L’evento di “Cultura al femminile” “Storie di donne fra Oriente e Occidente”

Semplicemente, donne.

L’evento di “Cultura al femminile” “Storie di donne fra Oriente e Occidente”

L’evento di “Cultura al Femminile”

4 ottobre 2018

“Storie di donne fra Oriente e Occidente”

a cura di Elvira Rossi

cultura al femminile
Nato dalla ideazione di Emma Fenu e realizzato con la collaborazione di Marina Fichera, per il secondo anno consecutivo, nell’ambito di una rassegna prevista da Cultura al femminile, neo associazione culturale, il 4 ottobre a Milano  è stato proposto un evento intorno a un tema coraggioso e controverso, coinvolgente e attuale: “Storie di donne fra Oriente e Occidente”.

A ospitare amici e amiche di Cultura femminile è stato il negozio civico ChiAmaMilano.

L’incontro è stato animato da Emma Fenu, Presidente di Cultura al femminile, da alcune relatrici: Marina Fichera, Sabrina Corti, Alessia Pizzi, Elvira Rossi, Beatrice Tauro, che collaborano con la citata Associazione, dall’ospite d’onore, la giornalista Laura Silvia Battaglia, autrice del libroLa sposa Yemenita e da un pubblico attento e  partecipe.

Le donne d’Occidente hanno incontrato le donne d’Oriente attraverso la parola scritta, che con il suo potere estensivo amplia gli spazi attivando un dialogo tra genti di paesi distanti sia per la collocazione geografica che per la diversità culturale.

Protagoniste della serata sono state donne che leggono, donne che scrivono, donne che aspirano all’ascolto, donne desiderose di accogliere, donne che si cercano, donne in cammino che condividono la comune battaglia di un percorso di emancipazione personale e sociale.

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Le donne in un vincolo di reciprocità si riconoscono negli abusi e nella volontà di denuncia e pur principiando da varie prospettive convergono verso la stessa direzione che prevede il sovvertimento di sistemi sociali asimmetrici e iniqui.

A rompere un silenzio antico sono sempre più numerose le voci femminili di donne arabe e islamiche che escono dall’isolamento e, attraverso varie forme di scrittura,  partecipano a un dialogo culturale che in virtù del loro pensiero si arricchisce di nuovi stimoli.
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Non a caso ai versi di Amina Wadud, la più autorevole delle teologhe musulmane, attraverso la lettura di Cristina Sferra, è stato affidato il compito di introdurre gli interventi:

Ascolta il nostro canto,
e quando le parole diventano familiari,
canta con noi,
perché il nostro è stato troppo spesso il silenzio,
che ha sostenuto e nutrito lo sfondo.

Il primo passo in direzione del cambiamento è contraddistinto proprio dalla violazione del silenzio attraverso testimonianze e racconti.

La letteratura al femminile concorre a depurare la realtà dagli stereotipi e la reinterpreta al di fuori di un androcentrismo, che non ha risparmiato alcun territorio, seminando separazioni e discordia.

La disparità di genere e le violazioni dei diritti umani andrebbero riportate all’interno di un’analisi storica e antropologica complessa e mai ridotta a una polarizzazione e contrapposizione di culture tra Occidente e Oriente.

L’unica e insanabile dicotomia risiede nel contrasto tra oppressione e democrazia.

Tale conflitto, pur manifestandosi in termini difformi, non conosce l’esclusività assoluta di una regione.

Esiste un processo di modernizzazione che sempre più coinvolge i paesi deturpati da una persistente cultura patriarcale e non è da stupirsi che la dissonanza provenga dalle donne, che essendo le prime vittime di ogni forma di dominio sono le più interessate a sovvertire convenzioni e gerarchie.

Il femminismo islamico molto complesso è segnato profondamente dalla esperienza di  vecchi e nuovi colonialismi.

Teologhe, intellettuali, scrittrici arabe e musulmane, percependo il femminismo occidentale come una forma di imperialismo culturale,  con fierezza rivendicano l’autonomia del proprio pensiero e si pongono alla ricerca di una nuova identità femminile, che armonizzi progresso e tradizione.

Il senso critico, come ha sostenuto la sociologa marocchina Fatima Mernissi, non è appannaggio esclusivo dell’Occidente e sulla strada accidentata della modernizzazione, nel Medio Oriente, le donne si trovano ad assumere una funzione fondamentale.

Ed è stato proprio il senso critico a guidare un numero straordinario di studiose a rileggere il Corano, spogliandolo di tutte le interpretazioni patriarcali, con un esito strabiliante.

