Hans C. Andersen e la “favola d’arte”: Fiabe e storie

Semplicemente, donne.

Hans C. Andersen e la “favola d’arte”: Fiabe e storie

“Favola sarà lei!” – Parte quarta

Hans C. Andersen e la “favola d’arte” – articolo di Mirella Morelli

Andersen

Dalla Treccani Online appuriamo che Hans Christian Andersen in quarant’anni scrisse oltre 150 “novelle”, le quali lo resero oltremodo famoso prima della sua morte, avvenuta nel 1875.

In esse utilizzò motivi tratti dalla tradizione popolare scandinava oppure rivisitazioni di altre fiabe, quali per esempio quelle delle Mille e una notte; nelle sue novelle fa parlare animali, piante, oggetti del quotidiano e perfino il vento, con un linguaggio diretto e soprattutto comune.

Con animo adulto che, però, ha saputo conservarne il fanciullo, Hans trasferisce nelle sue storie tutto quello che ha imparato sulla vita: la poesia e la consolazione che possono scaturire dalle piccole e usuali cose, ma soprattutto, e con tanta delicatezza, quelle che parrebbe difficile spiegare a un bambino: la morte, la rivalità tra fratelli, il disincanto, l’umiliazione di chi è povero e ignorato dai più, la perdita dei genitori, l’amore disatteso, e via così.

Mario Lodi, nella prefazione a “Hans Christian Andersen, La Sirenetta e altri racconti”, Edizioni BUR dei Ragazzi, 1978, a pag 10 parlando della sua esperienza di lettore dice:

“La fiaba mi fece capire come tutti gli oggetti comuni possono diventare, con un po’ di fantasia, personaggi di storie fantastiche, cosa che nel mio piccolo mondo facevo anch’io come tutti i bambini che avevano uno spazio per giocare e degli amici”.

Dal canto mio, ho letto e studiato molti autori di favole. E, nel mio percorso di appassionata del genere, ho potuto riscontrare in Andersen una sorta di anello di congiunzione, quello che suole chiamarsi l’anello mancante: in sintesi, colui che prende dalle fiabe e mette nelle favole, ma che al contempo effettua anche il suo contrario, ossia prende dalle favole per mettere nelle fiabe.

Alla fine di questo scambio alchemico, nessuna delle due cose è più quello che era prima!

Andersen

Tutto ciò che finora ho teorizzato sulla separazione tra fiabe e favole viene da lui capovolto, perché:

  • si appropria dei protagonisti principali delle fiabe (re, regine, principesse, ecc.) mischiandoli agli oggetti comuni, agli elementi della natura, agli animali: ogni cosa e ognuno può divenire protagonista dei suoi racconti;

  • elimina il lieto fine consolatorio, che era il marchio identificativo della fiaba, lasciando anche a principi e principesse le problematiche, le amarezze, le disgrazie dell’esistenza;

  • ogni sua storia ha una morale, proprio come avviene nelle favole – anche allorché si tratti di fiabe. Talvolta implicita, talvolta espressamente dichiarata a conclusione del racconto (vedi “Il guardiano di porci”, o più ancora “Il colletto inamidato”), ma in ogni storia di Andersen la morale non può mancare.

Considerati questi elementi mi sento di dire che Hans Christian Andersen scrive favole, non solo fiabe, e perciò lo inserisco in questo escursus che ci sta portando dalle origini esopiane od orientali fino alla favola moderna, per arrivare alla contemporaneità della stessa.

Andersen riesce – come già Goethe, e come gli altri autori di favole che lo seguiranno – ad attuare questa cosa meravigliosa che è propria delle favole: calarle nel suo tempo, nella sua contemporaneità – nel caso specifico di Hans, la morale è quella propria della prima metà dell’Ottocento.

Egli prende un oggetto – per esempio un ago – e lo anima, rendendolo protagonista.

Se in passatole fiabe facevano uso di re e regine, con Andersen non esistono più solo costoro.

Da adesso in poi oggetti inanimati, elementi della Natura e tutto quanto di uso comune, diventano protagonisti di un racconto al solo scopo di evidenziare una lezione, una morale, un intento pedagogico, tanto che Hans Christian Andersen sarà un mito per la Pedagogia nascente.

Come scienza, essa studierà a fondo la sua originalità e il suo apporto al mutamento.

