La svergognata di Sahar Khalifah

Semplicemente, donne.

La svergognata di Sahar Khalifah

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“La svergognata” di Sahar Khalifah

Recensione di Elvira Rossi

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La svergognata” di Sahar Khalifah: un romanzo, quasi una sorta di viaggio interiore di una donna, che protesa a conquistare la propria autonomia considera la discriminazione di genere parte di un sistema sociale gerarchizzato e reso ancora più drammatico dalla occupazione israeliana.

L’io narrante della protagonista con una sensibilità squisitamente femminile e con maestria letteraria  esamina ogni sfumatura del proprio animo, che oscilla tra la rassegnazione e la voglia di opporsi al destino.

L’identità della giovane donna sembra smarrirsi tra le esigenze personali  e il desiderio di essere parte di una comunità.

Il modello rigido di una cultura misogina si scontra con l’aspirazione di Afaf, che sente premere dentro di sé l’istinto creativo del proprio essere.

Svergognata è l’epiteto che le era stato attribuito molto presto, quando bambina assumeva atteggiamenti innocenti, ritenuti non in linea con le aspettative della famiglia e le convenzioni sociali.

Afaf crescendo continuerà a manifestare un temperamento indocile e faticherà a sottostare alle scelte severe di una famiglia borghese, molto attenta al decoro esteriore.

Quante volte, mentre dipinge o balla, sente pronunciare con severità dal padre una espressione, che le resterà per sempre impressa nella mente:

” Questa bambina è una sventata”.

Il suo amore per il disegno, considerato futile, viene sminuito, mentre per Afaf è quanto di più grandioso vi sia al mondo.

Quelli che per lei rappresentano istanti di intensa felicità vengono guastati da disapprovazioni e critiche.

Le donne non devono rincorrere sterili fantasie e vanno educate al realismo:

 “Realismo significa accontentarsi della realtà, accomodarvicisi, sprofondarvi dentro, affrontare il martirio in suo nome”.

Eppure il significato della parola sventata, che le si agita perennemente nella testa, non le appare sconcio, le evoca semplicemente il vento, che con baldanza sprigiona la propria energia senza alcuna soggezione.

Crescendo fisicamente, perde le fattezze infantili e si accorge che per una donna la bellezza rischia di diventare una maledizione, preludio della svergognatezza.

Nella adolescenza, per passare inosservata e sfuggire agli sguardi ammiccanti, cerca di comportarsi come un maschio e cela i segni della femminilità.

Avverte presto il disagio dell’essere donna in una realtà dominata dal potere maschile.

Prima che la sua personalità si formi, incomincia ad avere paura della gente, teme considerazioni e ordini.

La svergognata esita tra adattamento e cambiamento e talvolta come un automa s’impone di assecondare le richieste familiari,  perché non riesce a trovare la forza di ribellarsi.

Ma mentre si sforza di accettare le regole, ne scopre sempre di più le falsità, l’inganno, l’arbitrio, le insopportabili limitazioni.

Confusa e incerta, alla fine, si ritrova ad essere una ribelle imperfetta e una cattiva esecutrice di ordini.

Fluttua incessantemente nel dubbio.

Corpo e cervello si sdoppiano e seguono differenti itinerari.

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Mentre il corpo si lascia sfruttare ed esegue gli ordini, la mente vaga in uno spazio di libertà nel quale a poco a poco emerge un’altra immagine di sé.

Accanto ad Afaf compare una presenza di rilievo: Anbar, la gatta, nella quale la donna vede l’incarnazione di una femminilità libera.

Afaf studia attentamente le mosse di Anbar per apprendere da lei l’arte della insubordinazione e della resistenza.

Un dialogo fitto le unisce costantemente durante le lunghe e noiose giornate:

“Questo tuo essere svincolata dal bisogno d’amore e dai sentimenti. Il tuo lasciarti andare con violenza alle voglie e alla follia dell’istinto, senza possedere, né essere posseduta. Senza servilismo, né sottomissione. Non sei una cagna, che in cambio di un osso ritira le unghie e consegna il suo destino”.

