“Autore, titolo, collocazione. Consultazione o prestito.” di Sabina Cerato

Semplicemente, donne.

“Autore, titolo, collocazione. Consultazione o prestito.” di Sabina Cerato

“Autore, titolo, collocazione. Consultazione o prestito.”
di Sabina Cerato

 

Guillaume era tentato ogni volta di prenderne uno e tuttavia finiva sempre per avvolgere con il suo tovagliolino di carta il croissant alla confettura di frutta che monsieur Moireau sistemava ogni mattina sul ripiano più in alto. Pochi istanti e poi monsieur Moireau domandava a Guillaume se gradisse il suo solito café crème; Guillaume si voltava, annuiva, faceva un sorriso e rimandava il piacere di assaggiare il croissant integrale al miele.

Non era il primo sorriso della giornata perché l’animo gentile di Guillaume elargiva sorrisi a partire dalla fermata dell’autobus, incontrasse persone conosciute o cedesse il passo a uno sconosciuto riconoscente.

Guillaume non chiedeva di meglio che vivere con gentilezza la sua quieta esistenza divisa fra la biblioteca in cui lavorava da quando aveva ventisei anni – e raggiungeva Parigi ogni giorno con il treno da Senlis – e i 52 metri quadri in cui aveva riunito a Parigi, qualche anno più tardi, quanto gli occorreva per vivere serenamente: il suo cane Honoré, una vecchia poltrona, mensole per i libri, e una zuppiera. Adorava le zuppiere. E le salsiere. E il ciclamino bianco che teneva nel vano della stretta finestra davanti l’acquaio.

Così trovava del tutto appagante il quartiere anonimo e defilato in cui aveva trovato alloggio; in breve esso era diventato il suo quartiere, perdendo l’anonimato, e di lì Guillaume aveva imparato a muoversi, ricostruendo infine come il suo appartamento fosse collegato al resto di Parigi.

Misurato e delicato nell’aspetto e nei modi, egli passava inosservato ai più e il luogo in cui la sua presenza era particolarmente ignorata era proprio la biblioteca in cui prestava da ormai più di trent’anni la sua meticolosa opera di bibliotecario archivista.

Guillaume non aveva contatti con i frequentatori della biblioteca; si limitava a leggere i moduli che essi compilavano e che giungevano a lui con il montacarichi insieme ai libri restituiti da ricollocare. Eppure Guillaume ricordava più di chiunque altro i gusti dei lettori più assidui e aveva imparato a riconoscerli attraverso i titoli desiderati. Ecco Madame Sandoz che richiedeva per la quarta volta Persuasione di Jane Austen e i coniugi Bastiani, italiani appassionati ai grandi classici russi. Poi c’era la visita settimanale di monsieur Sébastien che leggeva con voracità gialli dozzinali e quella del martedì sera, in orario di chiusura, di un giovane studente che alternava testi di studio a vecchi racconti sulle imprese dei pescatori bretoni nei mari d’Islanda.

Fu in ottobre che il professor Guimard chiese di consultare la collezione di un giornale satirico ottocentesco. La piccola biblioteca possedeva la serie quasi completa delle annate dal 1848 al 1870, dono di un privato, quasi mai preteso in lettura sino allora. Al professore fu chiesto di compilare il modulo e attendere in sala il volume in cui erano raccolti i numeri del primo anno di pubblicazione.

Fu il primo di numerosi moduli che il professore riempì diligentemente in quei mesi d’autunno; almeno due volte la settimana egli trascorreva l’intera giornata nella sala di lettura, sfogliava gli ingombranti volumi e prendeva appunti. Tuttavia, dato il peso dei tomi trasportati dall’archivio ai piani bassi e il numero delle richieste, al professore venne concesso di accedere direttamente all’archivio.

Non era mai accaduto nulla di simile e Guillaume dovette approntare un tavolo e una sedia per accogliere il suo ospite e faticare non poco all’idea che un’altra persona abitasse per qualche tempo le stanze ovattate in cui si consumavano le sue giornate di lavoro. I due si scambiavano saluti formali la mattina e brevi formule di congedo la sera. Pure la compostezza del professore era particolarmente gradita a Guillaume e gli piaceva osservarlo chino sui fogli con in mano una stilografica di nessun pregio.

