Intervista a Roberta Marasco – autrice di Lezioni di disegno

Semplicemente, donne.

Intervista a Roberta Marasco – autrice di Lezioni di disegno

Intervista a Roberta Marasco

autrice di Lezioni di disegno

a cura di Maria Luisa Malerba

Rpberta Marasco

 

Dopo aver recensito il suo libro, Lezioni di disegno, edito da Fabbri nel 2018, ho avuto l’onore e il piacere di incontrare personalmente Roberta Marasco, nella Barcellona che è diventata casa nostra, per rivolgerle alcune domande per i lettori di Cultura al Femminile.

Cosa ti ha ispirato nello scrivere Lezioni di disegno?

Io volevo scrivere un romanzo sulla Barcellona del ‘76.

Mi piaceva l’idea perché è l’anno del cambiamento, fra la morte di Franco, nel 1975, e l’instaurarsi della democrazia. Trovavo che fosse lo sfondo perfetto per una storia d’amore.

Era anche una scusa per studiare la Barcellona dell’epoca.

Mi sono divertita molto a cercare informazioni sulla Transizione, sull’arte e sulle riviste che circolavano, come Ajoblanco, tutti quegli artisti un po’ matti e il modo in cui vivevano.

Quindi ho fatto questo tuffo nella Transizione e mi è sembrato il contesto ideale per raccontare una storia d’amore.
Da un lato, c’era il regime, dall’altro tutte quelle spinte creative di libertà.

Mi sono detta che potevano essere due elementi per raccontare la condizione della donna.

Pensa al personaggio di Gloria, che rappresenta molte altre donne, tutte quelle coppie in cui c’è una figura maschile autoritaria che impone le regole.

La donna si autoconvince che quella è la condizione che le corrisponde e l’unica che le permette di essere realizzata.

Dunque tutto è partito da lì. Non è stato facile, però. C’erano parecchie obiezioni sul fatto che la vicenda fosse ambientata a Barcellona, o su una scrittrice italiana che racconta una storia ambientata in Spagna.

A me sembra che abbia funzionato molto bene, invece! Ora mi collego alla seconda domanda. Hai descritto molto bene la Barcellona degli anni ’70, che si avviava alla fine della dittatura di Franco. C’erano dettagli molto specifici sia storici sia spaziali.
Come ti sei documentata? Di che fonti ti sei servita?

Un po’ di tutto.

Ti racconto un aneddoto divertente. Verso la fine, nella fase dell’editing, mi sono ricordata che nel ’76 i nomi delle vie non erano gli stessi di adesso. Quando scrivevo non ci avevo pensato e ho fatto una gran fatica perché non c’era uno stradario dell’epoca.

Per esempio, la Diagonal in realtà si chiamava “Avenida del Generalísimo Franco”.

Poi ho visto tantissimi filmati su YouTube, ce ne sono alcuni bellissimi sulle manifestazioni.

Nel ’76 vi fu la prima manifestazione dopo la dittatura. Ce ne furono due: una l’1 febbraio e l’altra l’8 febbraio, la domenica dopo.

È possibile trovare anche le foto di Manel Armengol, un fotografo dell’epoca. Di recente le hanno tirate fuori di nuovo, in occasione del referendum. Si vede un signore anziano che viene picchiato dai “grigi”, come erano chiamati gli agenti di polizia.

Poi c’erano alcuni video della manifestazione e interviste alle persone che vi avevano partecipato.

Ho letto anche diversi libri, ovviamente, romanzi o saggi sull’epoca.
Ci ho messo un po’, la ricerca è durata all’incirca un anno, ma in modo discontinuo, perché c’erano periodi in cui dovevo lavorare di più e mi interrompevo.

Alcune scene esistevano già. Per esempio, quella di Gloria che scende in autobus da Pedralbes, con il 64, l’ho presa da una
vecchia bozza di una storia completamente diversa, che raccontava dei bambini scomparsi durante la dittatura.

Oggi, per curiosità, sono andata a vedere il tragitto del bus 64 e ho notato che, effettivamente, corrisponde a quello del libro. Anche all’epoca era così? Hai fatto anche questa ricerca?

Sì. C’è una pagina internet che spiega tutto il tragitto però, per alcuni mesi, proprio in quell’anno, il percorso era cambiato un po’, stavo diventando matta!

Ho cercato di fare in modo che tutto fosse quanto più rigoroso possibile.

C’è anche un video cortissimo del concerto dei Rolling Stones di cui parlo nel libro, in rete si trova di tutto.

Quanto c’è di vero e quanto di inventato? Per esempio, il Blau, dove si incontravano i “sovversivi” del regime, esisteva davvero all’epoca? E la casa di Pedralbes descritta nel libro? Sei stata nel quartiere e sei stata ispirata da una casa in particolare? O hai inventato?

Riguardo al Blau, ho rubato il nome e basta.

Si tratta di un ristorante dove vado spesso, è del fratello di un amico. Si trova vicino al Mercat de Santa Caterina e si
mangia benissimo.

In quanto alla casa di Pedralbes, invece, sono andata in giro per il quartiere, però non ho visto granché perché, come sai, in realtà, è tutto chiuso da mura. Io andavo lì a sbirciare e mi guardavano tutti malissimo, pensavano che fossi una ladra che faceva un sopralluogo. Passeggiare per il quartiere non mi è servito a molto.