La giovane donna, riflettendo sulla propria esistenza all’interno di un sistema di relazioni più ampio, acquista coscienza delle varie forme di discriminazione.

Le differenze si trasformano in disuguaglianze: uomo-donna, poveri-ricchi, dominanti e dominati.

E la sottomissione femminile è considerata alla stregua di un male insanabile.

Gli incontri con le altre donne, che si scambiano confidenze sui patimenti subiti, si concludono sempre la stessa affermazione: è la sorte delle donne.

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Con il tempo nell’animo di Afaf la tentazione di arrendersi alla rassegnazione si allontana e intanto si prospetta sempre con maggiore chiarezza la strada della ribellione.

Desidera l’amore di un uomo e non la sua protezione.

Non vuole né possedere né essere posseduta.

Afaf ha compreso che la verità è suggerita dalle sensazioni, ma nelle donne è proprio l’istinto ad essere mortificato:

 “ Ora so che le sensazioni sono la verità e che la ragione non è altro che uno scudo che utilizziamo per difenderci…Gli schemi ci limitano, ci fanno perdere le sensazioni. Ci buttano in un deserto sterile dove la ragione ci viene in aiuto per salvarci dal vicolo cieco in cui siamo finiti. Il vicolo cieco della frustrazione alla quale diventiamo avvezzi una volta accettati gli schemi. Un giorno poi scopriamo l’inganno. Ma questo non succede che alla fine, quando già stiamo facendo fagotto per andarcene…”

Afaf vive il proprio malessere in un contesto, che negandole i  diritti civili la colpisce due volte.

Il suo bisogno di libertà non si scontra solo con l’uomo che ha sposato ma anche con la violenza dell’occupazione, che deriva dalle ramificazioni della medesima cultura patriarcale, responsabile di tutte le forme di soggezione.

Afaf si riconosce nella osservazione dell’amica Nawàl:

“Afaf è parte della rivoluzione della donna palestinese e questa è parte della rivoluzione palestinese, che a sua volta è parte della rivoluzione mondiale”.

E arriva al convincimento che:

“era necessario che la donna facesse la rivoluzione perché si verificasse la rivoluzione globale, e il compito dei rivoluzionari era quello di spingere la donna a fare la rivoluzione”.

L’aspetto straordinario di questo libro è la sua capacità di generare un effetto empatico ed è sorprendente la naturalezza  con cui ci si immedesima nei pensieri e nelle emozioni della protagonista.

Questa considerazione svela un legame stretto tra le donne, che possono nascere in qualunque parte del mondo, ma tutte, sebbene in misura differente, sono state e sono costrette a lottare per la propria emancipazione, che coincide con una trasformazione culturale.

E in particolare le donne, come la palestinese Sahar Khalifah autrice de “La svergognata”, prediligono condurre la loro rivoluzione con la parola scritta, che va accolta e sostenuta.

Sinossi

A differenza di altri romanzi della palestinese Khalifah, che trattano della questione palestinese da angolazioni storico-politiche più marcate, il romanzo del 1986 “La svergognata” è incentrato sul tormentato percorso privato di una donna. ‘Afaf è una donna borghese, prigioniera di convenzioni ormai messe in crisi dalla realtà dei tempi, ma non per questo meno oppressive. Dopo alcuni infruttuosi scoppi di ribellione che il marito punisce con l’isolamento e il disprezzo, Afaf, impaurita ma decisa a non cedere, intraprende un viaggio verso il suo Paese occupato dall’esercito israeliano, dove ritrova la madre e un’amica coinvolta nella militanza politica, e decide di divorziare per iniziare un nuovo capitolo esistenziale della propria vita.

Titolo: La svergognata. Diario di una donna palestinese

Autrice. Sahar Khalifa

Editore: Giunti Editore

Anno edizione: 2008

EAN:9788809056305

 

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