“Eleanor Oliphant sta benissimo” – di Gail Honeyman

Semplicemente, donne.

“Eleanor Oliphant sta benissimo” – di Gail Honeyman

Eleanor

“Eleanor Oliphant sta benissimo” – di Gail Honeyman

Recensione di Lisa Molaro

Eleanor

Pubblicato dalla Garzanti a maggio di quest’anno e già tradotto in 35 lingue, “Eleanor sta benissimo” ha subito scalato le classifiche aggiudicandosi il titolo di “Caso editoriale dell’anno”.

Come al solito, i romanzi che fanno tanto clamore e che i media osannano a destra e a manca in me suscitano l’effetto contrario allontanandosi anziché reclamare la mia curiosità…

insomma, prima di leggerlo avrei aspettato che la ridondanza scemasse.

Ci ha messo però lo zampino un brevissimo commento che ho letto in un gruppo facebook dedicato ai libri; si trattava di pochissime righe in cui, davanti ai miei occhi, le giuste parole chiave brillavano attirando la mia attenzione.

Ho quindi trovato il libro, ne ho letto l’incipit e, da lì, ritrovarmelo davanti agli occhi e scorrerne tutte le pagine è stato un attimo.

Ovvio, Eleanor è il classico personaggio a cui ci si affeziona fin da subito, come la donna sgraziata e smilza a cui capitavano di tutti i colori nelle vignette di Silvia Ziche sul settimanale “Donna Moderna”… ve la ricordate? Si chiama “La vita secondo Lucrezia”.

Vignetta presa da Pinterest, creata da Silvia Ziche per Donna Moderna.

Eleanor è una giovane donna dotata di un senso dell’humor che, spesso, coglie solo lei e raramente gli altri la comprendono e ridono delle sue, poche, battute socievoli.

Abita da sola in un monolocale, è seguita dai centri sociali – per cosa, lo scoprirete leggendo la sua Storia – ma non solo, dimora anche in una stanzetta bianca che c’è solo nella sua testa, una stanza dipinta con i colori delle nuvole. Ha una pianta, Polly, banalmente definita dal mondo Parrot Plant ma che lei ha sempre conosciuto, in tutto il suo splendore latino, come Impatiens niamniamensis.

Ama starsene in compagnia di se stessa, isolata dal mondo civile e rapita da quello dei romanzi vittoriani.

Si sente viziata dalle sue abitudini spesso sbagliate e malsane.

Delle bottiglie da scolarsi in eremitaggio domestico, mangiando pizza congelata e leggendo un romanzo dagli effluvi romantici… questo è il suo ideale di fine settimana.

Ma il destino ci si mette in mezzo e appare, come in ogni favola che si rispetti, il principe azzurro da seguire su Facebook.

Biondo, abbronzato ma non indossa la calzamaglia bianca e anziché cavalcare un destriero di razza canta impugnando il microfono in modo allusorio.

“Lui era lì, un dono degli dei: bello, elegante e pieno di talento. Io da sola stavo bene, benissimo, ma dovevo far felice la mamma e tranquillizzarla affinché mi lasciasse in pace.”

Ed ecco che la principessa – che nella realtà principessa non è – scivola dal pero e si sveglia davanti allo specchio:

“Quella sera, a casa, mi guardai allo specchio sopra il lavabo mentre mi lavavo le mani rovinate. Eccomi qui: Eleanor Oliphant. Capelli lunghi, lisci, castano chiaro, che mi scendono giù fino alla vita, pelle chiara, il volto un palinsesto di fuoco. Un naso troppo piccolo e occhi troppo grandi. Orecchie: niente di eccezionale. Altezza più o meno nella media, peso approssimativamente nella media. Aspiro alla medietà… Sono stata al centro di fin troppa attenzione in vita mia. Ignoratemi, passate oltre, non c’è nulla da vedere qui.”

Insomma, una banale conversazione giunta alle sue orecchie davanti alla classica macchinetta del caffè, in ufficio, le ha risvegliato un orgoglio femminile che non sapeva ferito.

Certo, nel romanzo ci sono luoghi comuni come molti additano… ma la vita quotidiana, quella vera, non ne è piena?