Sempre dalla citata prefazione di Mario Lodi, in una nota a pagina 12 leggiamo:

“Riguardo al finale positivo o negativo delle fiabe, lo psicanalista austriaco americano Bruno Bettelheim – “Il mondo incantato, Uso importanza e significati psicanalitici delle fiabe, Feltrinelli 1977” – dà un importante contributo all’analisi dello spessore psicologico di questa forma d’arte. Egli ci mostra come “le fiabe rappresentino in forma fantastica in che cosa consiste il processo del sano sviluppo umano,(…)”

Le fiabe mettono onestamente il bambino di fronte ai più importanti problemi esistenziali (rivalità fraterne, morte dei genitori, angoscia di separazione), gli dicono come deve affrontare risolutamente le gravi difficoltà della vita e, insieme, gli trasmettono un messaggio consolatorio: gli garantiscono cioè che sarà trovata una felice soluzione. Nelle fiabe il finale è sempre lieto. “Il mito è pessimistico, mentre la fiaba è ottimistica”.

(…) Per questo motivo Bettelheim non definisce fiabe quelle di Andersen come La Piccola Fiammiferaia, Il soldatino di Stagno… senza certamente sminuirne le qualità letterarie e l’incanto. Le definisce “…molto belle ma estremamente tristi; esse non trasmettono il sentimento consolatorio che caratterizza il finale delle fiabe.”

Ripartirei da questa analisi bettelheiniana per ricongiungermi al percorso sulle differenze tra favola e fiaba che pure, nei secoli, si è fatto sempre più confuso, organizzandosi in maniera semplicistica intorno al concetto di “fantasioso” e di “irreale”:

  • la differenza tra fiaba e favola sta nel lieto fine consolatorio presente nella fiaba, che la porta ad essere assolutamente avulsa dalla realtà; lieto fine assente nella favola – amara e disillusa.

  • La seconda differenza fondamentale va colta nella morale disincantata e pedagogica tipica delle favole, quasi sempre assente o ritenuta non necessaria nella fiaba.

Supportata dall’idea di Bettelheim, concludo quindi che quelle di Andersen non sono fiabe, quasi mai.

La tristezza, il disincanto, le delusioni e disillusioni sono quelle tipiche dell’antico genere favolistico e fanno leva su concetti universali, ben calabili nel suo tempo così come in ogni altro: povertà, lotta per la sopravvivenza, umiltà, superbia, arroganza, sentimento…

Da questo punto di vista è una fiaba anderseniana “La principessa sul pisello”: è storia di re e regine, ha il lieto fine, conserva la vaghezza di tempo e di luogo.

Per l’indubbio contenuto moralistico, invece, sono favole “Il soldatino di stagno”, “Il brutto anatroccolo”, “La sirenetta”, o favole minori quali “L’ago da lana”, “Il colletto duro”.

Da “Il Colletto Duro”:

“Guardiamoci dunque sempre dal seguire il suo esempio, perché chissà se un giorno anche noi non finiremo tra gli stracci per poi diventare un foglio di carta sul quale, parola per parola, sarà scritta la nostra storia, persino in quei particolari che non ci farebbe piacere diveder resi pubblici…poichè chi amerebbe render note al mondo le proprie pazzie, le proprie debolezze e i propri vizi? Nessuno, nemmeno un colletto duro.”

Allo stesso modo, ne “Il guardiano di porci” ciò che fa la differenza da una fiaba – nonostante la presenza protagonistica di una principessa e di un principe – è la morale alla fine del racconto, amaro come solito, non consolatorio, sicuramente onesto:

“Un tempo ho desiderato di fare di te mia moglie… Ora non più, – disse – Hai respinto le mie richieste, hai gettato via la mia rosa e disprezzato il mio usignuolo…Ma da un sudicio ragazzo ti sei lasciata baciare oltanto perché i suoi giuochi ti divertivano. Ciò che ti è accaduto, non è che una meritata punizione.

Così disse il principe, e se ne andò.(…)

Alla principessa non restò che meditare sui suoi errori.”