La sera, uscendo dalla biblioteca, gli era capitato spesso di scorgere la figura un po’ ingobbita del professore nel Café di fronte ma Guillaume aveva sempre proseguito per la sua strada. Quel giorno di metà novembre, però, approfittò di saperlo al Café per restituirgli il blocco di appunti dimenticato in archivio. Entrò nel locale per non trattenersi e invece accettò l’invito del professore prendendo posto di fronte a lui a uno stretto tavolino d’angolo, accomodando la giacca di velluto sulle ginocchia, lisciandola piano mentre cercava un argomento di conversazione.

Fu la scelta di non mettere zucchero nel suo caffè ad avviare il dialogo; il professore lo notò e disse che la moglie non ammetteva altro modo di gustare un caffè. Guillaume non era solito bere il caffè amaro ma stava poco bene e aveva preferito un gusto più forte; pure lasciò credere che la sua fosse un’abitudine così che l’altro proseguisse ancora un poco con il racconto della moglie.

A distanza di qualche giorno Guillaume pensò di restituire la cortesia e i due si ritrovarono a chiacchierare. Non si può dire che la loro divenne una consuetudine ma certo iniziarono a scambiare qualche impressione e presto comuni modi e un comune sentire resero la conversazione meno banale.

Il professore tornò a introdurre la moglie nei suoi discorsi; ogni cosa lo riguardasse aveva riguardato anche la donna con cui aveva condiviso quasi cinquant’anni di vita. Guillaume non faticò ad apprezzare il modo in cui il suo interlocutore parlava di lei narrando di un viaggio, della stesura di un libro, del trasferimento da un’università a un’altra: era tangibile il legame che aveva unito quelle due persone e che adesso sopravviveva in lui, rimasto solo, istintivamente o razionalmente nutrito di gesti ripetuti e di memoria coltivata senza troppa malinconia.

Per lui lei aveva rinunciato a molte delle sue aspirazioni, gradualmente ma definitivamente negli anni, diventando la colonna, dai fregi apprezzabili e il basamento granitico, dell’edificio coniugale.

Condividevano la prima colazione, appropriandosi ciascuno di una parte del giornale del mattino e imburrando fette di pane, avevano sempre avuto cani, sin da quando lei gli aveva strappato un titubante assenso a visitare il primo canile, ed erano soliti frequentare insieme il mercato del quartiere il sabato mattina.

La moglie soltanto aveva smosso la severa esistenza dell’accademico, coinvolgendolo nelle passeggiate sotto la pioggia, pregandolo di assistere ai saggi del corso di tip tap in cui aveva deciso di cimentarsi in età adulta e accompagnandolo talvolta nei soggiorni di studio all’estero. Solo in sua compagnia lui aveva destinato parte di quei viaggi ad aggirarsi nella città di destinazione e adesso, a ripensarci, ricordava il Prater a Vienna, in febbraio, la sera, completamente deserto.

In verità Guillaume avrebbe incoraggiato anche minor ritegno nella rievocazione dei sentimenti ma la riservatezza dell’altro gli era cara come caro gli divenne il suo sguardo, un po’ appesantito dagli anni e dalle folte sopracciglia bianche, sempre in disordine perché il professore si sfilava continuamente gli occhiali e strofinava gli occhi quasi per assecondare una contrazione nervosa. Guillaume, sensibile ai particolari, osservava la disinvolta eleganza con la quale il professore accostava i quadri e le righe, i pantaloni di buona flanella, il tweed e i fazzoletti di batista, con una noncuranza ostinata che avrebbe scoraggiato i sarti più zelanti di Savile Row.

E lentamente Guillaume si accorse che avrebbe desiderato essere stato amato da lui come era stata amata quella donna, considerato da lui come lo era stata lei. Pure era da tempo che non desiderava di condividere la sua esistenza con qualcuno, ma la cosa avvenne del tutto naturalmente. E senza darvi troppo peso Guillaume iniziò a baloccare con l’immaginazione e cominciò a considerare le brevi parentesi con il professore il centro o quasi delle sue giornate. Guillaume si ripeteva che in fondo non faceva nulla di male tornando ad assaporare la leggerezza che poche altre volte nella vita aveva goduto e passava tanto tempo a giustificare la sua illusione e dirsene consapevole che avrebbe finito per dimenticare che di immaginazione si trattava e ne sarebbe stato ferito.

Le cose andarono avanti sino all’inizio di gennaio, quando la ricerca del professore poté dirsi conclusa. Egli fu sinceramente prodigo di gratitudine con Guillaume per la solerzia con cui lo aveva facilitato nella consultazione del materiale e questi rispose con un imbarazzo schivo. Il tavolo tornò in amministrazione e la sedia in sala di consultazione.

