“Mwende. Ricordo di due anni in Africa” di Stefania Bergo

Semplicemente, donne.

“Mwende. Ricordo di due anni in Africa” di Stefania Bergo

mwende

Matiri

“Mwende. Ricordo di due anni in Africa” di Stefania Bergo

Recensione di Elisabetta Corti

Matiri in lingua locale significa “luogo della polvere” e rende perfettamente l’idea di come si presenti il luogo nei lunghissimi periodi di siccità.

Matiri, un luogo che Stefania conosce bene. Il luogo che ha condotto lei e la sua valigia gialla per la prima volta in Africa.

Questa volta Stefania parte con una consapevolezza diversa.

Al St. Orsola, dove ha lasciato parte del suo cuore ed i suoi progetti, serve un direttore. Per due anni.

E Stefania, nonostante una carriera avviata, prepara di nuovo la sua valigia gialla.

Non c’è una sinossi per questo libro, e per questo ho impiegato un po’ a scrivere una recensione.

È Stefania che parte in carne, ossa e cuore, e qualunque recensione non renderà mai giustizia a chi sa mollar la guida di una nave con il vento in poppa per salire su una zattera ad un solo remo.

Matiri è sempre lì, con la sua sabbia rossa che sporca le scarpe. Matiri e le sue contraddizioni.

E soprattutto è lì, tra le ingiustizie di un mondo che non è equo.

Mentre percorriamo strade fangose su una vecchia autoambulanza, o tentiamo di sbrigare pratiche infinte per il rilascio di un silos, Stefania ci racconta di Matiri, del Kenya, dell’ospedale.

E lo fa con la sincerità di un cuore aperto.

Questo libro non è un reportage, è un quadro di umanità, di diversità, di cose meravigliosamente belle e mostruosamente brutte.

Poi parla anche in italiano, ci ringrazia per la nostra presenza. Perché abbiamo lasciato tutto in Italia per stare qui con loro. Lui non sa nemmeno che siamo noi a dover ringraziare per quello che abbiamo trovato. E, forse, soprattutto per quello che abbiamo perso: il traffico, il caffè alla macchinetta dell’ufficio, le code alla posta, la nebbia, l’affollamento in palestra, l’ansia, la fretta, l’indifferenza…

Per chi, come me, ha letto il precedente capitolo, ritrovarsi nelle stanze dei volontari, è un ritorno ad una comfort zone. L’albero di Tamarindo, come una madre silenziosa, veglia sulle stanze e sull’ospedale.

Eppure è un comfort scomodo. Uno di quelli in cui puoi fare un pisolino, ma dopo un po’ ti svegli perché ti viene il mal di schiena.

O di quelli in cui pensi di rilassarti, ma poi ti svegli in preda ad un incubo. Che è la realtà.

In questi due anni Stefania si rende conto dei suoi limiti, dettati solo dal suo carattere, di certo non dalle sue capacità.

Questo però non intacca ciò che lei stessa ha lasciato a Matiri. Così come le cicatrici che Matiri ha lasciato su di lei.

Ci sono corazze che possiamo costruire per proteggerci, ma ci sono luoghi in cui certe corazze evaporano come neve al sole.

Non sono abbastanza forte per vivere questa realtà così a lungo. Mi spacca il cuore almeno due o tre volte al giorno. Mi sento impotente. Non poter rispondere alle loro preghiere è devastante.

Una esperienza profonda, una realtà che, nonostante la sua durezza, entra nel sangue di chi la vive. Il mal d’Africa, il sentimento per questo continente controverso e ancora così tanto sconosciuto.

A me, semplice lettrice, non resta che consigliare la lettura.

Ormai ho assorbito ogni particella di questo posto che conosco e amo come fosse casa mia – lo sarà sempre, anche tra mille anni, anche se non tornerò più.

Puoi acquistare il libro qui.

 

Titolo: Mwende. Ricordo di due anni in Africa
Autore: Stefania bergo
Editore: Gli scrittori della porta accanto
Anno: 2018

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.