“Liubou” di Cristina Basile

Semplicemente, donne.

“Liubou” di Cristina Basile

“Liubou” di Cristina Basile

Mi chiamo Liubou, ho dieci anni. Sono sul tram, il tram strilla. O forse sono io a strillare? Sì, sono io, dentro di me, tanto da coprire gli applausi di una platea intera.

Torno dal mio primo balletto, “Scarpette Rosse”, e i miei piedi hanno una tale voglia di danzare che temo si staccheranno a momenti dal corpo, come succede nella fiaba. Immagino mia madre mettersi a correre per recuperarli, farsi spazio tra i passeggeri infreddoliti.

Dicono siano i libri a trovare i lettori giusti: io ricevetti “Scarpette Rosse” alla vigilia del primo corso di danza. Si teneva a Lublino, un quartiere povero di Mosca. Io e la mia famiglia vivevamo poco lontani da lì, in un grande palazzo grigio, soprannominato “Korobka”, la scatola, dove noi e i vicini vivevamo ammassati gli uni sugli altri. Un sovietico rigore ci divideva tutti, ma quelli troppo poveri, alla fine del mese, venivano a bussare alla nostra porta come brecce di solidarietà. Squarciando la nostra e la loro solitudine ci chiedevano qualcosa da mangiare. Allora mia madre riempiva di solyanka un barattolo di vetro e glielo porgeva. Ricordo ancora la zuppa acidula con i cetriolini in salamoia, passarmi sopra la testa. Dentro, una fetta di limone galleggiava.

-Sfama più il patriottismo che lo stomaco- diceva poi a me, chiudendo la porta.

Danzavo con ottimi risultati. Per i miei genitori, operai, contavano mille volte di più i complimenti di Alina che quelli del professore di matematica. Sapevo che il colloquio con lei era andato bene, se a casa c’era ad aspettarmi la torta Sharlotka, sotto al canovaccio. Mia madre, Bogdana, cucinava cose buone ma brutte. Tralasciava la bellezza e la presentazione di qualunque cosa, persino di se stessa. La logica avrebbe voluto che avere una figlia come me, dedita alla grazia dei movimenti come una nonnina alla sua piantina d’erica, avrebbe dovuto farla impazzire ed invece, di me, era stata sempre fierissima.

Non capiva nulla di danza, mangiava come mio padre, beveva vodka, guardava stupidaggini e diceva parolacce al presidente in tv, convinta che trapassassero lo schermo.

In sé aveva realizzato cinismo, materialismo, una sfrenata autoironia. In me, sua figlia, voleva realizzare l’arte, la danza, le cose sottili della vita; le stesse che talvolta emergevano nelle sue torte.  

Era stata lei a portarmi ad assistere a quel balletto, al Bolshoi, in un giorno freddissimo in cui anche i russi più incalliti maledicevano il Buran, il vento proveniente dalla Siberia che tagliava la faccia.

Quando era rientrata a casa col biglietto tra le mani, avevo avuto un attacco d’asma.

L’indomani, sul tram, lo stomaco era rimasto chiuso e il tragitto verso il teatro mi era parso infinito. Il ritorno era stato anche peggio: sedevo sulla sedia come fulminata, trasfigurata da ciò che avevo visto, un po’ in pena per me che, a soli 10 anni, ero preda di una passione che mi sembrava patissero solo gli adulti.

Non avevo che un solo desiderio ormai: diventare una ballerina del Bolshoi, calcare anch’io quel palcoscenico.

Il viaggio verso casa fu una tortura infinita. La mia passione correva forte nelle vene, mentre il tram, gelato dal Buran, procedeva lento e pesante. Quello spettacolo mi aveva trasformata in una bambina impaziente che non ammetteva compromessi né rallentamenti, per arrivare dove voleva. Era inammissibile rimanere un minuto di più senza le scarpette ai piedi, senza scalmanarmi “compostamente” come aveva fatto la prima ballerina, Irina Checov, nel suo abito di tulle. Volevo quel costume! Sarei stata capace di intrufolarmi dietro le quinte per impossessarmi del suo, che avrei tenuto stretto a me la notte, come un cuscino, fino a che non fossi entrata nel corpo di ballo più celebre di Mosca.

Una voracità sconosciuta si accaparrò dei miei piedi, che chiedevano di essere curvati tutti i giorni per raggiungere un arco perfetto, degno di una prima ballerina.

Una brusca frenata interruppe i miei sogni: il giorno dopo sarei dovuta andare a scuola, la routine quotidiana avrebbe ripreso. Ero ancora piccola e non potevo accelerare il tempo. La cosa mi indignò e diede voglia di piangere. Trattenni sovieticamente i singhiozzi e approfittai delle frenate del tram per frenare anch’io le immagini di un successo lontano, di un lusso danzante che volevo cavalcare.

Dopo qualche minuto riuscii a calmarmi: complice la voce di mia madre che, parlando di cose qualunque, come una mano mi riportava alla realtà. Mosca sfilava fuori dal finestrino, sotto i nostri occhi impietriti dal freddo.

-Ecco l’orologiaio, Aleksandr!, la bisca, la piazza centrale. La cioccolateria Alenka, sulle cui confezioni risalta da un mese il ritratto di Svetlana Allilueva, la figlia di Stalin!-

Improvvisamente il ghiaccio sgelò e il procedere del tram andò finalmente alla stessa velocità del sangue nelle mie vene e delle speranze nel mio cuore. Su quella vecchia ferraglia, più che mai altrove sulla terra ferma, mi ero sentita felice e ricolma di gratitudine: era stato lì che avevo capito cosa volevo essere; era stato lì che avevo messo a punto la mia missione di vita.

Scesi. Il desiderio, seppur ancora alto e intenso, si ricompose. Se poco prima aveva piroettato, ora, per usare il gergo della danza classica, aveva assunto la prima posizione.

Seguirono anni, giorni in cui, rientrando a casa dalle lezioni, c’era sempre per me, sotto al canovaccio, la torta Sharlotka.

Mi chiamo Liubou, oggi compio vent’anni ed è il mio primo giorno da ballerina del Bolshoi.

 

Una risposta.

  1. Sabina Cerato ha detto:

    Io non l’ho maledetto il Buran, che ho sentito sulla faccia mentre leggevo questo racconto. Se si inizia a leggere non si può smettere più; bello e gentile. Piacevole la scrittura mai banale.
    La storia di un talento che odora di torta Sharlotka, di biglietto del tram, di disciplina e di passione viscerale.
    La prima volta che si va a teatro non si scorda mai…

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