Mi è stato più utile andare su internet, cercare le case in vendita a Pedralbes e rubare dettagli.

Ce n’era una in particolare in vendita, che poi è stata quella che ho usato per il romanzo. Per gli interni, cercavo sul web “case di lusso Pedralbes” e mi sono ispirata

.
Quanto c’è di te nella protagonista, Julia? Quale delle donne descritte nel libro ti rappresenta di più? Gloria, Julia, Anna, Olga, Abril, Esther…? E chi è la tua preferita, se ce n’è una?

La mia preferita credo che sia Abril, la nipote, che è quella che mi assomiglia di meno anche anagraficamente parlando.

Però è quella che trovo più libera, più tenera, tormentata, un po’ come gli adolescenti oggi, forse, che sono molto più incasinati di
noi ma anche più coraggiosi e disinibiti. Hanno molti meno freni.

Penso che ci sia qualcosa di mio un po’ in tutte, ma che nessuna mi assomigli davvero.

Di Julia, la protagonista, c’è il fatto che è sempre sulla soglia, mai davvero in casa come Anna e mai davvero fuori casa come Olga. Questo forse potrebbe essere un po’ mio, stare sempre con un piede da una parte e un piede dall’altra. In me c’è anche qualcosa di Gloria, per fortuna non tantissimo, per esempio la difficoltà a sentirsi libera, la convinzione che essere felice ti renda più fragile. Però non c’è nessuna di loro che mi assomigli al cento per cento.

Che è rimasto oggi della Barcellona maschilista e fascista di un tempo? Quanta strada credi che dobbiamo fare ancora noi donne per una società più giusta e per l’uguaglianza di genere? Vedi differenze in questo senso tra Barcellona e città italiane come Roma e Milano?

Sai che non lo so? Quando sono venuta qui, avevo la sensazione che fossero più maschilisti rispetto all’Italia. Ora non ne sono più tanto convinta perché l’Italia, purtroppo, è peggiorata in questo senso. Mi sento più libera qui di quanto non mi senta lì. Ma quando sono arrivata a Barcellona era l’opposto.

Io sono dell’idea che vi siano due tipi di femminismo, quello che avviene per strada e quello che avviene dentro casa.

Qui a Barcellona, quello per strada è migliorato, le donne sono più indipendenti, ci sono più manifestazioni e iniziative ovunque. Quello dentro casa in realtà non è cambiato poi tanto, secondo me.

Molte donne sono femministe fuori, ma tornano a casa prima per preparare la cena al marito o, quando escono, si assicurano
di avere la cena pronta.

A vederle non lo diresti mai perché sembrano super agguerrite e super battagliere, eppure è così.

Parliamo della lingua ora. Sei un’italiana che ha descritto una famiglia spagnola. Non dico catalana perché il “pater familias” appoggiava Franco e quindi si doveva parlare il castigliano perché il catalano era proibito. Mentre scrivevi, immaginavi questi dialoghi in spagnolo ma li scrivevi in italiano? Il tuo spagnolo interferiva? Ti costava pensare in italiano?

Il mio spagnolo interferisce sempre, è normale quando vivi per tanti anni all’estero, credo. Mi capita di usare parole spagnole perfino se sto parlando in italiano con un amico o un conoscente italiano di qui.

Per me lo spagnolo è un’interferenza costante; quando vado in Italia, mi prendono sempre in giro perché ho l’accento spagnolo.

In una versione precedente del romanzo c’era una scena, fra le prime, in cui Julia parlava in catalano e la sorella la rimproverava, ma poi l’ho tolta.

Avevo immaginato una conflittualità tra castigliano e catalano ma l’ho tagliata perché era troppo complicata da spiegare. Immaginavo Julia che, crescendo, da adolescente parlava catalano come atto di ribellione verso il padre e tutto ciò che rappresentava.

Chi sono gli autori e le autrici che più ti ispirano? Ce n’è qualcuno o qualcuna che ha spirato questo libro nello specifico?

Nello specifico per questo libro non credo che esista un libro preciso che mi ha ispirata.

In generale, amo le autrici che raccontano storie femminili e familiari, da Alice Munro a Elizabeth Strout. Quest’ultima è una delle mie preferite, una di quelle che amo di più in assoluto.

Ha questa capacità di arrivare nel profondo del personaggio con un semplice dettaglio, senza mai parlare troppo di loro.

Mi piacciono anche Kate Morton e Anne Tyler.

Anne Tyler mi conquista ogni volta, anche se ha un registro molto diverso dal mio. Il mio lavoro mi ha aiutato molto: per una persona che scrive, tradurre è come smontare un giocattolo e vedere come funziona.

Che sia un thriller o una storia sentimentale, tutti gli autori ti insegnano qualcosa, dai meno ai più commerciali. Per esempio come costruire dialoghi.

Ho tradotto diversi romanzi di Robert Dugoni, un autore di thriller. Lui nei dialoghi è bravissimo e ho imparato molto da lui.

 

Una risposta.

  1. Roberta Marasco ha detto:

    Grazie per questa magnifica chiacchierata!

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