“Fuori dal guscio” di Francesca Gnemmi

Semplicemente, donne.

“Fuori dal guscio” di Francesca Gnemmi

“Fuori dal guscio” di Francesca Gnemmi

Le baracche lungo la strada avevano i tetti di foglie di banano e il pavimento in terra battuta.

Esponevano merce colorata, dal profumo esotico. Piedi a mollo in pozze infangate, braccia stanche e ossute ma pronte a tendere la mano.

Decine di bottigliette, contenenti bibite dalle tinte sgargianti e inverosimili, con più bollicine di quante ne avessi mai viste, occupavano buona parte del tavolo, accanto a noci di cocco verdi e dure come corazze di tartaruga.
«Hai sete?»

Sì, ne avevo. Ma avevo anche timore di bere qualcosa che non conoscevo e che sembrava sospetto.

Un attimo dopo, tenevo tra le mani un grosso frutto e mi dissetavo da una cannuccia che spariva nell’enormità di quel guscio.

Era buono il latte di cocco. Aveva il sapore di libertà, di gioia e meraviglia.
Mi rimisi il casco e salii in sella alla moto.
Rogan guidava piano, a zig zag tra marmitte scoppiettanti e gli scarichi densi e neri dei camion. Le strade di Colombo erano un guazzabuglio di ferro in movimento.
Vidi grattacieli e casupole, bazar orientali e vecchie botteghe, hotel moderni per ricchi turisti ed edifici antichi e case coloniali, forse un tempo dei proprietari di grandi piantagioni di tè. Mi portò a visitare la scuola cattolica che aveva frequentato.

Una casa sull’albero in mezzo a un giardino tropicale e costruzioni basse dai tetti rossi collegate da stradine sterrate ospitavano i piccoli studenti.

Decine di bambini dalla divisa immacolata uscirono nel cortile: camicia bianca e calzoncini o gonnellina blu.

Zazzere scarmigliate e lunghe trecce scure, occhi vivici e curiosi. Sorrisi candidi che mi infiammarono il cuore.

Tornata a casa mi guardai allo specchio, soddisfatta.

Avevo amato quella prima giornata al caldo, che mi aveva fatto dimenticare il freddo del gennaio italiano. In un solo giorno la mia pelle si era già scurita e un delizioso accenno di abbronzatura evidenziava il segno della canottiera.
Shiromi si mise a ridere.
La mia non era tintarella ma sporco.
Viaggiando su due ruote tra lo smog, ne ero completamente ricoperta.
Mi aiutò a insaponarmi e sfregare, finché il nocciola divenne rosso e il mio viso tornò pallido come lo era stato fino al mattino.

Quella sera uscimmo tutti insieme e passeggiammo sul lungo mare mangiando pesce fritto, avvolto in carta di giornale.
La zona turistica era l’unica a non osservare l’interruzione di corrente, che lasciava la periferia al buio per un paio di ore ogni giorno.

Nella loro casa si accendevano candele e si chiacchierava sulla veranda. Il quartiere veniva inghiottito dalla notte e il silenzio diventava assordante.

Il mondo si fermava per poi ripartire più dimesso. Ogni volta.

Il mio cuore si spezzò quando, la mattina seguente, la moto anni ’50 si fermò davanti a lunghe mura grigie. «Questo è il lebbrosario di Colombo.»
La lebbra esisteva solo nei libri, alla televisione. Forse in zone remote di luoghi sperduti e abbandonati. Strascico di un’altra epoca.
Qui invece i malati erano in carne ed ossa, chiusi in quella costruzione fatiscente. Erano lebbrosi.

Un brivido corse lungo la schiena. Non era un film. Erano persone, come me.

Ci dirigemmo infine verso la parte industriale della capitale e poi in quella commerciale.

