Viaggiare senza fine: il Viaggio nella letteratura classica

Semplicemente, donne.

Viaggiare senza fine: il Viaggio nella letteratura classica

Viaggiare senza fine: il Viaggio nella letteratura classica

di Giulia La Face

Il Viaggio, un tema letterario di una complessità enorme. Ma affascinante e ardito da suggerirci di tentare un excursus, un nostro viaggio nel viaggio per l’appunto, nella letteratura che definiamo classica.

Perchè il Viaggio in quanto tale non ha mai fine e costituisce la trama sottile di ogni racconto, di ogni storia, di ogni eroe o personaggio.

Perchè se la vita è viaggio, la letteratura non si può esimere dal narrare il viaggiare, fisico, letterale, allegorico, metaforico, fantasioso, simbolico, di noi esseri umani. Il topos del viaggio nella letteratura e nei secoli, è metafora di vita e ha caratteristiche, stili, fasi che possiamo rintracciare fin dall’antichità.

Arnold Böcklin – Odysseus and Polyphemus

Sin dall’antichità i viaggi sono esperienza costante in tutti i Paesi, in ogni epoca.  La letteratura, la narrazione li ha eternati, che fossero reali, che fossero metafora del vivere, trasfigurazione della ricerca dell’uomo, della conoscenza, della sostanza spirituale, di se stessi.

Chi di noi non ricorda come la cultura greca e latina sia ricca di opere che affrontano il grande tema del viaggio? L’Odissea di Omero crea l’archetipo del viaggiatore per eccellenza, simbolo di una peregrinazione che pare destino, punizione e premio dell’uomo stesso.

….il mito greco può essere interpretato come un immenso repertorio di racconti di viaggio, nei quali la dimensione dell’immaginario ha naturalmente un ruolo rilevante (Anna Ferrari, “Il viaggio dell’immaginario”)

L’avventura, il coraggio, la curiosità che muove eroi antichi e moderni. Enea, Odisseo. I viaggi di Platone e Filodemo.

Ricordate oltre Ulisse, il personaggio di Giasone? Ne “Le Argonautiche” di Apollonio Rodio, Giasone e gli argonauti partono. Alla ricerca di un vello d’oro. Peregrini coraggiosi fondanti un mito quasi pari ad Ulisse.

Constantine Volanakis: Argo

Con la nascita del Cristianesimo il senso del viaggio assume un significato verticale, come un passaggio dal corpo allo spirito, dall’imminente al trascendente, dall’uomo a Dio.

Dante Alighieri infatti nella Divina Commedia dovrà attraversare prima l’Inferno, poi il Purgatorio ed infine il Paradiso come acquisizione di conoscenza che conduce a Dio. Mentre il viaggio dell’Ulisse dantesco è definito dal poeta fiorentino come “il folle volo” perché l’eroe greco è mosso dalla sete spasmodica di scoprire che lo porterà alla morte, poiché privo della grazia di Dio.

In Dante Ulisse, uomo pellegrino alla ricerca di sé e spinto dal Desiderio, motore di vita, viene immortalato come simbolo di slancio verso l’ignoto.

Ariosto quando ci lascia l’Orlando Furioso ci mostra personaggi che non solo attraversano mari e boschi, ma addirittura arrivano fin sulla Luna!

Gustave Dorè: Orlando Furioso

Ricordiamo, perchè lontano si fa il viaggio medievale e la sua scrittura, che anche Boccaccio nella IV giornata del Decameron ci offe un esempio di viaggio dell’epoca. Landolfo Rufolo, mercante tipico che cerca affermazione sociale, affronta il viaggio della vita, quello che può trasformare la sua esistenza. Sfida destino e sorte, in un tourbillon di avventure.

Storicamente il Medioevo ci fa incontrare i viaggi dei mercanti medioevali, dei pellegrini, dei cavalieri erranti. Dal XII secolo in poi, ci fu la ripresa di narrare l’esperienza reale del viaggio. È il caso di Marco Polo che giunse in Cina percorrendo la via della seta.

Il viaggio di Marco Polo

Il Milione narra il viaggio e la permanenza in Asia del mercante della Repubblica di Venezia, trascritto in francese da Rustichello di Pisa.