Fu il caso a recapitare in biblioteca notizie del professore con l’inizio di marzo; aveva ordinato tempo prima delle fotocopie e richiesto che gli venissero recapitate a domicilio e quando il plico tornò al mittente, in biblioteca si seppe che un ictus aveva derubato lo studioso di gran parte della sua lucidità. Pare fosse ora ricoverato in una casa di cura, in collina.

Non era il caso che Guillaume progettasse una visita al professore; non c’erano legame di amicizia o conoscenza di lunga data che giustificassero la sua intrusione nella vita privata dell’altro. Così, fu con la convinzione di essere inopportuno e indelicato che Guillaume si ritrovò dietro una porta a vetri da cui poteva vedere il professore seduto in un salone dal soffitto basso, in compagnia di pochi altri ospiti, appoggiato al bracciolo sinistro della poltrona e con le sopracciglia in disordine.

Lo sguardo vacuo del professore non scoraggiò il sorriso di Guillaume che avvicinò una sedia alla poltrona e dopo un accenno di inchino, deferente e composto, si sedette accanto, continuando a interrogare l’espressione del professore, pronto a cogliere il minimo cenno di fastidio. Non trovò parole adatte da pronunciare, ma non cedette nemmeno a frasi di circostanza.

Tentò di mettere insieme qualche parola per giustificare la sua presenza lì, ma poi scorse lo scaffale riempito per tre quarti di libri di vario genere e per il resto stipato di riviste impilate a casaccio. Scelse fra tutti un’antologia di fiabe scozzesi e iniziò a leggere ad alta voce. L’altro chiuse gli occhi, ma Guillaume non ripose il libro. Anzi, quando portarono il tè ed egli dovette interrompersi, il professore spalancò gli occhi con aria interrogativa, come se intendesse continuare a sentire il suono generato da quella sequenza di parole.

Fu Guillaume a versargli il tè e a chiedergli se desiderasse del latte e dello zucchero, pur sapendo che non avrebbe probabilmente ottenuto risposta. Gli porse una tazza riempita per metà e in cui aveva versato un cucchiaino appena di zucchero, e nell’offrirgliela disse qualcosa a proposito della qualità del caffè amaro, argomento che avevano già esaurito in passato, ricorda? Sorrise, attese che l’altro finisse di bere e poi rimise a posto la sedia e salutò.

La seconda visita Guillaume la progettò in un giorno di pioggia e quindi rimasero ancora nel salone, ma in seguito Guillaume chiese se fosse possibile fare due passi in giardino con il professore e gli venne concesso. Il professore pareva gradire le loro uscite e durante quelle passeggiate Guillaume iniziò quasi macchinalmente a ripetere quanto l’altro gli aveva raccontato in passato di sé e della moglie.

Guillaume lo faceva come se tutto stesse accadendo ancora, e ripeteva gli stessi aneddoti senza mai aggiungere nulla al ricordo dell’altro. E il professore annuiva; Guillaume non conosceva l’intimità profonda di quei ricordi ma la evocava di certo nella memoria del suo compagno e intanto imbastiva una nuova, intima complicità con lui. Talvolta gli pareva di cogliere ancora un atteggiamento o una flessione nella voce di lui che restituivano al professore la distinzione che gli era appartenuta.

E Guillaume si compiaceva di quegli istanti di armonia; se solo quei ricordi fossero stati i loro ricordi, quell’amore il loro amore. Comunque adesso era a lui che dava il braccio e mostrava di attenderne l’arrivo.

A giugno l’infermiera comunicò a Guillaume che presto il professore avrebbe lasciato la casa per raggiungere la famiglia del fratello in Dordogne. Non aveva altri legami familiari a Parigi e il fratello lo voleva vicino.

Così avvenne e quando Guillaume un giovedì pomeriggio si affacciò sulla porta dell’ambulatorio per chiedere se potesse offrire al professore una porzione di tarte Tatin acquistata strada facendo, si sentì dire che la mattina prima il nipote era venuto a prenderlo. Guillaume accennò un sorriso e lasciò il vassoio della pasticceria sul mobile accanto alla porta. Non si trattava che di due piccole porzioni, ma se le infermiere avessero gradito le lasciava volentieri a loro. Poi, ripiegando la borsa in cui aveva tenuto il suo pacchettino e riponendola in tasca, si avviò alla fermata dell’autobus.

Tutto qui.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.