“Le maghe del vuoto nel ventre. Storie di anoressia” di Cristina Basile

Semplicemente, donne.

“Le maghe del vuoto nel ventre. Storie di anoressia” di Cristina Basile

“Le maghe del vuoto nel ventre. Storie di anoressia”

di Cristina Basile

ventre

illustrazione di Cristina Basile

Mi avvicinai all’abat-jour della nonna e mi guardai.

Il corpo in cui fino a quel giorno avevo vissuto, mi fu alieno: un involucro in cui ero capitata e che bisognava assolutamente migliorare perché mi fosse affine, sempre più affine. Sempre più fine.

L’anno successivo nuotavo verso mia madre, chiedendole aiuto: non riuscivo più a controllare quella sensazione che faceva di un piatto di pasta qualunque un ammasso di vetri e pietre nella mia bocca.

Mi costò caro ammettere che aveva ragione lei: avevo perso il controllo sulla dieta.

Tutto intorno a noi era pacifico quella mattina, l’acqua una piscina di diamanti sciolti, mentre le mie parole erano dure.
Mia madre si morse le labbra e disse che avremmo chiamato il primario di un reparto che conosceva.

No, non martedì: c’era troppa affluenza, meglio giovedì!, e, stilando la lista di quelle che sembravano manovre militari, si rese conto di essere un’esperta dell’ultimo tema al mondo in cui avrebbe voluto esserlo: l’anoressia.

Una parte di sé restò sul materassino a galleggiare, mentre l’altra sprofondò.

Preda dei più grandi sensi di colpa della terra, guardandola, ebbi voglia di scomparire anch’io, per essere sicura che davanti a lei non rimanesse che il mare.

L’anoressia non era mai stata per me una mancanza d’appetito né il desiderio di somigliare alle modelle sulle riviste.
Era uno spazio bianco, in cui mi veniva data l’opportunità di togliermi temporaneamente la carne, per darla alle parole che non sapevo pronunciare e che per questo non potevano essere viste.

Venni affidata al reparto per le specialiste del meno e del nulla, per le maghe del vuoto nel ventre.

Ragazze che, solo scomparendo per incarnare una parola, comparivamo.
Eravamo cacciatrici di purezza e, quando l’acciuffavamo, rimanevamo ore a contemplarla, a guardarne stupite i sublimi contorni.

Milioni di manuali ne parlavano, i medici organizzavano tavole rotonde per comprendere quello strano male, quando sarebbe bastato chiedere a una di noi di farne un quadro.
Il mio sarebbe stato bianco, di fuliggine trasparente, polvere di lucciole e un piacevole senso d’aria marina.
Se avessero visto cosa sperimentavamo digiunando, dubito ci avrebbero impedito di farlo.
La mia prima terapista si chiamava Monica che, per un desiderio di somiglianza o per pura intuizione, sentivo essere stata una maga del vuoto nel ventre anche lei. Ricordo quando, durante una delle sedute, una paziente aveva gridato contro il padre che la lasciava in ospedale: i medici le avrebbero impedito che il vuoto e il vento di cui era a caccia giorno e notte, si spandesse a macchia d’olio, le prendesse tutto quanto il corpo fino a portarselo via.

Sentendosi abbandonata dall’uomo più importante della sua vita, la ragazzina aveva gridato con tutta la forza che aveva; la crisi aveva attraversato i corridoi, i muri, ed era arrivata a me che avevo pianto tutte la lacrime che avevo, come se quell’abbandono lo stessi subendo io.
La pienezza, desiderata da tutti, era insostenibile per me.

Una sola goccia, introdotta nel corpo, scombussolava l’insieme e i sensi di colpa erano tali da inchiodarmi a letto un giorno intero.

Solo schiacciata dalla coperta, confusa tra i suoi cotoni, mi sentivo bene.

Di contro, quando non si mangia, tutto il mondo è un cibo.

Ricordo quando il mio amico Brice mi aveva invitata a visitare la Biblioteca Bulac e quel nome si era stagliato nella mia mente nelle vesti di un formaggio. Ogni cosa aveva il suo codice di corrispondenza in altre forme: un animale ricorda il suo padrone, una canzone un sentimento; quando si è una maga del vuoto nel ventre, ogni cosa è una pietanza.
I medici dissero a mia madre che facevo progressi (quello e prendere peso sono le cose peggiori per una maga), e da una terapia singola passai a una terapia di gruppo.

Fu bello. Le cose e le persone attraverso le loro storie di dolore mi piacevano, erano più autentiche.

Smisi tuttavia di migliorare perché nei gruppi scomparivo, preferivo contemplare gli altri da dietro una tenda.

Manifestarmi era ancora un tabù, un peccato di presunzione che non potevo concedermi.

Nonostante o grazie a quei silenzi, uno dei ragazzi si innamorò di me.

Nella lettera che mi scrisse un giorno, diceva di rendersi conto che eravamo diversi, ma mi prometteva lo sguardo e le risate di cui secondo lui avevo bisogno. Non ci fu mai niente tra noi, ma in un modo o in un altro quella diagnosi, così semplice e “rustica”, fu più vera di qualunque altra, scritta sui grandi fascicoli gialli dell’ospedale, con l’inchiostro di penne di prima qualità.

Iniziai a scrivere poesie e a leggerle in seduta.
Monica mi faceva notare che usciva spesso la tematica del latte e che gli aggettivi che utilizzavo erano sempre «salato», «marcio», «acido».

Così presi a scrutare mia madre, a chiederle come mi aveva allattata, quali pensieri aveva avuto aspettandomi. Era stata felice?
Queste e altre inchieste forse non mi portarono a nulla di tangibile, ma a capire l’importanza delle storie altrui nella mia e il legame che mi univa agli altri, a un mondo che fino a quel momento avevo negato.
Poi non so cosa successe. La vita deve aver trovato nel vuoto del ventre di cui ero maga un’entrata per imporsi e riempirmi dei suoi colori, delle sue giornate fatte di tutto e di niente.

Mi portò una passione, uno sport, un fidanzato, dei viaggi, un’amica poi due. D’un tratto la pienezza non mi disturbò più, anzi ne preparavo volentieri la venuta lucidando gli scaffali della stanza del mio corpo, che iniziai persino decorare, a imbellire con rossetti rossi, vestiti, foulard.
Presi gusto anche a parlare, soprattutto con carta e penna o con pennelli e tela, perché nel farlo mi dimenticavo di me, del mio corpo di legno che un momento prima era dovuto essere assolutamente teso, assolutamente sodo, assolutamente vuoto.

Tre anni dopo, da maga del vuoto nel ventre, ero diventata la maga dei colori nel mondo.

Di ferro il corpo, di ferro il cuore
Corpo di cencio
corpo di mamma, corpo di strada
tante di quelle cose ci passano sopra, che sembra impossibile rimanga lo stesso.
Quindi lo cambio, lo rendo di vento
più volte al giorno, di me, del latte marcio, angusto e freddo,
bevuto in cannucce che sembravano camini infestati,
faccio un nonnulla.
E poi, se di ferro avrò il corpo, di ferro avrò il cuore.

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