Di certo Eleanor non ha un passato comunemente banale e se ancora riesce a trovare dei motivi per colorare la vita – anche se in modo quasi monocromatico –  lo deve solamente al suo carattere e a un’immaginazione talmente potente da sconfinare in patologia psichiatrica.

Eleanor ha vissuto e non vissuto. Si è nascosta dietro abiti insulsi e stivaletti di pelle tra il vintage e l’ortopedico. Non spettegola con i colleghi d’ufficio e in pausa pranzo se ne sta appartata a fare cruciverba.

Chi cerca? Da chi scappa?

Le cose che ho visto non possono essere non-viste. Le cose che ho fatto non possono essere disfatte.

Chi è Raymond? E chi è davvero quel cantante di cui si è invaghita? Lei, che rifugge le etichette, sa davvero andare oltre le apparenze?

Chi è suo padre? E sua madre?

Le convenzioni sociali sono veri indicatori di realtà?

Fare sempre la cosa giusta, sedersi a tavola in modo composto, saper pronunciare le parole correttamente e saper sgusciare un gamberetto con forchetta e coltello… serve davvero, tutto ciò, a proteggersi dal male? Anche se il male dorme sotto il tuo stesso tetto? Anche se poi cambierà residenza e si stabilizzerà dentro la tua testa?

Giunge il mercoledì sera e, come ogni mercoledì sera, il telefono squilla e si deve rispondere.

Non si può deludere la propria madre.

Mai.

Nemmeno quando si vorrebbe poter essere liberi di farlo.

Le madri non sempre sono attorniate dalla fragranza beata delle rose amate dalla Madonna…

 

(…) La scolai con la risolutezza concentrata e inflessibile di un omicida, ma i miei pensieri non sapevano e non volevano annegare e, come orribili cadaveri gonfi, continuavano a fluttuare in superficie nella loro bruttezza pallida e piena di gas. C’era l’orrore del mio autoinganno, naturalmente: lui, io… ma che cosa credevo? Peggio, molto peggio di ciò, era la vergogna. Mi raggomitolai, cercando di occupare il minore spazio possibile nel letto. Spregevole. Mi ero resa ridicola. Ero imbarazzante, come mi aveva sempre detto la mamma. Nel cuscino mi sfuggì un suono, un gemito da animale. Non riuscivo ad aprire gli occhi, non volevo vedere neppure un centimetro della mia pelle.

Eleanor è la protagonista di un romanzo scritto con mano scorrevole, parole forbite che scivolano dalle foglie di una pianta disidratata per affogare dentro dolori troppo grandi da affrontare da soli.

Perché da soli non si sta bene per sempre.

Se vi ho fuorviato in qualche modo, perdonatemi: questo NON è un romanzetto ma una storia di vita cruda, a tratti terribile, in cui si ha la fortuna di entrare sorridendo.

L’apparenza inganna occhi stanchi o troppo bisognosi di illusioni.

“Sul mio cuore ci sono cicatrici altrettanto spesse e deturpanti di quelle che ho in viso. So che ci sono. Spero che resti un po’ di tessuto integro, una chiazza attraverso la quale l’amore possa penetrare e defluire. Lo spero.”

Un gesto gentile fa bene sempre.

Ignis aurum probat.

Titolo: Eleanor sta benissimo
Autore: Gail Honeyman
Editore: Garzanti (17 maggio 2018)

Sinossi:

Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: sto benissimo.
Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate. Poi torno a casa e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene.
Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata di mia madre. Mi chiama dalla prigione. Dopo averla sentita, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto.
E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo.
O così credevo, fino a oggi.
Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E all’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie paure, non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene.
Anzi: benissimo.

Gail Honeyman ha scritto un capolavoro. Un libro che secondo la stampa internazionale più autorevole rimarrà negli annali della letteratura. Un romanzo che per i librai è unico e raro come solo le grandi opere possono essere. In corso di pubblicazione in 35 paesi, è il romanzo d’esordio più venduto di sempre in Inghilterra, dove è da più di un anno in vetta alle classifiche. Ha vinto il Costa First Novel Award e presto diventerà un film. Una protagonista in cui tutti possono riconoscersi. Una storia di resilienza, di forza, di dolore, di speranza. Un grande romanzo con una grande anima.

 

 

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