In età moderna i viaggi sono minuziosamente descritti come esperienze formative. Tali erano le narrazioni degli itinerari del Grand Tour di stampo e impronta illuminista. Un fenomeno sociale e culturale che in primis coinvolge i rampolli della aristocrazia e successivamente le classi medie, inglesi francesi e della nobiltà italiana.

Tempio della Sibilla a Tivoli e cascata, micromosaico romano, 1817, Hermitage

Nessuno è in grado di comprendere Cesare e Livio come colui che ha compiuto il Grand Tour completo della Francia e dell’Italia” (Richard Lassels, “An Italian Voyage, or compleat Journey Through Italy).

Viaggio in Italia di Goethe ne è  altra grande espressione narrativa. Goethe viaggia in Italia tre anni, nell’ottica del viaggiatore romantico, classicista, curioso di fare esperienze.

Vorrei ricordare il poco citato Micromega di Voltaire, un racconto che nasconde una profonda narrazione filosofica, che avviene proprio durante un viaggio sotto forma di conversazione, tra due protagonisti, Micromega e un abitante di Saturno. Quale modernità in un classico come questo racconto!.

Poi arriva Jonathan Swift e il viaggio di Gulliver si fa parodia dissacrante di quella stessa società aristocratica e illuminista che viaggia. I viaggi di Gulliver è un racconto nato come affascinante allegoria sarcastica della Royal Society inglese di Giacomo I, ma che nel corso della sua realizzazione si trasforma in una sanguinosa satira della vita pubblica inglese, della Corte, della nobiltà, del governo e dei suoi governanti. Degli usi e costumi e delle tradizioni di cui i britannici andavano tanto orgogliosi.

I viaggi di Gulliver seguono uno schema ricorrente: il protagonista Lemuel Gulliver, un moderno Ulisse, nel suo infinito navigare e naufragare approda in quattro diverse terre.

In ognuna  Gulliver tenta di amalgamarsi, di integrarsi. Il protagonista ricerca quei valori di cui a casa sente la mancanza, in una continua esplorazione verso un regno utopico, che alla fine scoprirà non esistere.

 Ed eccoci al secolo del romanticismo! Come non perdersi nell’ottocento romantico, nella figura del viaggiatore inquieto, nella trasfigurante epopea del viaggiatore che compie una maturazione interiore.

Joseph Severn: Posthumous Portrait of Shelley Writing Prometheus Unbound 1845

Il viaggio diventa, per i Romantici, l’itinerario dell’immaginazione verso un mondo ideale. Il luogo mitico della origine del sapere, della civiltà, un luogo lontano dalla realtà borghese così superficiale e materialistica. Il viaggio nasce dal rifiuto della realtà per cercare quegli ideali di libertà, giustizia e verità nei quali crede l’intellettuale romantico.

Vi è molto spesso un legame fra la vita dei letterati che viaggiano incessantemente e i personaggi delle loro opere. Significativo è il caso di Lord Byron che viaggiò in tutto il Mediterraneo, e del personaggio Aroldo che, nel poema “Il pellegrinaggio del giovane Aroldo” (1818) intraprende un itinerario simile a quello del suo autore.

Anche in Italia la letteratura non disdegna questo grande topos. E come mai potrebbe, una terra di viaggiatori non utilizzare il viaggio come topos della vita, della ricerca e darne altissima espressione letteraria?

C’è un grande  Ugo Foscolo: condivide con il suo personaggio Jacopo Ortis, protagonista del romanzo “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” (1802) l’esperienza del viaggio. E’ un peregrinare amaro quello di Foscolo.

Il viaggio nasce dalla delusione dell’eroe romantico che non si sente più guida della società e cerca di placare la sua irrequietezza viaggiando. Scrive infatti Jacopo all’amico Lorenzo:

“Domani parto verso la Francia; e chi sa?” Forse assai più lontano…Tu dirai che forse io dovrei fuggire prima da me stesso…”

Nell’età romantica la ricerca si muove verso un abbandono della esperienza reale del viaggio  nella letteratura. Il viaggiare non rappresenta tanto una scoperta di mondi reali sconosciuti, ma un viaggio interiore alla ricerca di un sé inespresso e soffocato dalle regole sociali soffocanti e ristrette.

