“Un’altra vita”, di Filomena Lamberti e voci amiche di Spaziodonna

Semplicemente, donne.

“Un’altra vita”, di Filomena Lamberti e voci amiche di Spaziodonna

“Un’altra vita. Non è un romanzo. È il coraggio di testimoniare”,

di Filomena Lamberti e voci amiche di Spaziodonna

Recensione di Ilaria Biondi

Filomena

“Il libro è nato dalla volontà di Filomena di testimoniare. La nostra amica a Spaziodonna ha manifestato l’intenzione di parlare di sé sperando che la propria esperienza spinga altre donne a riflettere, a riconoscere segnali allarmanti, a prendere coscienza tempestivamente del rischio e a reagire prima che l’irreparabile si compia.

Filomena è stata semplicemente assecondata e sostenuta anche nella sua decisione di scrivere un libro, senza che all’origine ci fosse un progetto complessivo che solo progressivamente ha preso corpo, espandendosi e raccogliendo il sostegno e l’intervento di amiche e amici della nostra Associazione.

(dalla Presentazione di Elvira Rossi e Vilma Tabano)

Filomena

“Il mio corpo bruciava e anche la mia anima.”

Ingoio le mie ferite, che lacrimano sulla pelle e nelle geometrie scomposte dei pensieri.

Ora dopo ora lui ha distrutto gli aquiloni colorati dei miei sogni, strappato le piume leggere della mia corolla.

Il mio corpo morso dal veleno del suo possesso, dalla rabbia buia delle sue mani di belva assetate di morte.

Il mio amore per lui coagulato nelle cerniere chiuse del cuore.

I miei desideri di gioia affogati nelle spine salate del terrore.

La mia forza di donna braccata, insultata, raspata dall’odore appiccicoso della sua malata gelosia.

Aggrappata al mio ventre di madre, alle palpebre di luna dei miei figli.

Perduta e smarrita nella mia solitudine di figlia, di moglie, di donna.

 “Il mio grande errore fu quello di sopportare.”

Senza voce, senza pensieri, senza me stessa. Un’ombra vuota, alla sua mercé.

A inghiottire un pianto muto, a farmi filo sottile e invisibile, a inciampare nell’apatia insonne e sfinita di una vita incubo.

Ma oggi io mi costruisco, e rinasco, nuova, giorno dopo giorno.

Cieca alle paure che hanno per anni stretto il loro nodo scorsoio attorno al mio collo esile.

Sorda agli sguardi invadenti e curiosi che scavano sfacciati nelle gocce lucenti del mio sorriso.

Viva, nella mia pelle martoriata.

Viva, nel volo profumato dell’aria che mi trasporta, libera.

Viva, nella voce che sboccia insieme alle nuvole dorate dell’alba.

Viva, nelle parole ruvide e dolenti che sgorgano dal mio respiro bianco.

Viva, nel sangue amaro delle fatiche che sgranano sudore sulle mie spalle.

Viva, nella mia ribellione di donna, e di madre.

Viva, nel mio dire infine BASTA!

Viva, nei miei pensieri e sogni, che appartengono solo a me stessa.

Viva, nei quattro anni di ricoveri e interventi, nella sofferenza delle mie ferite e nella voglia tenace e testarda di andare avanti.

Viva, nella consapevolezza e nel bisogno di testimoniare.

“Chi ama non fa del male.”

Viva, nella rabbia per un processo-beffa che mi ha scagliato addosso lo scandalo dell’ingiustizia più bieca.

“So che il mio caso è stato trascurato, dimenticato, archiviato frettolosamente.”

Viva, nell’abbraccio, nel sostegno, nell’amicizia di tutte coloro che, con la loro forza, generosità, onestà, coerenza, sete di giustizia e umanità animano l’associazione salernitana di Spaziodonna, grazie alla quale ho preso coscienza di me stessa, della mia situazione, della mia storia e della storia delle donne che mi hanno preceduta.

“La storia dell’associazione Spaziodonna, mai ‘separatista’, come dicono, è tutta scritta nei fatti, per le strade, nelle piazze, nei tribunali, nelle leggi, nelle lotte, negli spettacoli, sulle pietre, sui muri, nelle voci di una città.

Per me è tutta da leggere.

Io ero a Salerno, ma non l’avevo vissuta.

La storia era passata vicino a me, ma io ero prigioniera, schiava, violentata e diventata anche violenta, purtroppo, nei miei pensieri: pensieri di vendetta, pensieri di morte.

Avvocate, psicologhe, assistenti sociali, compagne volontarie mi hanno accolta e aiutata. Mi hanno ascoltato e mi hanno raccontato. Mi hanno dato libri, giornali dell’epoca e riviste da leggere. Leggevo e scrivevo, finalmente libera, anche su internet.”

 

Viva, nell’amore e nella tenerezza che mi sono stati negati, ma che non smetto di cercare.

Viva, nella mia voglia di vivere, libera, che “il gesto cattivo, mostruoso, di un uomo crudele” non è riuscito ad uccidere.

“Ora la mia vita è un’altra vita.”

Filomena

“Donne violate

 

Corpi posseduti da demoni forsennati

giacciono ansanti madidi di paura.