Il segreto del successo di Andersensta tutto in questo. La fama e la gradevolezza che egli incontrò tra i suoi contemporanei è cosa insolita, ma a mio parere risponde proprio nel fatto che Hans Christian Andersen sposta il messaggio consolatorio su un altro piano: non basta essere un re per avere tutto, incluso non cadere mai nel ridicolo come i comuni mortali (vedi: Il Re Nudo); non basta essere un principe per avere l’amore e la felicità dalla donna desiderata (vedi: Il guardiano di porci); e accade talvolta che la vita ci faccia sembrare brutti anatroccoli osteggiati da tutti, eppure un giorno le nostre meritevoli capacità ci renderanno agli occhi degli altri belli come un cigno.
Re, regine e principesse sono accomunati a umili, poveri e comuni mortali, e questo per i suoi tempi è davvero un messaggio consolatorio che contiene in sé un certo germe di uguaglianza sociale: non è il rango a renderci felici!

La stessa esistenza di Andersen è consolatoria, com’è chiaro nella favola de “Il brutto anatroccolo”: sua madre è una lavandaia, suo padre un ciabattino. Eppure grazie alla sua scrittura egli sarà ricevuto alla corte dei re.

In Francia, da oltre dieci anni, Napoleone ha fatto tremare i nobili e i ricchi di tutta Europa, in nome dei princìpi rivoluzionari di libertà e di uguaglianza; e anche se nel piccolo paese di Odense il 2 aprile 1805, quando Christian nasce, molte idee rivoluzionarie non sono ancora attecchite, il brutto anatroccolo nuoterà nello stagno lanciando i suoi messaggi provocatori e dimostrando che tutti abbiamo un tempo e un modo di riscatto, tutti possiamo divenire “importanti”.

Andersen

Il messaggio consolatorio è per gli adulti, nascosto nelle storie pedagogiche per bambini – leggi favole.

Per questo Andersen rimarrà sorpreso e deluso quando nella sua città lo festeggiano dedicandogli un monumento in cui è circondato da bambini:

“Bambini? Perchè solo bambini? Io ho scritto per tutti, anche per gli adulti e non solo per i bambini!”.

Non si finirà mai di cogliere la sua amarezza!

Il grosso cruccio di ogni scrittore di favole è tutto qui, in queste parole. La favola ha una scrittura lieve, dall’impalcatura semplice, dal contenuto fantastico, che sottende tuttavia grandi messaggi comprensibili appieno solo alla riflessione di un adulto…

Ma tant’è: neanche uno scrittore di favole di successo come Hans Christian Andersen riuscì a rendere chiaro questo concetto.

Mi piace a questo punto ricapitolare quanto detto, e cioè che le fiabe di Hans stravolgono ogni regola, ogni canone, ogni aspettativa: ed è perciò che si tramutano in favole.

Leggo nel web ((http://www.lafrusta.net/riv_Andersen_e_i_vittoriani.html) di come animali e oggetti comuni si fanno beffe dell’animo umano, od anche di cicogne che parlano con artifici linguistici per mettere in evidenza l’incomunicabilità umana, e di giocattoli mutilati che in una piccola storia d’amore fanno da collante tra borghesia e proletariato…Si sta esagerando con la lettura in chiave troppo contemporanea?

E allora rimaniamo alle storie più note, quali per esempio “Il Brutto Anatroccolo”: storia universalmente valida e senza tempo sull’emarginazione sociale, la solitudine, l’isolamento umano. Oggi si leggerebbe in termini di “mobbing”, di “bullismo”, di “stolking” e via dicendo, ma indipendentemente dal tempo in cui si legge e dalla terminologia usata non si può fare a meno di rilevarne l’universalità del messaggio.

Soffermiamoci poi sulla disperazione amorosa de “La Sirenetta”, sulla solitudine e l’alienazione metropolitana dell’esistenza ne “La Piccola Fiammiferaia”…

Riflettiamo sugli handicap e le menomazioni , sul diversamente abile e sue conseguenze attraverso la storia de “Il Soldatino di Stagno”…

Chi vuole ostinatamente credere che le favole siano racconti sobri ma leggeri, che conducono all’evasione in un mondo fantastico e inesistente, ci dirà che stiamo insinuando cose che in queste storie non ci sono.

Costoro diranno che, seppure in buona fede, facciamo una lettura in chiave troppo attuale, e perciò non consona ai tempi in cui Andersen scriveva: alienazione?! Incomunicabilità?! Solitudine?!

Ma se occorrerà attendere il Novecento perché questi termini vengano usati dalle correnti filosofiche dell’esistenzialismo per descrivere la condizione umana!…

Eppure, vien da obiettare, i casi appena citati sono malesseri universali, e dunque atemporali.

