“Una montagna di briciole” di Elena Gorokhova

Semplicemente, donne.

“Una montagna di briciole” di Elena Gorokhova

“Una montagna di briciole” di Elena Gorokhova

Recensione di Lina Mazzotti

 

Questo libro è la storia di Elena, dei suoi vent’anni trascorsi nell’ex unione Sovietica. Elena è nata nel 1955 e si accorge presto di essere diversa dai membri della sua famiglia e specialmente dalla madre. Ha tanta curiosità verso gli autori stranieri e verso le novità e rimane affascinata dalla lingua inglese.

“Forse, se non avessi trascorso tutte le domeniche di primavera affondando fino alle caviglie nel fango, non mi sarei lasciata sedurre con tanta facilità dai suoni decadenti della lingua inglese provenienti dai solchi di un disco intitolato Audio-Lingual Drills, orgoglio del mio insegnante. Mi sarei iscritta alla facoltà di medicina, come mia madre, o di ingegneria, come facevano tutti. Magari avrei sposato un russo.”

La sua famiglia proviene dalla Russia centrale, dove gli animali da cortile razzolavano in casa, le strade non sono asfaltate e tutte le case sono di legno. I suoi nonni e i suoi genitori vissero le guerre, le rivoluzioni e le carestie con il grande problema delle razioni alimentari, l’incubo quotidiano. Fu la nonna che inventò il gioco della montagna di briciole.

“Guarda quanto cibo ti ho dato,» diceva allora mia nonna sbriciolando un pezzo di pane e un cubetto di zucchero, «un’intera montagna di briciole.» Mia madre e Sima, più grandi e più saggi, si scambiavano un’occhiata colma di pietà nei confronti del fratellino, che si lasciava ingannare così facilmente. «Due montagne» precisava mia nonna. A quel punto Yuva smetteva di piagnucolare e si asciugava le guance, soddisfatto per l’apparenza di abbondanza, per quelle due montagne di briciole che davano l’illusione di contenere più pane e più zucchero del misero pezzo di pane che compariva nel piatto di tutti gli altri, briciole che per essere raccolte una a una, e messe in bocca, richiedevano un’ora buona.”

Questa è l’immagine emblematica che segna tutta la vita di Elena, insieme a molte altre tradizioni e ricordi che racconta in tutto il libro. Crescendo comprende rapidamente che ci sono cose da non dire e da non chiedere, così rimane ubbidiente alle regole. Mentre interiormente riflette e analizza tutto quello che la circonda. Ha tanta voglia di evasione, si emoziona e sogna con i vocaboli inglesi che gli sembrano esotici. Rimane sedotta dal termine proibito come “privacy”, che non ha una traduzione in russo, o con le frasi composte su come prenotare una stanza a Londra. Elena le ripete sognando di poterle usare veramente in un altro Paese. Prendendo lezioni di inglese, anche se è proibito, vuole puntare a un futuro migliore.

 “Tutti noi sappiamo che ci sono cose così ovvie che non vale la pena di discuterne.”

Infatti difficilmente a scuola viene pronunciata la parola amore tra esseri umani, si parla tanto di amore per la patria ma Elena e le sue compagne cominciano ad avere curiosità sul romanticismo e sui rapporti d’amore tra maschi e femmine.

 “Naturalmente io so dell’esistenza di questo tipo di amore, anche se mia madre, proprio come la mia scuola, finge che non esista. Dopo tutto, il prossimo settembre avrò dodici anni e frequenterò la sesta. Nel mio cortile, dove le cose sono molto più reali, vedo questo genere di amore accanto ai radiatori arrugginiti, posizionati tra un piano e l’altro, dove i sedicenni pizzicano le corde di una chitarra e cantano di cuori spezzati, illuminando il buio con le loro sigarette.”

Elena è affezionata a Zia Mila che ha una sessantina d’anni e abita a Minsk, dove le notti sono nere tutto l’anno. La incuriosisce perché indossa abiti di seta ed è seria ogni volta che si guarda allo specchio per incipriarsi il viso. Conosce storie inedite su tanti autori i cui ritratti abbelliscono le pareti dell’aula di letteratura. Storie che le suscitano una miriade di domande, non comprendendo la nostalgia che la zia le narra convinta che i russi emigrati all’estero fossero infelici. La vita continua tra lo studio e poi il lavoro trovato per le sue conoscenze della lingua inglese. Così facendo l’insegnante agli stranieri all’Università di Leningrado a ventiquattro anni conosce Robert un ragazzo americano.

“Di Robert a mia madre non ho detto nulla, così come non le ho mai parlato di tutto ciò che, nella mia vita, sia stato di qualche importanza.”

È faticoso per Elena rimanere diligente nel dividere in due parti la sua anima e nel tenere per se il suo vero essere, nascosto dal mondo esterno, anche dalla mamma. Impossibile per la madre che è una donna brusca e risoluta, totalizzante e fissata dall’ordine, comprendere la figlia nei suoi comportamenti.

“Qualunque cosa accada, è per il meglio”.

Si aggrappa a queste parole che la nonna ripeteva ogni volta che accadeva qualcosa che gli altri trovavano spiacevole. Ma anche le lettere di Robert e il suo proponimento di invitarla come fidanzata in America la rincuorano. Ma è solo un dolce pensiero romantico e non risolutivo, soltanto sposandosi può dare a Elena il permesso di raggiungere l’America. Così convengono per un visto matrimoniale anche se entrambi sanno che è un gioco, anche se non del tutto, poiché permetterà di partire insieme per il Texas.

“Gli ho insegnato a conoscere la Russia e lui mi ha dato la possibilità di andarmene.”

Un libro aspro e schietto a volte anche rude, con un linguaggio forte che Elena Gorokhova scrive quando è già in America e sia la madre e la sorella Marina sono espatriate.  Un racconto che attinge dai ricordi ed è appena velato dalla nostalgia del proprio paese natale.

 

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Sinossi

Per ingannare la fame dei suoi figli, nel periodo della Grande Carestia, la nonna di Elena ha inventato un gioco: se i bambini si lamentano perché da mangiare c’è solo una zolletta di zucchero e una fettina di pane, la nonna li sbriciola nel piatto, trasformandoli in “una montagna di pane e di zucchero”. Quel gioco diventa l’emblema della sua infanzia e della sua giovinezza, nella Russia degli anni ’60 e ’70. Elena cresce in una famiglia come tante. Un padre membro del Partito. Una madre che “è nata insieme all’Unione Sovietica”, ha visto due guerre e insegna Anatomia all’Università di Leningrado. Una donna concreta, ruvida, ossessionata dall’ordine e protettiva in modo asfissiante, proprio come il suo paese. A dieci anni, Lena sente per la prima volta parlare in inglese e si innamora di quella lingua. Decide di cominciare a studiarla prendendo lezioni che ufficialmente sono proibite – nella speranza che le apra le porte verso un futuro migliore. Fino a quando, ottenendo un visto matrimoniale, non riuscirà a uscire dal paese e a trasferirsi in America, per iniziare finalmente la sua nuova vita.

 

Titolo: Una montagna di briciole
Autore: Elena Gorokhova
Editore: Piemme, 2012

 

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