Anime violate private di sorriso

inerti tacciono alla vita.

Scorie di pensiero superstite

vagano fosche in cerca di ragioni.

Immagini deformate si dimenano

nell’uggia di una mente disfatta.

Forsennate cercano un varco nella prigione.

Nell’esuberanza di una lotta disperata

donne ferite si placano ai bagliori della libertà.”

(Elvira Rossi)

Grazie a Elvira Rossi, le cui parole in poesia costellano, come frecce intinte di rosso, la testimonianza lacerante di Filomena Lamberti, e la cui “Anatomia di un amore sbagliato” analizza lucidamente e con partecipata sensibilità il background ristretto e aggressivo nel quale la donna cresce, chiusa a qualsiasi alternativa che non sia il matrimonio con prole, e dove la violenza del suo carnefice germina e trova vigliacca giustificazione.  

Un contesto personale e familiare contraddistinto da anaffettività e profonde incomprensioni e un ambiente culturale e sociale che, con il suo degrado e le sue distorsioni, mutila le potenzialità delle donne e favorisce l’egemonia e l’aggressività maschili.

“[Filomena] ha dovuto patire molto per uscire da una sorta di cattività mentale, la sua, che l’ha resa vulnerabile e facile preda di violenze psicologiche e fisiche.

A poco a poco ha saputo leggere dentro di sé una storia millenaria di rinunce, disparità, sopraffazione, che hanno riguardato tutte le donne. Una storia che nessuno le aveva ancora raccontato e che inizia a scrivere da sola. Scopre l’inganno, le bugie storiche; le stesse, che avevano persuaso le donne per lungo tempo alla sottomissione, trattenevano lei dalla fuga e dalla ribellione.”

Grazie ad Alba Arena, per la sua riflessione sul valore e sulla necessità della ribellione di fronte alla legge del maschio-padrone, che “sperimenta l’ebbrezza del potere e dell’esercizio della forza mettendo la donna in una condizione cronica di debolezza.”

Grazie a Bia Sarasini, che nel suo acuto intervento mette in luce quanto lo “stillicidio quotidiano di violenza fisica e psicologica” che Filomena è costretta a subire per lunghi, lunghissimi anni si nasconda dietro una parvenza di normalità. Normalità però che di normale non ha nulla e nelle cui crepe è fondamentale porgere sguardo attento, prima che sia troppo tardi:

“È tutta qui la chiave per affrontare la violenza sulle donne. Di un uomo su una donna. La conoscenza, la consapevolezza. Riconoscere i segni, mettersi in allarme. Sapere che è possibile, che è normale, appunto. E che potrebbe capitare, anche a me.”

Grazie a Mariateresa Messina, che traccia con estrema finezza e delicatezza la “fiaba nera” di Filomena, il suo tormentato percorso psicologico dall’infanzia segnata dal distacco dalla madre, trauma che ingenera un vuoto d’amore pressoché incolmabile e incolmato, all’incontro con il suo carnefice e i tanti anni di convivenza al suo fianco all’insegna di paure, minacce e prevaricazioni che sfociano nell’atto criminale da lui perpetrato, fino al riscatto della donna e al suo impegno di testimoniare con coraggio, con il volto e con le parole:

“[Filomena] non si lascia imprigionare dal dolore e dallo smarrimento, tant’è che decide di essere testimone di se stessa, inizia un cammino straordinario che le consente di conoscere ambienti diversi per raccontare il suo dramma.”

Grazie a Rino Mele, che con rara grazia poetica rilegge e ri-racconta la tragedia irraccontabile di Filomena attraverso la potenza evocativa e la saggezza arcana del mito, affidandosi alle Metamorfosi ovidiane:

“[…] Il nome musicale di ‘Filomena’, per anagramma incompleto, può trasformarsi in quello di una principessa dalla bellezza senza pari, Filomela. Ne parla Ovidio, nel libro VI delle ‘Metamorfosi.’

Questa storia forse già la conosci, ma i racconti del mito, come quelli delle favole, sono fatti per essere detti infinite volte: chiamiamo mare il ripetersi dell’onda, così la voce che racconta in quell’insistere del suono sembra nuova.

La racconto per te, Filomena, che conosco solo attraverso un’amica dal nome di una piccola rosa, perché tu la ripeta a me.”

Grazie a Pina Mossutto, che con commossa gratitudine ripercorre il calvario di Filomena, ricordando il grido di dolore e la determinazione ad aiutare altre vittime di violenza, la voce garbata e calma attraverso la linea telefonica di Spaziodonna:

“Sono Filomena Lamberti, una donna ‘acidata.’ Da quindici giorni sono uscita dall’ospedale, dove una paziente mi ha suggerito di rivolgermi a voi. […] Vorrei essere di aiuto alle altre donne, non devono commettere i miei stessi errori.”

Grazie a Rosa Di Lorenzo, che racconta come la storia tragica di Filomena si apra a uno spiraglio luminoso grazie alla solidarietà conosciuta a Spaziodonna:

“Filomena si è incontrata con la ‘sorellanza’, un sentimento che avvicina le donne, suscitando legami forti, paragonabili a quelli di sangue.