Hans Cristian Andersen li tratta a modo suo, con sensibilità sua, con linguaggio suo, nel tempo suo.

E lo fa in modo lieve e poetico: nasce proprio così, la favola moderna.

Qualcuno infine la definirà “favola d’arte”.

Non una letteratura di serie B, non un ripiego, non un prodotto rivolto solo ed esclusivamente all’animo dei fanciulli, ma una scrittura capace di arrivare dritta al cuore di ogni adulto che abbia saputo conservare in sé la purezza e la sensibilità dell’infanzia.

La favola d’Arte, o favola moderna, prende il suo avvio e folgora i contemporanei di Hans, che ne decretano il successo.

Oggi lo si definirebbe un autore di best sellers, e sicuramente per i suoi tempi lo fu.

La sua notorietà generò malcontento e invidia, lo portò ad essere malcompreso, criticato, talvolta deriso. Le autorità, però, sorprendentemente lo amarono e ne riconobbero la grandezza.

Il percorso della favola, quale genere letterario antico seppur da lui modernamente innovato, sarà ancora lungo e difficile.

Non sa, il sensibile Hans, di aver creato un genere nuovo, anche se dalle lontane e nobili origini, e non sa che ha effettuato una rivoluzione di genere che lascerà segno indelebile.

La vita della favola di stile moderno è solo ai suoi inizi e da qui in poi molti saranno i proseliti.

Ne ha fatta e ne farà, di strada, ma sarà ancora lunga e impervia da percorrere: fintanto che qualcuno la confonderà con la fiaba non potrà mai dirsi al traguardo, che è quello di calarsi nel tempo in cui vive e di cui parla, per raccontarcelo in maniera lieve e poetica, con parole che sfiorino come piuma, pur lasciando impronta indelebile, con storie che narrino di anime, attraverso voci che sembrerebbero non averne.

La favola, un ossimoro per ogni tempo.

Il successo strabiliante di Hans Christian Andersen non mancherà di suscitare invidia negli intellettuali contemporanei.

E l’incomprensione trova la sua massima espressione nella contrapposizione tra il suo stile apparentemente leggero e la cupa filosofia del giovane concittadino, il filosofo Kierkegaard.

Quest’ultimo, per mero dispetto, si cimenterà a sua volta nella scrittura di favole…

…ma di questo parleremo la prossima volta!

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Titolo: Fiabe e storie
Autore: Hans Christian Andersen
Editore: Feltrinelli Universale economica – I classici, 2015, 1044 pagine

Sinossi:

Le fiabe di Hans Christian Andersen, composte e pubblicate in danese fra il 1835 e il 1874, scaturiscono in gran parte dalla fantasia originale dell’autore e solo in minima parte dalla materia popolare cui pure, almeno inizialmente, egli dichiarò di ispirarsi. Il fatto è che – come mette in evidenza Vincenzo Cerami nell’introduzione al volume – Andersen non si limita a ripercorrere e reinterpretare il filo della grande tradizione favolistica europea, inaugurata da Basile, fissata da Perrault e ulteriormente strutturata da Hoffmann. Dotato di un’inquieta tensione romantica e di un’autentica consapevolezza borghese, Andersen “cambia radicalmente la prospettiva della fiaba”. Prima di lui maghi, streghe, gnomi, draghi, fate e orchi erano figure dotate di poteri speciali, dalla sapienza impenetrabile, misteriosa, ignota al lettore. Andersen, al contrario, opera una sorta di umanizzazione di animali e cose, “mettendo in scena protagonisti di sconsolata umanità, immergendosi in creature che per il semplice fatto di non esistere in natura sono segretamente afflitte da un rovello interiore”. Questa dimensione complessa, piena, consapevolmente adulta, che fa delle pagine di Andersen un capolavoro della “letteratura pura”, diventa finalmente percepibile a pieno da parte del lettore italiano, di fronte al corpo completo delle 156 fiabe e storie, riunite qui da Bruno Berni, con una cura meticolosa, in una traduzione omogenea e integrale, condotta sull’edizione critica danese.

Link utili:

https://www.culturalfemminile.com/2018/03/10/le-origini-delle-favole-di-mirella-morelli/

https://www.culturalfemminile.com/2018/05/03/la-favola-dopo-esopo-di-mirella-morelli/

https://www.culturalfemminile.com/2018/05/31/favola-di-johann-wolfgang-von-goethe/

 

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