“Post Virginiam” di Cristina Basile

Semplicemente, donne.

“Post Virginiam” di Cristina Basile

“Post Virginiam” di Cristina Basile

Le piaceva allungare il Vermut con l’acqua e berlo di nascosto, gettare i resti del pranzo al cane del vicino, occuparsi di pagare i bonifici alla madre.

Cose che dispiacevano a chiunque altro.

Virginia.

Si era rigirata il mio nome in bocca, come il bon bon alla liquirizia che le veniva dato a forza, quando si ammalava per il freddo. Solo che questa volta nessuno l’aveva forzata, nessuno le aveva detto “prendi questa, devi andare a scuola, se no diventi scema”.

Era venuto così il mio nome, dal nulla o dal cielo, così come stavo per venire io al mondo.
Era la prima volta che sceglieva qualcosa da sola, anche per questo ne andava fiera.

Virginia.

Vi trovava la grazia e la finezza che le erano state precluse in giovinezza, ma di cui aveva letto nei libri, visto i colori nei quadri in una galleria in centro città, quando andarci era un evento eccezionale, che richiedeva abiti appositi.
Ci si era poi trasferita in città, “in campagna crescono pere, non impieghi”, gracchiava la nonna, più lucida del suo crocifisso d’argento. Ma ogni vago sentore di campagna la rallegrava ancora.
In clinica ad esempio, aspettando il ginecologo, aveva molto apprezzato che gli alberi tutt’intorno al cortile fossero pioppi e faggi, gli stessi della casa in cui era cresciuta.
Ebbe un’idea (anche questa era sua, sussultò): mi avrebbe portata lì in fasce e sarebbero stati tutti contenti, di me e ancor più del mio nome, diverso da quelli avuti sinora in famiglia, e che avrebbe portato, come un vaso, la grazia e la finezza che erano mancate a tutti.
La mamma immaginò quel vaso aspergere il salone, inzuppare i tappeti, gli angoli ricamati da tele di ragno.
Tra le altre cose avrei portato calore. Non voleva mi ammalassi per il freddo e che fossi costretta a prendere il bon bon alla liquirizia come lei.

“Scema” comunque non mi avrebbe mai chiamata nessuno, il mio nome era Virginia.

Lì per una cistite, durante i controlli, aveva scoperto di essere incinta e, sorretta da morbidi cuscini, assaporava come sarebbe stato il ricovero nove mesi dopo.

Il mio nome le fluttuava in testa, come io fluttuavo in lei.

Parto. Maternità. Come sarebbe stato il primo? E la seconda? Aveva sentito tante di quelle volte quelle parole, senza che in lei risuonasse alcunché, come sassi che colpendo un’altra donna producevano un’eco, mentre su di lei solo un tonfo sordo.

Eco, anche questo nome non era male.

Lo mise vicino a Virginia e per sei mesi, tutti i nomi che voleva darmi, galleggiarono insieme nello stesso universo amniotico.

Sicura della vita che stava creando e che le pulsava dentro, non ebbe paura quando, scoccata l’ora delle visite, le donne della sua famiglia entrarono.

Ai piedi avevano ancora gli scarponi da lavoro e nella stanza portarono, come una folata, l’attaccamento alla terra, la fiducia contadina nei cicli delle stagioni, la resilienza di fronte alla penuria, qualora la terra fosse stata arida. L’odore delle scrofe.
La zia, la nonna e la sorella scrutavano la mamma: volevano assicurarsi che non le ingannasse.

Volevano vedere coi loro occhi il baluginio che pare illumini il viso di una futura puerpera; lo sconcerto per quella condizione che deforma e arrotonda, come i pani che quelle compravano tutti i giorni, da vent’anni, alla stessa ora, nello stesso forno, per portarlo a casa, sempre la stessa, in cui crescevano i pioppi e i faggi.

Mi sentii assalire.

La mamma mi sussurrò che volevano mettermi addosso, come un pesante abito da comunione, il nome che credevano meglio per me.

Ma ormai era deciso: “Virginia, Eco” erano i miei nomi.
Dopo un documentario sui fiori selvatici, ci si era messo anche “Forsizia”.

I mesi successivi la mamma aveva girato le città limitrofe col papà, bevuto il bicerin “come una vera signora”, ampliato i suoi confini per me, scoperto che gli alberi che poteva amare erano più di due.
Per la mia salute smise di bere Vermut annacquato, per la mia educazione di tirare i resti del pranzo al cane del vicino. Per non affaticarsi, era mio padre a pagare i bonifici adesso.

Il 19 agosto nacqui, nel caldo e nel trambusto.

Avvoltolata in un grosso asciugamano, vidi la finestra da dove mia madre si era ispirata per costruire la nostra vita insieme.

Piansi. Mi misero sulla sua pancia, alla svelta.
Ma mia madre si voltò senza dire una parola.

Vedendole le spalle, svigorii come un palloncino a cui una mano invisibile allenta la presa all’apertura.
Provai a dirle che sapevo che le piacesse il Vermut, che l’idea di andare nella casa in cui era cresciuta, per portarmi in salone come un vaso, era ottima. Balbettai i nomi dei suoi alberi preferiti, le promisi che non avrei mai pianto, avrei dormito la notte. Niente capricci.

Ma non un suono uscì dalla mia bocca.
Non sapevo parlare.

Poi arrivarono le donne, le altre. Con le scarpe da lavoro calcavano il suolo, questa volta con più forza della prima: la terra che avevano coltivato, in quei nove mesi, aveva fatto faville e dato loro fiori, frutti, grani.
Come se di quella natura avessero introiettato la forza, erano diventate prepotenti come tuoni.

Io guardavo la mamma, indagando con gli occhi dove fossero Virginia, Eco, Forsizia, le gite in città, la vita che aveva pianificato per noi nella sua testa.

Ma la mamma non rispose, forse anche lei come non sapeva parlare.
Sua sorella mi sollevò e mi chiamò “Manuela”.

 

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