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Dal punto di vista femminile il libro sacro dei Musulmani si fonda sull’assoluta parità di genere: l’Islam è la sede della giustizia sociale e condanna tutte le manifestazioni di discriminazione e violenza.

Le teologhe come Amina Wadud, Lalek Bakhtiar, pur restando ancorate alla propria religione, hanno scelto di sfidare la tradizione e aspirano a realizzare una società multietnica e multireligiosa.

La jihadd delle donne sorprende per l’audacia e l’originalità del pensiero critico, nonché per gli effetti positivi che potrebbe suscitare, se tale posizione di minoranza riuscisse davvero a conquistare il mondo musulmano.

Il femminismo interpretativo rientra in un quadro eterogeneo di movimenti, che i tempi e luoghi differenziano nelle connotazioni, ma che guardano nella stessa direzione della parità di genere.

È innegabile che in taluni paesi le donne espropriate di una totale libertà non possano decidere di sé, del proprio corpo, della propria sessualità e subiscano forme gravissime di prevaricazioni.

Non a caso tre relatrici hanno scelto tematiche attinenti alla sessualità e alla maternità, riconoscendo che la misoginia per le sue affermazioni ha sempre prediletto il corpo delle donne.

Emma Fenu: “Piacere, sessualità e consapevolezza della femminilità”, Alessia Pizzi: “Il sesso inutile sessant’anni dopo”, Sabrina Corti: “La maternità mancata per le donne islamiche”.

Alessia Pizzi nel suo intervento ha sottolineato l’attualità de “Il sesso inutile” di Oriana Fallaci. nato da una inchiesta giornalistica e pubblicato per la prima volta nel 1961.

Alla Fallaci va riconosciuto il merito di aver anticipato i tempi e prima che immigrazione e globalizzazione imponessero una visione planetaria della questione femminile, con un linguaggio provocatorio, come era nel suo stile, ha sollecitato le femministe occidentali a prestare attenzione alle prevaricazioni subite dalle donne in altre zone del pianeta.

Oggi siamo noi a porci in dialogo con le donne orientali e lo facciamo alla nostra maniera, come lettrici e autrici accogliamo e divulghiamo esperienze di donne che non potremmo mai raggiungere.

“Cultura al femminile” per questo evento ha scelto di occuparsi anche di scrittrici arabe e di fede musulmana, nella convinzione che la letteratura contribuisca a saldare legami indipendenti da immagini e concettualizzazioni cristallizzate da una informazione frequentemente asservita alle ragioni della politica.

Le donne che scrivono per conquistare spazi di libertà sono svincolate  da ogni opportunismo.

Nei loro scritti l’estetica della parola si traduce in etica della parola, le deformazioni sono smascherate e sono svelati i sentimenti che accompagnano le vicende storiche drammatiche, individuali e collettive.

Il 4 ottobre abbiamo voluto essere una sorta di megafono che amplifica quelle voci femminili, che da lontano si propongono, per essere comprese e accompagnate nelle loro battaglie vincendo la solitudine.

Un tassello per costruire una rete di solidarietà tra donne di Occidente e Oriente.

Parliamo di loro per essere con loro, trasformando testimonianze, poesie, racconti  in presenze vive.

In certi paesi islamisti, in nome di una malintesa tradizione religiosa, alle donne competono la perdita di un corpo, la preclusione degli spazi pubblici, la responsabilità di sentirsi uniche detentrici dell’onore della famiglia.

Ancora troppo diffusa, anche là dove la legge le vieta, è la pratica aberrante delle mutilazioni genitali finalizzata a reprimere gli impulsi sessuali.

Secondo una visione distorta la sessualità di una donna dovrebbe essere indirizzata al piacere dell’uomo e alla procreazione all’interno della famiglia.

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Emma Fenu ha raccontato di una femminilità che non deve essere repressa: l’orgasmo è una forma di affermazione di sè come donna.

Evidenziando le differenze fra due testi scritti da autrici marocchine a distanza di tempo, ossia La mandorla di Nedjma e I racconti del sesso e della vergogna di Leila Slimani, si è affermato che la condanna del piacere e della sessualità femminile e l’epiteto di “puttana”, che certo non è solo inerente alla cultura orientale, è un modo di negare i diritti delle donne, condannandole al silenzio e alla custodia maschile.

Le donne arabe, quando si ritrovano tra di loro, non si privano solo del velo scoprendo il volto, mettono a nudo la propria interiorità. I loro incontri seguono una ritualità che coincide con la ricerca di uno spazio di assoluta libertà che riescono a trovare solo al femminile.

