“Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka

Semplicemente, donne.

“Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka

mare

“Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka

Recensione di Chiara Minutillo

venivamo tutte per mare

Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all’ultima moda, ma molte di più venivamo dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi messi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivamo dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia, e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina.

Venivamo tutte per mare, trasportate su navi enormi, sulle quali viaggiavamo per la prima volta. 

Provenivamo dalla città e dalla campagna; le nostre erano famiglie di coltivatori di riso e di pescatori. Eravamo timide e incerte o arroganti e egoiste.

Venivamo tutte per mare, stipate in una stiva che odorava di marcio e escrementi.

Eravamo invisibili, ci avevano insegnato a esserlo. Quando un marinaio o un passeggero ci notava, era la fine. La nostra vita finiva quella stessa notte. Chi non si gettava in mare era incapace di tornare a sorridere. 

Venivamo tutte per mare, senza nulla in comune.

O forse no. Avevamo tutte un baule, contenente un kimono per la prima notte di nozze e uno per tutti i giorni. Portavamo sempre con noi la fotografia del nostro futuro sposo, che conoscevamo solo per corrispondenza.

Venivamo tutte per mare e eravamo state vendute.

Avevamo un bagaglio di sogni e di segreti. Fuggivamo da disastri che non sapevamo sarebbero successi. Credevamo che l’America, seppur così diversa da noi, ci avrebbe dato la felicità. Non sapevamo che tutto era un inganno. Eppure, alla fine, ci adattammo. Perché non eravamo sole. Avevamo tutte un unico destino.

Venivamo tutte per mare e nessuna di noi potè tornare indietro, se non con disonore.

Sulla nave non potevamo sapere che quando avremmo visto i nostri mariti non li avremmo riconosciuti. Che tutti quegli uomini in berretto di maglia e cappotto nero sdrucito che ci aspettavano giù sul molo sarebbero stati così diversi dai bei giovanotti delle fotografie. Che le fotografie che ci avevano mandato erano vecchie di vent’anni. Che le lettere che ci avevano scritto erano state scritte da altri, professionisti della bella calligrafia che di mestiere raccontavano bugie e conquistavano cuori. Che nel sentir gridare i nostri nomi dalla terraferma, una di noi si sarebbe girata coprendosi gli occhi – Voglio tornare a casa – ma tutte le altre avrebbero abbassato la testa, si sarebbero lisciate la gonna del kimono e sarebbero scese dalla passerella per uscire nel giorno ancora tiepido. Questa è l’America, ci saremmo dette, non c’è nulla di cui preoccuparsi. E ci saremmo sbagliate.

“Venivamo tutte per mare” è un libro scritto da Julie Otsuka. Vincitore di tre premi, questo romanzo narra la storia delle donne giapponesi giunte in America agli inizi del Novecento. Giovani spose, chiamate “spose in fotografia”. Ragazze con sogni e speranze, spesso infrante.

Non c’è una protagonista in questo romanzo. La voce narrante è una voce corale. Ogni donna racconta la sua storia. Le promesse e desideri, le delusioni e i timori davanti alla minaccia della guerra.

“Venivamo tutte per mare” è un romanzo di straordinaria intensità.

Delicato anche nella trasmissione dei sentimenti più forti, come è proprio della cultura giapponese. Leggendolo si ha quasi la sensazione che si tratti di una preghiera, di un’implorazione a conoscere la storia. Non solo quella con la s maiuscola. 

La singola storia di migliaia di donne. Voci perdute nel vento, che raccontano se stesse e chiedono di essere ricordate.

È passato un anno, è quasi ogni traccia dei giapponesi è scomparsa dalle nostre città. Stelle d’oro luccicano alle finestre. Belle e giovani vedove di guerra spingono passeggini nel parco. I cani camminano impettiti, legati a lunghi guinzagli, sui sentieri ombrosi in riva al bacino artificiale. In centro, lungo Main Street, fioriscono le giunchiglie. […] La Harada Grocery è stata rilevata da un cinese di nome Wong, ma per il resto è rimasta identica, e ogni volta che passiamo davanti alla vetrina ci riesce facile immaginare che tutto sia come prima. Ma il signor Harada non è più con noi, e anche gli altri giapponesi sono spariti. Adesso parliamo poco di loro, o non ne parliamo affatto, anche se di tanto in tanto continuiamo a ricevere notizie dall’altro versante delle montagne. […] Ma sono solo dicerie, non è detto che siano vere. Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell’altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo.

SINOSSI

“Da anni” ha dichiarato Julie Otsuka, “volevo raccontare la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi – le cosiddette “spose in fotografia” che giunsero in America all’inizio del Novecento. Mi ero imbattuta in tantissime storie interessanti durante la mia ricerca e volevo raccontarle tutte. Capii che non mi occorreva una protagonista. Avrei raccontato la storia dal punto di vista di un ‘noi’ corale, di un intero gruppo di giovani spose”.

Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l’oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera.

A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l’esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall’autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua.

Autore: Julie Otsuka

Titolo: Venivamo tutte per mare

Editore: Bollati Boringhieri

Pagine:142

Link per l’acquisto: https://www.amazon.it/Venivamo-Tutte-Varianti-Otsuka-Julie/dp/8833922758

 

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