“Non me lo chiedete più” di Michela Andreozzi

Semplicemente, donne.

“Non me lo chiedete più” di Michela Andreozzi

“Non me lo chiedete più. #CHILDFREE La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa”

di Michela Andreozzi

Recensione di Emma Fenu

childfree

“Non me lo chiedete più. #CHILDFREE La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa” è un saggio di Michela Andreozzi, attrice, regista, sceneggiatrice e conduttrice radiofonica, edito da HarperCollins nel 2018.

“La maternità è una vocazione come tante. Dovrebbe essere scelta liberamente, non imposta alle donne”. Anaïs Nin

Dai tempi di Adamo ed Eva, un padre è (era) un uomo con figli, una madre, invece, si completa (completava) in quest’ultimo termine.

Oggi è ancora così?

Dopo la rivoluzione sessuale avviata nel mitico ’68, si è giunti a comprendere che ci sono donne che non hanno istinto materno e possono liberamente scegliere di non riprodursi.

Il termine in voga, nella nostra epoca di social e hashtag, è #childfree che si distingue da #childless, in quanto la prima condizione è frutto di una decisione autonoma e non di una diagnosi di infertilità.

Michela Andreozzi, con piglio ironico e caustico, parte dal raccontare la propria esperienza personale di donna over 40 che, dopo aver atteso, senza trepidazione, di restare incinta, ha deciso di non volere il Bambino che non è arrivato ma che tutte le altre, le “madri”, desideravano per lei.

Trovatasi a scontrarsi con stereotipi tuttora socialmente radicati, per i quali le donne senza istinto materno non sono “normali”; odiano i bambini; sono immature, traumatizzate e frigide; si perdono il meglio della vita e non danno senso completo alla propria esistenza e femminilità, l’autrice ha dovuto e voluto spiegarsi in primis con colei che la ha messa al mondo, poi con il mondo in questione.

Ha precisato di avere una vita felice e appagante, una relazione affettiva definibile famiglia e di aver deciso con coraggio, incurante di una forma subdola di mobbing sociale diffuso, di non fare la madre nella consapevolezza delle proprie paure e, soprattutto, dei propri reali desideri.

Dopo aver elencato donne celebri che hanno condiviso, felicemente, la sua stessa scelta, la Andreozzi si è soffermata sul pregiudizio più forte insito contro le childree, ossia quello di essere le “streghe” dei nostri giorni, le “pericolose” eredi di Eva un tempo come oggi discriminate.

Tale mancata aderenza a un ruolo tradizionalmente connesso con l’essere femminile, infatti, non è certo facile: rende diffidenti le “altre” e spaventa gli uomini che si ritrovano a gestire un’immagine poco rassicurante di compagna.

Se messo a confronto con altri testi che affrontano tematiche affini, come Pentirsi di essere madri della sociologa israeliana Orma Donath,  il saggio in questione è ironico e sfacciato e non si ferma, giustamente, davanti a nessun tabù, spiattellando chiaramente una filosofia di pensiero rispettabile: lo scrivo da childless, ossia da donna senza figli suo malgrado, che si “ostina” a ricorrere alla fecondazione assistita.

Preciso che, proprio come le childfree, anche le childless sono donne complete, felici e realizzate che scelgono liberamente di sottoporsi a cure ormonali mentre si godono la vita e che ugualmente soddisfatte sono anche le mamme “mammissime”, quelle che hanno desiderato esserlo fin da quando hanno stretto al seno una bambola ma che non dimenticano, dopo aver avuto più pargoli, di essere anche donne.

Se immaginate un saggio troppo cinico, vi sbagliate: la lettera finale, rivolta dall’autrice alla migliore amica, quest’ultima madre, esprime grande dolcezza e accoglienza.

L’importante è maturare la consapevolezza che non c’è un solo modo di essere Donna e neppure un solo modo di essere materna e fertile e che il senso della vita è nella vita stessa, quella che i nostri genitori ci hanno donato perché fosse solo un nostro percorso personale di ricerca di significato.

Bisognerebbe non chiederlo e non chiederselo più.

Leggi anche:

http://oubliettemagazine.com/2017/03/16/pentirsi-di-essere-madri-di-orna-donath-un-saggio-su-un-millenario-tabu-del-femminile/

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Sinossi

Ho quarant’anni e spicci e non ho figli. Non li ho, e non ne voglio.
Sono una childfree, cioè senza figli, che è diverso da childless, priva di figli.

Una scelta versus una casualità.
C’è stato un tempo in cui ero convinta che la mia vita avrebbe avuto senso solo quando avrei avuto dei figli.
O almeno ero convinta di crederlo…
Venivo circondata, o meglio, assediata senza via di scampo, dalle gravidanze di sorelle, cugine, cognate, nipoti, amiche, amiche delle amiche. Se non hai in figlio, nella tua vita di donna, cos’hai?
Be’, avevo un lavoro, anzi, una carriera, un guardaroba, un marito, delle belle tette, moltissima cellulite che comunque fa simpatia.
Ma non un figlio.

Ma io lo volevo ‘sto figlio?
Perché non capivo se lo volevo perché lo volevo o perché lo volevano tutte le altre.
Ma si può anche dire di no.

Anche se la pressione sociale è un vero e proprio mobbing. Sottile, fatto di giudizi, paragoni, allusioni, confronti, sfide. È possibile non avere figli, ma non ti è permesso rifiutarne l’idea.
Dire: io non ne voglio, grazie.
Eppure siamo tante, ed è arrivato il momento di farci avanti.

“Quando mi capita di leggere ciò che scrive Michela, sorrido sempre di getto, ogni suo scritto è acuto e ironico, anche quando tratta argomenti che di ironico hanno ben poco. Questo libro è l’essenza di Michela.”
Sabrina Ferilli

Autore: Michela Andreozzi
Titolo: Non me lo chiedete più. #CHILDFREE
Edizione: HarperCollins, 2018

 

 

 

 

 

 

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