Sorelle si può nascere e si può diventare.

Delle sorelle si accettano i limiti e i difetti. I rapporti potrebbero talvolta non risultare idilliaci, ma ci sarà sempre spazio per l’amore e la solidarietà.

Le donne con semplicità si riconoscono sorelle senza esserlo. Donne diverse per età, temperamento, esperienze, istruzione si ritrovano insieme per parlare, ascoltare, discutere.

Questo avviene a Spaziodonna.”

Grazie a Rosetta Di Nardo, che chiude la sua intensa “Lettera sull’amicizia” con queste parole:

“Scusa le mie intrusioni nei tuoi sentimenti, scusami se ho azzardato pareri sul tuo agire. Penso che capirai le ragioni che sottendono il desiderio di esserti amica. Voglio condividere con te queste parole di Papa Francesco che certamente ti appartengono: ‘Non lasciarti rubare la speranza, il futuro, la vita.’”

Grazie a Maria Luisa Siano, amica di vecchia data di Filomena, che ha patito insieme a lei e non le ha mai fatto mancare affetto e sostegno incondizionati:

“Il mio più grande desiderio per la mia cara amica è che lei possa trovare una persona che si innamori, se non del suo volto, del suo animo.

La vita a Filomena dovrebbe elargire questo dono e per il marito meschino sarebbe una gran bella lezione.

Vorrei tanto che il male, inflitto a Filomena, trovasse quanto meno una compensazione in una grande gioia.”

Grazie a Vilma Tabano, Presidente di Spaziodonna-Linearosa, che delinea il profilo dell’associazione, dalla sua nascita nel 1978 (nell’edificio che era stato Casa della Donna) fino al momento attuale, mettendone in luce i punti chiave della riflessione e dell’impegno operativo, in un’ottica di crescita individuale e collettiva solidale, mai separatista:

“Certamente riflettiamo sulle donne, tuttavia non dimentichiamo lo stato doloroso di una società intera, piena di rabbia e di rancore, di sopraffazioni e prevaricazioni, in definitiva di violenza dell’uomo sull’uomo, sui bambini, sulle donne, sulla natura.

[…]Andiamo […] insieme donne e uomini verso una società diversa, armonica.

Una società amorevole. Non è facile, ma è possibile.

Con la razionalità degli adulti e l’istinto dei bambini prendiamo per mano Filomena e avanti, per attingere forza dall’Utopia.”

 

Grazie al magistrato Umberto Zampoli, che fa chiarezza sulla dolorosa, intricata e paradossale vicenda giudiziaria di Filomena Lamberti, offesa e umiliata anche dalle Istituzioni, che si sono dimostrate incapaci di dare ascolto al suo grido d’aiuto (più volte reclamato) prima dell’evento criminale e, dopo il vile reato, di rispondere adeguatamente al suo legittimo diritto di ottenere Giustizia.

È inaccettabile pensare che il processo sia avvenuto a insaputa di Filomena, durante la sua degenza in ospedale, e che il marito sia stato condannato a soli 18 mesi di carcere, di cui solo 15 sono stati scontati.

Grazie a Emma Fenu, per la sua illuminante e toccante Postfazione, che chiude con un pensiero di speranza autentica questo cammino di voci.

La speranza del verbo che non può né vuole tacere:

“C’è acido in questo libro.

Non è solo quello colato sulla pelle della protagonista.

Ci ha bruciato tutti, dentro, nelle viscere oscure e indifese.

Ci ha scarnificato l’innocenza e reso, paradossalmente, a nostra volta disperatamente corrosivi, ma senza mai dimenticare di spargere il balsamo lenitivo della speranza, a volte chiamata Utopia, ai piedi di troppe croci da cui deporre maddalene inchiodate.

[…] C’è miele in questo libro.

C’è oro liquido sulle ferite, lo stesso che fu cibo di dei, filosofi e santi, posato sulle labbra infantili di quanti primeggiarono nell’eloquenza, nella parola, diventando usignoli e intonando canti che non possono e non vogliono farsi complici del silenzio e nel silenzio.”

Grazie, con tutto il cuore, soprattutto a Filomena Lamberti, rondine che ad ogni alba volteggia nell’azzurro infinito della sua nuova vita, di “Un’altra vita”.

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SINOSSI

La testimonianza di un’esperienza drammatica raccontata direttamente da Filomena Lamberti che vorrebbe evitare il ripetersi di tale efferata violenza. Un libro denuncia, un libro verità, un libro corale, al quale hanno collaborato amiche e amici dell’associazione Spaziodonna-Linearosa di Salerno.

Titolo: Un’altra vita. Non è un romanzo. È il coraggio di testimoniare
Autore: Filomena Lamberti e voci amiche di Spaziodonna
Genere: Testimonianza
Editore: Arti Grafiche Boccia
Data edizione: 2017
Pagine: 224

 

Una risposta.

  1. Marcella ha detto:

    E’ dare voce alla violenza celata da tante donne ,che non riescono a leggersi come persone che hanno il diritto di essere amate di un amore che non lascia lividi sulla pelle….nel cuore….nella mente

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