“Some like it hot” di Cristina Basile

Semplicemente, donne.

“Some like it hot” di Cristina Basile

“Some like it hot” di Cristina Basile

 

Mi ero inserita nel vestito rosa-salmone consigliatomi da mia nonna. Dico “inserita” perché era stato pensato per un’aringa, mentre io mi situavo tra le balene. Mi era venuta in mente l’immagine del grande cetaceo andando al supermercato. Avevo come goduto di un’esperienza extra-corporea e visto me e le altre signore, casalinghe, spose novelle (come le patate) aggirarsi pesantemente nei reparti, come quelle creature nei documentari.

In quel reparto seppi, per grazia ricevuta o per pura fantasticheria, che eravamo tutte a dieta, ma a nessuna fregava veramente qualcosa.

 

Sentivo che avrebbero anche loro, come me, avuto un improvviso difetto della vista e scelto le patatine normali al posto di quelle proteiche; il pesce fritto al posto di quello scondito.

Ero una balena felice, tanto più che a George piaceva che lo fossi. A letto, la prima volta, nelle sue mani mi ero sentita una bistecca. Per via di una seconda esperienza extra-corporea, vidi come mi aveva afferrato i fianchi e posso promettervi che allo stesso modo avevo preso il cheeseburger da Indiana qualche ora prima.

Sono certa che per lui stare con me fosse un sollievo. Era un uomo dal temperamento forte e caldo, ma cresciuto in una famiglia borghese, che si dava un sacco di arie ed aborriva le manifestazioni del cuore e del corpo. La prima volta che avevo visto sua madre (delusa che suo figlio si fosse messo con una donna di origini messicane, tonda, per nulla isterica e che isterica non ci voleva diventare proprio), aveva pronunciato parole che ricordo ancora, in contesti che non lo richiedevano affatto: “turpitudini”, “pudenda”, “delizioso”, “ignominia”.

 

Ci siamo conosciuti a lavoro, nel luccicante mondo dell’alta moda. Lui si occupa delle varie campagne, del marketing; io sono la segretaria dello stilista, ma non una di quelle che porta i caffè, sbavando per arrivare in tempo. Faccio molto di più, godo della sua fiducia, sono influente perché sorrido (testuali parole). Credo che questa ambiguità, questo non potermi incasellare tra i lavoratori sottopagati, tra quelli che “non ce l’avevano fatta”, e il mio essere curvilinea e sorridente, lo eccitasse. Ero il compromesso perfetto, una donna con cui sarebbe potuto andare all’Opera e davanti a cui avrebbe potuto ruttare, davanti a una partita di baseball, senza dover recitare quattro Avemarie su un piede solo.

 

Mi portò dai suoi amici, Leena e David, che abitavano in una bella casa. I due erano il ritratto delle loro famiglie d’origine, nonché di quella di George (questa gente non si affranca mai veramente…non si deve. Creare è peccato!). Nella hall principale pendeva un gran lampadario e riposava in un canto la statua bianca di una creatura, a metà tra un fauno e un putto, nella posizione della Venere di Botticelli.

A destra delle scale a chioccola, identiche a quelle della serie tv Ally Mcbeal (sì, Leena era avvocato), i passamano erano liberty e sembravano essere stati divelti da una delle fermate metro di Parigi. Vedendole mi estraniai per un minuto; riflettei sul fatto che ci ero andata con mia nonna a Parigi, la stessa che mi aveva consigliato il vestito che portavo quella sera. Assolutamente inadatto. L’avevo indossato in suo onore, in onore della stravaganza di quella donna che cucinava per cento e che spingeva me e le mie cugine là dove la nostra inclinazione naturale ci suggeriva.

Inoltre sapevo che quel vestito sarebbe stato troppo messicano per i nostri amici e mi piaceva essere fuori luogo ogni tanto. Mi piaceva ancor di più che la vita non mi avesse penalizzata per questo ed anzi, assegnato un posto di rilievo nel mondo, addirittura, della moda.

Era la seconda volta che andavamo da Leena e David e avevo azzardato l’ipotesi che i due avessero un problema di coppia e che la presenza di me e Georges, così perfettamente assortiti, li facesse sognare, desse loro l’ispirazione per fare altrettanto. Non ci sarebbero riusciti. Leena era la copia della madre di Georges, una di quelle che arriva veramente alla cassa con le patatine proteiche al posto di quelle fritte e che crede che il “fish and chips” sia una supposta per cani di razza.

 

Ci sedemmo a tavola dove tutti si gettarono sul tema del lavoro per iniziare la conversazione. I nostri amici sarebbero arrivati a parlare di sé solo verso le 22.30, quando l’alcol raccolto nel corpo fosse stato sufficiente e quando le cose “serie” fossero state esaurite.

Si sarebbero lasciati completamente andare poco prima di mezzanotte: orario in cui nelle favole succede sempre qualcosa. Ma prima di tutto: la ciancia.

Una volta che furono rassicurati sul nostro e sul loro status sociale (eravamo tutti in coppia), era il momento di recuperare un’adolescenza non vissuta: Leena avrebbe proposto il gioco della verità o della bottiglia o di “indovina che nome di cosa o di persona hai attaccato sulla fronte con un post-it ” .

Di nuovo un’immagine. La mia adolescenza messicana, il mio scorrazzare a destra e a sinistra con gli amici, quelli veri. I pellegrinaggi nella casa di Frida Kahlo quando mia nonna era diventata troppo handicappata per andarci da sola. Il rispetto per le tappe delle cose che nutrivamo noi bambini, la maturità con cui accompagnavamo i cicli della vita, delle stagioni. Eravamo fluidi. Nella mia famiglia non c’era mai stato arrivismo, carrierismo, l’unica cosa che finiva in -ismo era il nostro cane, Mismo, chiamato così perché il vicino ne aveva uno identico.

 

Poi la mia inclinazione, quella che a mia nonna premeva che accompagnassi, mi aveva portata, paradossalmente, a New York. Ero stata catapultata in una casa impeccabile, con amici impeccabili, frenati dall’infanzia all’età adulta da ogni tipo di dittatura del sentimento, da famiglia ossessionate dalla riuscita, dall’ascesa sociale, in una città che era tutto quello che non ero stata. Mi sentivo una miracolata, una sopravvissuta perché dopo otto anni tenevo ancora il punto.

Con Ysabel, che mi chiamava dal Messico, cantavamo a squarciagola “I’m a Survivor” delle Destiny’s Child, per farci due risate, come una volta.

Da i due capi del filo io portavo i bigodini, lei le mutande del marito Alfonso, perché era ingrassata di nuovo. Troppe empanadas, troppi matrimoni, troppo affetto, anche quello fluidamente arrivato nella sua vita e quella dei suoi figli.

 

Ero ancora viva, ma spesso mi chiedevo cosa avrebbe fatto di me quella solitudine. Sarebbe sempre stata clemente? O mi sarei dovuta trasformare in un mostro a due teste per sopravvivere?  

Riemersi dai miei sogni. George aveva un post-it sulla fronte in cui c’era scritto “Some”; su quello di Leena c’era scritto “Hot”. David non ne aveva nessuno, se l’era forse già fumato.

I tre, ormai sbronzi, sembrava flirtassero tra di loro, sentendosi forti perché i loro genitori, quello, non l’avevano mai fatto. Dissi ad alta voce un altro dei miei timori più grandi, che sembrava andare tanto di moda in quell’ambiente: “a qualcuno piace caldo”. Avrei dovuto vincere la partita o far indignare mio marito perché forse avevo indovinato, ma nessuno mi sentii, erano tutti troppo presi a ridere.

 

 

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