Beatrice Tauro ha parlato della capacità delle donne, nello specifico di tutto l’oriente, di creare legami attraverso la costruzione di relazioni familiari complesse e intense, nelle quali mantenere viva l’identità culturale e la tradizione in contemporanea con l’apertura verso diritti che contemplano l’emancipazione e la libertà delle donne.

La libertà di scegliere per molte donne rappresenta ancora una conquista da realizzare.

Per la donna islamica procreare è un obbligo e deve generare figli maschi, lo ha ricordato Sabrina Corti nel suo intervento.

Per una donna islamica la sterilità, che già da sola può essere causa di turbamento e sofferenza, comporta dei problemi aggiuntivi, diventa una colpa tanto da giustificare la diffidenza degli stessi familiari e il ripudio del marito.

Di fronte alle violenze esiste una regola che vale per tutte donne: opporsi alla complicità, rompere il silenzio, ribellarsi.

E di una donna ribelle ha parlato Marina Fichera, esperta di una letteratura di viaggi e lei stessa  viaggiatrice appassionata.

Isabelle Eberhardt, esploratrice e scrittrice di origine europea tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in un’epoca non certo favorevole alle donne, sfidando tutte le convenzioni,  assecondò le proprie passioni.

Il suo spirito di avventura la guidò in alcuni paesi del Nord Africa. Indifferente alle critiche e ai rischi visse intensamente e alla fine elesse l’Algeria come patria e l’Islam come religione.

Indossando abiti maschili visse a lungo nel deserto tra i nomadi ed ebbe una intensa vita spirituale aderendo al sufismo.

Isabelle Eberhardt non è solo una figura eccentrica, a distanza di anni parla alle donne e la sua vita rappresenta un esempio d’indipendenza, di coraggio, di affermazione del proprio essere.

Durante il nostro evento del 4 ottobre abbiamo viaggiato nel passato e nel presente.

A condurci nella penisola arabica di oggi è stata l’ospite di onore Laura Silvia Battaglia, giornalista, reporter di guerra, autrice de “La sposa Yemenita”, una graphic novel illustrata da Paola Cannatella.

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La nostra amica ha portato la propria esperienza maturata nel mondo arabo e in modo particolare nello Yemen, Paese con il quale ha costruito un legame di affetto.

Laura Silvia Battaglia nelle sue considerazioni rifugge da ogni gerarchia e appare poco interessata a giudicare.

Per lei non esiste un Occidente progredito da contrapporre a un Oriente arretrato, esistono solo territori da scoprire e conoscere, ciascuno con il proprio fascino e le proprie problematicità.

Tale atteggiamento le ha consentito di penetrare a fondo nello spirito del popolo yemenita e di apprezzarne molti aspetti ricchi di umanità e spiritualità.

Immedesimandosi nella cultura yemenita se n’è sentita partecipe e  non ha avvertito quel senso di estraneità, che avrebbe prevalso qualora si fosse limitata a considerare gli aspetti esteriori.

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Dalle sue parole semplici e limpide proviene un prezioso insegnamento: la distanza fisica e la diversità dei costumi ci rendono immemori di quella umanità che dovrebbe accomunare tutte le genti.

Forse senza neppure saperlo, ci ha raccontato due storie ricche di fascino.

La prima riguarda il popolo yemenita e la seconda parla di uno sguardo innocente e libero da pregiudizi, l’unico che può avvicinarci agli altri e affratellare.

Retorica? No: valori puri da portare alla luce come preziosi reperti archeologici.

Tutto questo si apprende da Laura Silvia Battaglia, una intellettuale dalla parole appassionate, una donna che non si ferma ai luoghi comuni e li abbatte con intelligenza e sensibilità.

Senza enfasi e con estrema naturalezza addita la strada da seguire, per costruire un mondo più accogliente di tutte le diversità.

Il pensiero divergente di Laura Silvia Battaglia si esprime nella critica e nella creatività.

Laura Silvia Battaglia non ama demolire, predilige costruire ponti.

Consapevole delle negatività di un contesto, nel caso specifico dello Yemen, ne conosce i percorsi storici e antropologici, ne individua le responsabilità politiche ma non li trasforma in muri invalicabili.

Donna piena di passione e di vita non accetta le distanze e, senza sforzo, come avviene quando si ama, va verso l’altro, fiduciosa di trovarne un guadagno, una ricchezza di quella umanità che si rischia  di perdere se si lascia che la vista sia annebbiata dalla paura della diversità.

cultura al femminile

Questo è stato il nostro evento: un incontro di donne che riflettono, si confrontano con una grande voglia di restare fuori dalla indifferenza.

 

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