Il sogno della macchina da cucire – di Bianca Pitzorno

Semplicemente, donne.

Il sogno della macchina da cucire – di Bianca Pitzorno

Il sogno della macchina da cucire –

di Bianca Pitzorno

recensione di Emma Fenu

macchina da cucire

Il sogno della macchina da cucire è l’utimo romanzo di Bianca Pitzorno edito da Bompiani nel 2018.

Questa storia è ricordo di ieri e cronaca di oggi.

Ce lo esplicita l’autrice nel prologo: le sartine ci sono ancora, anche se non confezionano vestiti di foggia ottocentesca nelle case signorili, ma creano capi in serie in aziende di paesi in via di sviluppo, rischiando di morire in un incendio o fra le grinfie di un macchinario per sfamare i propri figli.

Procediamo con ordine.

Il romanzo ci conduce in una città imprecisata, sappiamo che è sotto il Nord Italia, ma che con il treno si può raggiungere la montagna e il mare.

Siamo negli anni fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, epoca che preclude cambiamenti decisivi dovuti alle guerre, al boom economico, all’avvento dei media, alle proteste studentesche, al femminismo, a “mani pulite”… fino alla comunicazione virtuale.

Eppure, in quel cinquantennio a cavallo fra due secoli, i primi vagiti di una nuova era si fanno sentire perfino nella moda femminile: prima con il busto, poi senza; prima costrette a deformarsi il corpo e a muoversi con difficoltà, poi libere di ballare e di scoprire le gambe facendo ondeggiare le frange.

Bianca Pitzorno racconta la storia di una sartina a domicilio che non lavora per atelier prestigiosi, ma si occupa di biancheria, di corredini e di abiti da giorno per bambini e signore.

Fra i punti crescono sogni. Sogni di chi cuce, e appartiene a un ceto basso, e sogni di chi aspetta il confezionamento del capo, e appartiene a coloro che sono definiti ricchi e potenti.

Eppure, nonostante la classe sociale, sono tutte donne, con lo stesso sogno di libertà e indipendenza di cui la macchina da cucire si fa simbolo, in quanto emblema di un lavoro retribuito svincolato da un mondo di maschi.

Figlie, madri, mogli, serve che sono perennemente a servizio, con il corpo e con l’anima, di uomini che, in mome del dovere (e del piacere) di custodia, cuciono sulle loro carni ruoli stretti di troppe taglie affinchè soltanto mettano al mondo eredi, soddisfino i desideri sessuali di chi le sposa o le “compra”, amministrino la casa attenendosi alle regole e siano graziosi suppellettili da mostrare in società, se ricche, altrimenti si consumino nel lavoro fino a morirne, se povere.

Coloro che non accettano il corsetto dell’ipocrisia sessista sono definite come puttane, nel senso stretto del termine o in quello traslato.

E l’amore?

L’amore esiste. Non è quello dei romanzi d’appendice: non ci sono uomini senza macchia e senza paura e draghi disposti a farzi infilzare per corononare matrimoni fra principi azzurri e cenerentole.

L’amore esiste. È la fusione di mente e corpo nel rispetto reciproco, è la voglia di essere uno in due per condividere a pari dignità un progetto comune, cavalcando la vita a cavalcioni, come farebbe una vera Amazzone.

Nonostante l’impegno sociale e l’accurata ricerca storica su tessuti, fogge, tipologie di attrezzi e usi e costumi dell’epoca, Il sogno della macchina da cucire è un romanzo estremamente godibile, coinvolgente, privo di retorica e con un tocco di delicato pudore che commuove.

A narrare in prima persona, come in una sorta di lettera esplicita al lettore, è la stessa protagonista, a distanza di cinquant’anni dai fatti che si intrecciano nell’ordito di una storia perfetta, senza sbavature.

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Sinossi

C’è stato un tempo in cui non esistevano le boutique di prêt-à-porter e tantomeno le grandi catene di moda a basso prezzo, e ogni famiglia che ne avesse la possibilità faceva cucire abiti e biancheria da una sarta: a lei era spesso dedicata una stanza della casa, nella quale si prendevano misure, si imbastivano orli, si disegnavano modelli ma soprattutto – nel silenzio del cucito – si sussurravano segreti e speranze.

A narrarci la storia di questo romanzo è proprio una sartina a giornata nata a fine Ottocento, una ragazza di umilissime origini che apprende da sola a leggere e ama le opere di Puccini ma più di tutto sogna di avere una macchina da cucire: prodigiosa invenzione capace di garantire l’autonomia economica a chi la possiede, lucente simbolo di progresso e libertà.

Cucendo, la sartina ascolta le storie di chi la circonda e impara a conoscere donne molto diverse: la marchesina Ester, che va a cavallo e studia la meccanica e il greco antico; miss Lily Rose, giornalista americana che nel corsetto nasconde segreti; le sorelle Provera con i loro scandalosi tessuti parigini; donna Licinia Delsorbo, centenaria decisa a tutto per difendere la purezza del suo sangue; Assuntina, la bimba selvatica…

Pur in questa società rigidamente divisa per classe e censo, anche per la sartina giungerà il momento di uscire dall’ombra e farsi strada nel mondo, con la sola forza dell’intelligenza e delle sue sapienti mani.

Bianca Pitzorno dà vita in queste pagine a una storia che ha il sapore dei feuilleton amati dalla sua protagonista, ma al tempo stesso è percorsa da uno sguardo modernissimo.

Narrare della sartina di allora significa parlare delle donne di oggi e dei grandi sogni che per tutte dovrebbero diventare invece diritti: alla libertà, al lavoro, alla felicità.

Titolo: Il sogno della macchina da cucire
Autore: Bianca Pitzorno
Edizione: Bompiani, 2018

 

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