Fabbriche di cotone dai marchi europei e italiani facevano capolino tra le insegne pubblicitarie. In Italia vestiamo la povertà dei cingalesi.
Boutique dei marchi più famosi erano affollate di stranieri. Borse, scarpe e abiti. Io indossavo delle ciabatte comprate a una bancarelle. Vecchi copertoni delle auto rinnovati e riciclati.
Poche cose in valigia, quelle che usavo meno e che mi erano parse semplici e pratiche.

Conobbi culture e religioni diverse che convivono in una lacrima di terra. Sinagoghe e santuari induisti, chiese cattoliche e templi buddisti. Emozioni diverse, ma ogni volta intense.

guscioCibo speziato, frutta e verdura sconosciuta, sapori nuovi. Pasti condivisi dallo stesso piatto. Oli aromatici, peperoncini e colazioni piccanti. Tè inglese e dolci indiani.
Posai un fiore di loto nel tempio buddista dove, una sera, assistetti a un rito, una festa di gioia.

Camminavo a fatica, scalza, sui ciottoli di ghiaia, finché smisi di sentire dolore, sopraffatta dalla sensazione di pace che canti e preghiere trasmettevano. Uscii serena come forse non lo ero mai stata.

Salutai Rogan e Sciromi preparandomi ad attraversare il Paese con Romani e la sua famiglia, tra elefanti, luccioli e statue di Budda. Visitammo Kandy, l’antica capitale, le rovine di Sigyria e l’orfanotrofio degli elefanti.

Vidi le prime lucciole della mia vita, riscoprendo una natura selvaggia e autentica.
Poi, fui lasciata a Negombo, per qualche giorno di tranquillità.

L’hotel era sul mare, nero come petrolio. Onde vischiose si infrangevano a riva, posandosi stanche su lingue di sabbia scura.
Pochi ombrelloni impagliati e sdraio solitarie osservano l’oceano.
Lessi il libro che avevo portato con me in un paio di pomeriggi e, poi, caddi nell’insofferenza. Sola. Non conoscevo nessuno. Nessuno parlava la mia lingua. Con l’inglese ho sempre incespicato un po’.
Il tempo non passava, impantanato in ricordi e riflessioni, timori e dubbi.
Un signore dai capelli bianchi come la camicia e i pantaloni che indossava mi invitò al suo tavolo, per cena, anch’egli convinto di essere l’unico italiano.

Era contento di avere compagnia. Io, più di lui. Non ero una viaggiatrice esperta e ancora mal mi accompagnavo alla solitudine.
Mi lasciò un libro. Era orribile. Lo lessi due volte. Poi, rassegnata, feci i conti con me stessa.

I muri giallognoli della stanza ricordavano l’atmosfera della pellicola de L’amante, nella vecchia Indocina. Tende svolazzanti a tenere lontano gli insetti, lampadari appesi a soffitti scrostati.

Pelle umida e appiccicosa. Pensieri ingombranti.

Le lacrime sgorgarono, copiose. La paura della vita adulta, la lontananza da casa, i sentimenti acerbi traditi divennero pugni in volto e la sofferenza si tramutò in dolore.

Mi trovai stesa sul pavimento, sconfitta e tremante. Sola.

Rimasi distesa, immobile, per un tempo indefinito.

Poi mi rialzai, svuotata, pulita e rigenerata. Pronta ad assaporare il nuovo giorno e tutti quelli che sarebbero succeduti. Conscia dell’esperienza che la notte precedente era stata e di tutto ciò che quel viaggio mi aveva offerto.

Un guscio spezzato. La paura di me stessa svanita.

Sedici anni. Un tempo lontano. Quel pianto fu il primo colmo di consapevolezza, da cui germogliò la necessità di cambiare, per divenire, in parte, ciò che sono oggi.

 

Una risposta.

  1. Ilaria Biondi ha detto:

    Un viaggio intenso fuori e dentro di sé, un ritmo incalzante e una prosa fluida, che scivola come seta sulla pelle! Un bellissimo pezzo, cara Francesca!

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