Il viaggio diventa via via una ricerca di se stessi, di un Io più profondo. Quasi un’anticipazione della psicoanalisi e dell’inconscio freudiano.

È il caso del Faust di Goethe ad esempio. Un poema drammatico che racconta il patto tra Faust e Mefistofele. Un viaggio alla ricerca dei piaceri e delle bellezze del mondo che si conclude con la redenzione del Faust e della sua identità.

Oppure Il Battello Ebbro di Rimbaud, che ripropone il tema del viaggio in senso metaforico che scardina le ragionevoli certezze della realtà.

Il Viaggio novecentesco diventa fuga, nomadismo inquieto, dove prevalgono le incertezze, . Il viaggio si fa metaforico, simbolico, ricerca interiore, viaggio dell’anima, della coscienza, dell’identità.

Caspar David Friedrich , Wanderer Sopra il mare di nebbia , 1818

Pirandello fa del viaggio l’evasione dalla propria identità. La fuga, attraverso malattia e follia diventa distacco verso una nuova identità.

“Il fu Mattia Pascal” regala al protagonista creduto morto, l’occasione di viaggiare e ricostruirsi una nuova identità. Oppure le novelle “Il treno ha fischiato” e “Il viaggio”, da rileggere nella loro poetica accezione del viaggio come nuova opportunità per essere.

Anche quando la malattia e il viaggio, che seguirà per la protagonista della seconda novella, condurranno alla fine di ogni viaggio, ossia la morte. Ma una morte colma di conoscenza e nuova consapevolezza.

Reale e fantastico, diario e immaginazione, il Viaggio è sempre lo spostarsi dal proprio porto sicuro.

Racconti di terre lontane e sconosciute, attraverso cui un eroe si forma, cresce, si trasforma.

Anche il genere fantasy, che si affaccia a metà dell’Ottocento, affronta il viaggio come evasione in una dimensione totalmente immaginaria. Attingendo peraltro non solo al significato simbolico dei grandi cicli cavallereschi. Attinge a piene mani anche dalla mitologia classica, mesopotamica, scandinava, celtica.

E un classico in questo senso è l’ineguagliabile “Hobbit” cui farà seguito la famosa saga de “Il signore degli anelli”, di Tolkien. Il tema centrale è proprio la ricerca e il viaggio ad essa connessa.

Ricerca e viaggio nella duplice accezione di letterale e metaforica. Bilbo compie un viaggio irto di difficoltà, in luoghi ignoti, sconosciuti. Affronta immensi pericoli alla ricerca di un tesoro.

Ma il vero viaggio ha come raggiungimento finale una meta immateriale: la crescita interiore e la scoperta delle proprie qualità e risorse personali.

Il secolo scorso ha celebrato il topos del viaggio anche attraverso un romanzo che è più di un classico, ma vero manifesto per più di una generazione. Noto in tutto il mondo: il romanzo di Kerouac , On the Road .

Con questo romanzo il viaggio diventa una continua ricerca della libertà collettiva ed individuale e nello stesso tempo una critica della religione e del capitalismo americano che creano alienazione nell’uomo.

Per la Beat Generation di Allen Ginsberg e Jack Kerouac, il viaggio viene visto non tanto come un senso di fuga dalle responsabilità, ma per fondare nuove regole e stili di vita diversi.

L’opera, com’è noto, racconta le tappe, gli incontri e le riflessioni di Dean e Sal, alter ego letterari di Neal Cassady e dello stesso Kerouac, nel corso del loro tour fra States e Messico. In fuga dalle convenzioni borghesi, dalla necessità di avere una dimora stabile e un lavoro fisso, i due amici sperimentano l’ebbrezza della libertà, della musica jazz a tutto volume, dell’amore libero, dell’alcol e della droga.

Il viaggio dei due non è soltanto fisico: c’è spazio anche per l’introspezione, alla ricerca del senso di questo girovagare senza fine.

E senza fine appare il peregrinare di noi su questa terra, che non smettiamo di narrare e di leggere questo viaggio che ha tanti modi di essere vissuto:

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato.”(Andrej Arsen’vico Tarkovskij, Tempo di viaggio, 1983)

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