“Favole” di Soren Kierkegaard

Semplicemente, donne.

“Favole” di Soren Kierkegaard

“Favole” di Søren Kierkegard

“Favola sarà lei!” – Parte Quinta –  di Mirella Morelli

 

Nel 1999 su LaRepubblica.it si legge un articolo dal titolo “Come Kirkegaard infilzò Andersen”.

L’articolo prende le mosse dalla pubblicazione di un libro, Dalle carte di uno ancora in vita, edite contro il suo volere da Soren Kierkegaard (a cura di Dario Borso, Morcelliana).

“Siamo quasi sempre di opinione diversa e perpetuamente in lotta l’ uno contro l’ altro, mentre però restiamo avvinti insieme da profondi, sacrissimi, indissolubilissimi legami; sì, pur divergendo spesso a guisa di magneti, siamo però nel senso più assoluto inseparabili, anche se i nostri comuni conoscenti solo raramente, forse mai, ci hanno visti insieme.”

Dalle carte di uno ancora in vita fu il primo libro pubblicato da Kierkegaard nel 1838, e lo si legge in lingua italiana grazie allo studioso Dario Borso.

Il clima culturale dell’epoca è caratterizzato da un hegelismo convinto; per quanto concerne Kierkegaard, siamo giusto agli inizi della sua tormentatissima carriera, in una fase esistenziale e teorica che lo contraddistingue per una totale avversione ai grandi sistemi filosofici.

Il romanzo che Kierkegaard prende in esame per demolire l’ intero impianto dell’ opera andersiana è “Nient’altro che un suonatore ambulante”.

Prende avvio da questa concatenazione di libri e di fatti una ostilità letteraria e personale tra i due leggendari e conterranei personaggi, che molti critici hanno liquidato tranquillamente come invidia.

Sempre dal testo di cui Borso è curatore, leggiamo:

“Già sulle fiabe – iniziate a uscire con cadenza annuale a partire dal Natale 1835 – Kierkegaard aveva detto parole definitive:Andersen non ha idea di cosa sia una fiaba, ha un buon cuore e basta, ma cosa c’ entra con la poesia?” (…)

Il colpo è mortale. E dunque ben si capisce la reazione inviperita del malcapitato Andersen.

Meno, francamente, le sue attese di una benevola attenzione da parte di Kierkegaard.

Avrebbe dovuto sapere, un narratore di fiabe come lui, che cosa vagheggiava da bambino il suo futuro stroncatore: Lo chiamavano “Forchetta”. Stando al racconto di sua sorella, veniva dal fatto che, interrogato su cosa avrebbe voluto essere, rispose: “Una forchetta”. Perché? “Be, così potrei inforchettare tutto quello che vorrei sul tavolo”. “Sì, ma se noi arriviamo dopo di te?”. “Allora infilzo voi’“.

L’ironia o, meglio ancora, il sarcasmo di Kierkegaard sul contemporaneo Andersen è gustosissimo e ci induce a riflettere su quanto il successo che arride a qualcuno possa essere talvolta malcompreso, e pertanto disprezzato, da altri.

Va da sé che il malcapitato, dolce scrittore di fiabe e favole Andersen raccoglie tutta la simpatia del lettore, perso in mezzo a questi fuochi incrociati di malevolenze. Incrociati, sì, ma non è mica detto che Andersen stia buono ad incassare, anzi: contraccambia i fendenti.

Questo tuttavia a noi interessa non quanto la domanda: perché Kierkegaard lo osteggia tanto?

Risposta facile: Andersen il favolista ha successo, e lo ha con un genere che è l’esatto contrario della filosofia: della pensosa, riflessiva, caustica filosofia. Della branca intellettuale ostica ai più, insomma intellettualmente d’élite.

Andersen sta vivendo un successo planetario tra i suoi contemporanei – cosa decisamente rara; Kierkegaard invece è un giovanotto scapestrato che crede di avere in sé tutte le risposte esistenziali della vita, e che solo ora arriva sul proscenio dell’intellighentia contemporanea.

E diciamolo pure: osserva Andersen e il suo successo con saccenza, con quella fredda snobberia di chi ritiene le favole un genere minore, debole, fuori dal mondo .

La ferita è profonda per Andersen, per lo scrittore che, avendo ormai dalla sua un grande successo di pubblico, anela ad ottenere lo stesso successo di critica.

La stroncatura di Kierkegaard è letale, e il favolista reagisce scompostamente, definendo il filosofo “un parruccone”.

In tutto questo pungersi e non comprendersi, la domanda che sorge spontanea in noi posteri – e poveri ignavi lettori, è: ma allora perché il filosofo Kierkegaard scrive un libro di favole?

Perchè, se le ritiene un genere letterario minore?

