Intervista alla scrittrice Simonetta Caminiti

Semplicemente, donne.

Intervista alla scrittrice Simonetta Caminiti

Intervista alla scrittrice Simonetta Caminiti

a cura di Luciana Pennino

Simonetta Caminiti è autrice di quattro libri (“L’amore secondo Eva”; “Le ragazze del borgo”; “Senti chi parla – le 101 frasi più famose del cinema e chi le ha dette veramente”; “Specie meno note di sirene”) è giornalista free lance e curatrice di vari blog.

La geografia della sua vita la fa nascere in Calabria, trentacinque anni fa, e le fa muovere importanti passi professionali a Roma e Milano.

Oggi vive tra la Capitale e la sua terra natia, luoghi dove continua ad affinarsi come incantatrice di lettori.
L’ho conosciuta vari anni fa, quando i ruoli erano invertiti: io l’intervistata e lei la reporter… potete capire, ora, quanto sia emozionata e divertita a intervistarla io, per “Cultura al femminile”!

Simonetta Caminiti è una donna caparbia con l’aspetto delicato di una fanciulla d’altri tempi: una fossetta birichina sulla guancia e polpastrelli che felici volano sulla tastiera, producendo romanzi, inchieste, recensioni, approfondimenti di cronaca e via così.
Proviamo a scoprire anche altro, di lei.

 Simonetta piccola cosa sognava per Simonetta adulta?

Sognavo che nella vita avrei scritto sempre, e per sempre: era una certezza.

Lo davo così per scontato (più o meno dai sette anni in su), che in realtà immaginavo di intraprendere altre otto-dieci carriere parallele… e, nel frattempo, solo per passione e vocazione, scrivere storie!
Un sogno su tutti era quello di fare l’attrice, però. Avrei potuto baciare gli attori più belli del mondo. Ed ero spassosa – dicono – nelle imitazioni.

Tornando indietro, qual è la cosa che non faresti mai più e una che ripeteresti ancora più convinta?

Una cosa che non rifarei mai in assoluto?

Forse pertiene alla sfera privata e personale.

Per il resto, anche gli esperimenti (e sono stati tantissimi: io sono un’esploratrice inquieta, eterna) culminati in qualche insuccesso, penso siano stati utilissimi a conoscermi meglio.

La cosa che invece ho fatto e della quale sono quanto mai convinta è… beh, ce ne sono due: una è stata tuffarmi a capofitto nei diecimila colori del giornalismo – che, data la mia formazione letteraria, in principio mi spaventavano un po’ – per scoprire in me talenti che non immaginavo, ma soprattutto per correggere piccoli-grandi aspetti della mia personalità, maturare, vivere avventure che oggi mi rendono orgogliosa del mio lavoro di giornalista a tuttotondo (settore ferocemente competitivo, peraltro!).

Un grazie sconfinato va a Massimo Veronese, grande professionista che mi ha incoraggiata fin dal primo momento a non entrare in ansia di fronte alle sfide del tutto nuove e con un vasto pubblico che ti aspetta al varco.

L’altra cosa che ho fatto e rifarei un miliardo di volte è stata consegnare alle stampe il mio primo romanzo: liberarlo dal mio grembo e vederlo vivere. Anche in più lingue.

Qual è il progetto professionale che oggi assorbe maggiormente le tue energie?

Il progetto è legato a un libro che ho scritto, e a un evento oltreoceano per il quale ho ricevuto un prestigioso invito. Ma è tutto top secret per il momento!

 Qual è il tuo “luogo dell’anima”, quello in cui meglio riesci a rendere in parole e racconti il tuo sentire?

Senz’altro, le altalene circondate da oleandri nel grande giardino di un agriturismo che, nella mia Fuscaldo, mio paese natio, la mia mamma ha messo su dopo una vita d’insegnamento di lettere antiche.

Non solo è un luogo che somiglia alla parte dolce, trasognata e lunare di entrambe… Ma anche il luogo (il posto preciso!) in cui molti anni fa incontrai un grande amore; e il luogo in cui sono sedimentate le idee più importanti per i miei libri.

 Tu sei anche traduttrice, grazie alla tua laurea in lingue e a tanta pratica.
Ebbene, secondo te, tradurre e tradire, che hanno la stessa radice, sono davvero collegati? Una traduzione è sempre anche un po’ un tradimento del testo originale? E tu cosa hai provato nel leggere il tuo romanzo in inglese?

Tradurre è tradire, ma, aggiungono i grandi maestri, è sempre una traduzione d’amore.

Tradurre non significa trasferire la comprensibilità in un concetto da una lingua a un’altra, farlo traghettare da un codice idiomatico a uno diverso. No.

E non è neanche dire esattamente le stesse cose che qualcuno ha detto nella sua lingua trascinandole nella tua.

Tradurre vuol dire inventarsi un modo per creare sul pubblico d’arrivo (diverso per lingua e cultura da quello di provenienza) lo stesso effetto che il testo produce nel suo Paese d’origine.
Significa ricorrere ad equivalenze, piccole violazioni che, paradossalmente, renderanno la tua creatura più fedele a te nel Paese in cui la esporti.

Ed è esattamente la gioia che provo quando leggo il mio “According to Eve”, perché Giulia Bottaro e Beatrice Pedata (traduttrici che hanno lavorato sul mio “Gli arpeggi delle mammole” in continuo contatto con me) hanno svolto un lavoro delicatissimo, intelligente.

E, come Giulia stessa lo ha definito, “caldo”.

C’era amore per il mio testo, e lo si avverte.

Se potessi reincarnarti in una scrittrice del passato, chi sceglieresti?

Troppe! Elsa Morante, Anaïs Nin e Marguerite Yourcenar tra tutte.

Il modo di dire che più ti rappresenta e un aggettivo che meglio descrive la tua scrittura?

Oggi, a 35 anni, direi: “Solo chi non fa… non sbaglia”.

Non ho paura di buttarmi, non mi distruggono i giudizi. E adoro le piccole grandi sfide creative.

L’aggettivo che meglio descrive la mia scrittura? Qualcuno ne parla come di prosa d’arte; io direi “musicale” e, soprattutto, “intima”.

La narrativa erotica ti appartiene: ce ne parli?

La narrativa erotica ha fatto parte del mio mondo.

È stata una tappa del mio viaggio.

È un’esperienza artistica che illustra vita quanto mai terrestre ma anche le intense nuance mistiche che l’eros porta con sé.
È imbalsamare tutto ciò in parole e storie richiede una ispirazione, una ricerca, un richiamo che c’è stato in una fase della mia vita (Le ragazze del borgo sono il risultato).

Oggi, direi che sono incuriosita da (e “colma” di) altri fermenti.

 

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