labbra e cercai di trovare un posto tranquillo dove nascondermi.

Notai, sollevata, che nessuno mi prestava attenzione.
Silenzio.
La musica cessò all’improvviso. E tutti si voltarono verso una scala, della quale mi accorsi solo allora.

In marmo bianco, maestosa, come in un vecchio film di Hollywood.

Non capii il perchė fino a quando la musica ripartì.

Non credetti alle mie orecchie, era proprio Sweet Tranvestite! E, come nel film, una creatura scese dalle scale, negli stessi abiti succinti da donna.

Guardai, incredula e rapita: veniva verso di me. Quando mi fu vicino, mi accorsi che…era Roby!

Stupore.
All’improvviso, tutto divenne chiaro: Roby apparteneva ad un altro pianeta! Svenni.
Voce.
Quella di Roby. “Sveglia dormigliona, siamo arrivati.”

Apro gli occhi, impaurita.

Non piove più. Siamo in macchina, proprio sotto casa.

Lo guardo, ė proprio lui, vestito come alla partenza.

Mi guardo, anche io indosso gli stessi abiti di prima, sono asciutti.

Prendo il cellulare, funziona. Ė passata solo un’ora, il tempo previsto per il nostro rientro.

“Deve essere stato un sogno”, penso. “La prossima volta devo evitare il camembert al forno, ė troppo pesante, ci credo che poi ho questi incubi!”

Scendo dalla macchina, sorridendo, sollevata.
Scarpe.

Da donna, con il tacco alto, rosse, spuntano dai calzoni di Roby.

 

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