 E qui ognuno potrà dire la sua, a seconda della simpatia od avversione per il filosofo o per il favolista.

Personalmente ritengo che la “favola d’arte”, così come portata al successo di pubblico da Andersen, sia disprezzata e al contempo invidiata, spingendo molti autori a cimentarsi con questo genere antico eppur nuovo, quasi volendosi mettere alla prova.

Al contempo, però, ho incontrato autori che hanno ben compreso lo stile, e il genere, della favola in sé, abbandonandosi al gusto di scriverne, senza remora alcuna.

Dalla Prefazione di Gianni Garrera a “Favole”, di Soren Kierkegaard, Ed. Piccoli Fuochi, Morcelliana, leggiamo:

“In antitesi ad Andersen (che stava diventando, non solo in Danimarca, sempre più famoso e riconosciuto come favolista), Kierkegaard aspirò a una propria maniera di scrivere favole, sebbene favole alterate, radicali, cerebrali, quasi penose, come nuovi esperimenti spirituali.

Ne dà in modo paradossale e laconico il programma in un passaggio del 1847 dei suoi Diari:

“Andersen può raccontare la fiaba delle galosce della felicità – ma io posso raccontare la fiaba della scarpa che stringe…”

Conterranei e quasi coetanei, Kierkegaard e Andersen  forse si scambiarono poche parole dal vivo: Andersen accenna a un incontro per strada in cui Kierkegaard gli annuncia che sta preparando una importante recensione su di lui.

Tra loro i rapporti furono tiepidi, se non freddi.

Più disposti a provare antipatia l’uno per l’altro, procedettero nelle rispettive esistenze e fortune, incrociandosi con qualche dedica e rilasciando commenti diffidenti o apatici.

Soprattutto Kierkegaard non era mai stato favorevole nei confroti di Andersen. (…) Rimprovererà presto ad Andersen di essere un insicuro, un piagnucolone, di mancare di una vera visione del mondo e di fare, nelle sue fiabe, un ricorso al folklore puramente esteriore ed eccessivo per nascondere la povertà di spirito.

Proprio ne Le galosce della felicità Andersen aveva introdotto una parodia di Kierkegaard riconoscibile sotto le spoglie di un pappagallo saccente, che accusa un canarino in gabbia, incarnazione di Andersen, di essere troppo lirico e canterino.”

Questo non è che l’inizio di una schermaglia che caratterizzerà, in maniera assolutamente accesa, tutti i rapporti tra i due conterranei, e di cui deve tener conto chi vuol studiare la favola moderna.

Andersen, innanzi tutto un favolista.

Kierkegaard, innanzi tutto un filosofo.

Se del genere di favole del primo abbiamo detto in maniera dettagliata nella quarta parte di Favola sarà lei”, ora è il caso di parlare del modo di fare favola del filosofo.

Perchè, ricordiamocene, le favole contengono sempre la personalità dell’Autore, attraverso la quale ci viene raccontata in primis la società in cui vive, quindi la morale che vige e, da ultimo ma non ultima, la morale che vorrebbe vigesse!

Diciotto favole.

Dalla loro lettura si deduce che Kierkegaard intende la favola come una storia pensosa, amara, spesso rude, resa simile a un esperimento spirituale.
Al primo impatto i suoi racconti sembrano più delle parabole, dei brani evangelici – d’altronde, egli è un filosofo cattolico, il cui fine ultimo di pensiero è Dio –  e di essi hanno tutto il senso morale e pedagogico.
Se Andersen affronta situazioni tragiche con uno stile che sa fondere grazia e tenerezza alle infinite afflizioni della vita, Kierkegaard al contrario si lascia andare con compiacimento al suo eloquio sofistico.

No, non sono favole di facile lettura.

A dire il vero possono sembrarlo ad uno sguardo superficiale: brevi, senza intreccio, giocate sulla sola contrapposizione dei protagonisti, in uno schema ripetuto che cambia solo i soggetti:

  • personaggio principale e suo contrapposto;

  • scambio di idee;

  • terzo personaggio che fa da sobillatore;

  • personaggio principale che soccombe alla malevolenza e alle astuzie del personaggio contarapposto (in gergo cinematografico si chiamerebbero “protagonista” e “antagonista”)

Mancava un lavoro che le raccogliesse e le studiasse, queste favole-parabola kierkegaardiane.

Esse non hanno un senso a sé, non si leggono per divago ma con la consapevolezza che sono al servizio della sua filosofia, specificandone il pensiero, aggiungendo chiarezza al suo sistema filosofico. E in questo Kierkegaard è riuscito appieno.

