“Cuore di tenebra” di Joseph Conrad

Semplicemente, donne.

“Cuore di tenebra” di Joseph Conrad

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“Cuore di tenebra” di Joseph Conrad

Recensione di Elisabetta Corti

È una sera fiacca sul Tamigi. La Nellie, in attesa dell’alta marea, è adagiata mollemente sulle acque del fiume. I marinai a bordo si preparano al riposo, e Marlow, il marinaio più anziano, inizia il suo cupo racconto.

Anni prima, di ritorno dall’oriente, una cartina geografica nella vetrina di un negozio attira la sua attenzione.

Quel fiume che si srotola come un serpente nella pancia di un continente ancora oscuro, gli riporta alla mente la sua infanzia.

Già da bambino infatti, Marlow sognava, guardando le cartine geografiche, di poter esplorare un giorno il continente africano.

Facendosi raccomandare da una parente, riesce a farsi assumere come capitano per una compagnia che commercia avorio, partendo così per la meta agognata.

Il confine di una immensa giungla, di un verde tanto scuro d’apparire nero e tutta orlata di bianca schiuma marina, correva diritto come una linea tirata con la riga, lontano lontano, lungo un mare d’azzurro brillante, il cui sfolgorio era offuscato da tenui nebbioline strisciante.

“Cuore di tenebra” è un romanzo di Joseph Conrad del 1899. Benché il protagonista porti il nome di Marlow e non si faccia menzione di quale sia il fiume da egli percorso, è un racconto autobiografico del viaggio che Conrad compie lungo il fiume Congo, durante la colonizzazione dello stato sotto il regno di Re Leopoldo del Belgio.

È indubbio sin dalle prime pagine, l’intento del narratore di porre l’attenzione sulla colonizzazione, nonché sulla poca o mancante differenza tra popoli ritenuti civilizzati e altri ritenuti selvaggi.

Mentre allora, stando sul fianco di quel colle, prevedevo che nell’accecante sole di quel paese, avrei fatto conoscenza col fiacco, pretenzioso e miope demone d’una rapace e spietata follia.

La sede della compagnia che assume Marlow, si rivela male organizzata e gestita da incapaci. La prima postazione è malandata, composta solo da capanne fatiscenti. Il suo vaporetto si trova affondato nel fiume, ed a lui viene affidato il compito di riportarlo a galla.

A peggiorare la situazione è la presenza, sebbene non fisica, di un misterioso uomo bianco: il signor Kurtz.

Il suo nome, ripetuto in continuazione ed in diverse conversazioni, è causa di malumori ed invidie. Nascosto in un luogo remoto e sperduto, Kurtz è colui che invia grandissime quantità di avorio e su di lui le leggende si sprecano.

Marlow rimane affascinato sin da subito da questo personaggio, benché nemmeno lui ne capisca il motivo.

Ed è proprio verso la base di Kurtz che Marlow compie il vero e proprio viaggio, all’interno della sconosciuta foresta pluviale.

L’equipaggio di Marlow è un insieme improbabile di personaggi. Coloni ottusi propensi ad ammalarsi e cannibali che si nutrono di carne di ippopotamo.

Il viaggio è impervio, e l’equipaggio non tarda a scontrarsi con gli indigeni, per i quali il battello è solo qualcosa da abbattere e sconfiggere.

La terra non aveva più nulla di terrestre. Siamo abituati a veder ele forme incatenate d’un mostro vinto, ma là… laggiù vedevamo una cosa mostruosa e libera. Non c’era più nulla di terrestre, e gli uomini erano… No, non erano inumani. Beh, capirete che il peggio stava appunto lì, in quel sospetto che non fossero essere inumani. Quel sospetto si faceva strada pian piano nella mente.

Durante il viaggio, Marlow si sente sempre più attratto dal misterioso Kurtz. E più i coloni gliene parlano in maniera negativa, più egli si sente legato a questo personaggio oscuro.

Fino all’arrivo alla sua base, ove la natura di Kurtz si palesa nella presenza di trofei fissati su dei paletti.

Ma seppur ostili all’equipaggio del traghetto, gli indigeni mostrano una devozione per Kurtz, diventato per loro una sorta di divinità.

Perché allora ci hanno attaccati? – chiesi ancora. Esitò, poi, come riluttante, mi disse: – Non vogliono che se ne vada. – Davvero? – feci incuriosito. Annuì in modo pieno di mistero e saggezza.

Ancora una volta Marlow non riesce a spiegarlo, ma continua ad essere attratto da questo personaggio, dalla sua voce e presenza, seppur egli sia ormai morente e venga catturato per essere riportato in Europa.

Di ritorno, sul vaporetto pieno di avorio e con il corpo morente di Kurtz, è proprio quest’ultimo, in un delirio causato dalla malattia e dall’avvicinarsi della fine, a pronunciare le parole: “L’orrore! L’orrore!”

Tutto quello ch’era stato di Kurtz era passato per le mie mani: la sua anima, il suo corpo, la sua stazione, i suoi piani, il suo avorio, la sua carriera.

C’è una presenza viva di emozioni nel racconto di Joseph Conrad. All’addentrarsi del vaporetto nella giungla, vi è anche un cupo presentimento che qualcosa stia per succedere. All’aumentare della vicinanza a Kurtz, cose sempre più sgradevoli accadono, atrocità vengono svelate, l’umanità sembra abbandonare il racconto.

Lo stesso Kurtz diventa per il lettore una figura sempre più ingombrante e allo stesso tempo misteriosa, ma di un mistero che non si vorrebbe svelare.

Il viaggio non è più solo uno scorrere dei chilometri sulle acque scure del fiume, ma un percorso psicologico attraverso misfatti e nefandezze. Un viaggio all’interno delle anime più buie, e della loro influenza su coloro che li scrutano da fuori.

Un viaggio attraverso la tenebra.

Non è solo un racconto, ma un documento storico che riporta le conseguenze della perdita di umanità. Umanità che sembra riaffiorare solo a stretto contatto con la morte, che tutto livella.

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