In conclusione usano una cifra diversa, ma l’intento è lo stesso, così come il contenuto:

“Nel bosco di Gribb c’è un posto che si chiama Angolo degli otto sentieri; lo trova solo chi è degno di cercarlo, dato che nessunoa mappa lo indica. Il nome stesso sembra contenere una contraddizione, dato che come può un incrocio di otto vie dare un angolo?” (dalla favola omonima “L’angolo degli otto sentieri, pag 62)

Vi sembra questo l’avvio di una favola, così come si è abituati a considerarla, oppure il principio di una argomentazione filosofica?

”Il più tremendo contrasto sarebbe pensare un uccello, una rondine innamorata di una ragazza. La rondine potrebbe, infatti, distinguere la ragazza (nella sua diferenza da ogni altra) ma la ragazza non potrebbe distinguere la rondineda una delle 100.00. Pensa il tormento della rondine, quando al suo ritorno a primavera dice “Sono io!” e la ragazza dice “Non riesco a distinguerti!”  (dalla favola La rondine e la fanciulla, pag 50)

Vi sembra questo l’avvio di una favola, così come siete abituati ad ascoltarla e a desiderarla, o non un esercizio filosofico?

“Pensa che c’erano una volta delle oche che potevano parlare – così si erano organizzate in modo da avere il loro culto divino, il loro servizio divino.

Ogni domenica si radunavano e un papero predicava. (dalla favola L’oca domestica, pag 47)

Vi sembra questo l’avvio di una favola – anche se è presente quel “c’erano una volta” relativo alle oche – o non l’avvio di un discorrere filosofico?

Le diciotto favole ideate da Kierkegaard sono null’altro che il tentativo di raggiungere il grande pubblico, e di spiegare attraverso racconti semplici qualcosa di molto complesso come il pensiero filosofico.

Nulla di più temerario! E l’intento divulgativo e popolare di Kierkegaard gli fa onore… ma il risultato non è granchè.

Il suo pensiero – filosofico e teologico – purtroppo non è ben reso nelle favole, e onestamente non rende un buon servizio né alla filosofia né alla favola come genere.

“La morale delle favole di K. è che tutto ciò che avviene in cielo e in terra deve mantenere la coerenza armonica, perché la totalità richiede la tenuta continua della propria unificazione.” (dalla già citata introduzione al libro, pag 14)

Siamo alla fine dell’Ottocento. E ciò che mi rimane, dalla lettura di “Favole” di Kierkegaard, è il tentativo non proprio ben riuscito di affidare a questo genere letterario un messagio filosofico che è l’esatto contrario della natura della favola: ossia di leggerezza, semplicità, immediatezza di stile, e dunque di comunicazione.

Mi rimane la commozione del suo intento divulgativo della filosofia, attraverso qualsiasi mezzo per spiegarla.

Mi rimane, coerentemente con questo escursus sulla favola, la convinzione che quest’ultima ci accompagna nell’immaginario e nella ricerca di noi stessi, riversando in essa il nostro pensiero: umanitario, etico, sociale e, nel caso specifico di Kierkegaard, amatamente filosofico.

“C’era una volta un giglio, che si trovava in un punto nn troppo lontano da un piccolo ruscello, ed era benvoluto da alcune ortiche e pochi altri fiorellini che erano lì vicini. (…) Ma accadde che un giorno arrivò un uccellino e fece visita al giglio (…) Questo piccolo uccello era un uccello cattivo e invece di mettersi al posto del giglio(…) gli raccontò varie cose, in lungo e in largo, vere e false, di come in altri posti, in gran numero, c’erano altri gigli splendidi…” (da L’avventura del giglio selvatico, pag 39)

In qualche altro angolo di mondo, e solo alcuni decenni più tardi, un altro uomo che risponde al nome di Charles Lutwidge Dodgson, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, sta intando avviando il viaggio immaginario di una bimba, Alice, nel Paese delle Meraviglie.

Il contenuto della favola si arricchisce di nuovi aspetti, così come vuole la mutata società di fine Ottocento…

Ma di questo parleremo la prossima volta!

Link all’acquisto:

https://www.amazon.it/Favole-S%C3%B6ren-Kierkegaard/dp/8837229712

Sinossi:

Kierkegaard non scrisse mai direttamente favole, se non mescolate alle pagine filosofiche o ai discorsi religiosi, a modo di esempi o apologhi.

Eppure, quasi tutte le volte, questi brani iniziano con l’esplicito attacco: “C’era una volta?”.

Differenziandosi da Andersen, Kierkegaard aspirò a una propria maniera di scrivere favole – pensose, amare, talvolta dure – come nuovi esperimenti spirituali.

Questo libro – raccogliendo favole vere, presunte o abbozzate – rivela un volto inedito del pensatore: le voci di un giglio, di un’oca o di un viandante narrano la dimensione esistenziale delle creature.

Titolo: Favole
Autore: Soren Kierkegaard
Editore: Morcelliana, collana Piccoli Fuochi, novembre 2016

 

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