Moby Dick, l’inconoscibile bellezza del Viaggio e della fuga verso noi stessi

Semplicemente, donne.

Moby Dick, l’inconoscibile bellezza del Viaggio e della fuga verso noi stessi

Moby Dick, l’inconoscibile Bellezza del viaggio e della fuga verso noi stessi

di Giulia la Face

Un viaggio verso l’ignoto. Un viaggio per mare che diventa metafora del tutto. Vita, Morte, Coscienza. Lotta, Natura, Male e Bene. Spirito e carne.

Rileggere Moby Dick: una impresa, un viaggio e l’impossibilità di un approdo finale. Inesauribile.

Probabilmente è impossibile scrivere qualcosa di veramente nuovo e inedito su un libro scandagliato a fondo da numerose generazioni di critici, scrittori, drammaturghi, registi. Dovremmo dimenticare tutto ciò che conosciamo su un’opera-capolavoro assoluto come Moby Dick. Dimenticare i film, i fumetti, le riduzioni teatrali e televisive.

Joseph Mallord William Turner – Fishermen at Sea

Dimenticare i saggi letterari e finanche psicoanalitici, per intraprendere un viaggio autenticamente nuovo, nei mari di questa epica assoluta, dell’uomo, dell’animo umano, della Conoscenza di sè.

Esiste una bibliografia sterminata sul senso anche biblico dell’opera. Sull’analisi del Male. Della natura matrigna. Della ossessione maniacale da cui è afflitto il capitano Achab, specchio dell’intera natura umana.

Del Destino dell’umano in sè, questa follia incomprensibile.

Moby Dick è un classico della letteratura che continua a essere pubblicato, letto, interpretato. Dalla narrativa americana dell’Ottocento sortisce questo capolavoro assoluto di Hermann Melville. Uno di quei libri che sono epopea stessa della letteratura, a mio avviso.

Un romanzo-mito che vive dentro ognuno di noi, che lo si sia letto tutto, in parte o mai. Indubitabilmente è un’opera di estrema complessità, vasta e articolata. E come il lettore sa, vi sono molteplici livelli di lettura di questo romanzo.

Il tema pare essere quello della avventura e della esplorazione e in questo il viaggio per mare ha ispirato la letteratura di ogni secolo: ma ci si ritrova ben presto a penetrare una dimensione mitica e anche mistica-religiosa:

Il mare è religioso

“Ombre, terrori, nella balena,

Mi ha avvolto lugubremente

E di Dio, l’onda serena

Mi ha portato alla mia punizione

(…)

Sii lodato, Signore, per sempre

Per la mia angoscia e la tua clemenza.

Gloria a te, mio ​​Dio, tutto amore.

Sei un peccato! Sei potere! ” (Capitolo IX: Il sermone)

Immaginate  la voce solenne di Padre Mapple che riecheggia questi versi nella cappella di Nantucket, luogo da cui parte la baleniera, spazzata dal vento tagliente del mare. Dove vanno tutti i marinai prima di partire. Un’ultima preghiera. È ovvio che la religione occupa un posto centrale nel romanzo di Melville.

È lei che determina il rapporto tra natura e uomo, il confronto tra Achab e il Giudizio Universale incarnato da Moby Dick.

” Sì! C’è morte in questo caso di caccia alle balene; un ingresso improvviso, sciolto, senza avere il tempo di dire, di uomo nell’eternità. “(Capitolo VII: La cappella).

Guai a colui che, come Giona, volesse fuggire dalla punizione di Dio. In un certo senso, la voce che accompagna Moby Dick è anche mescolata con la voce divina, quella dell’esistenza di Dio. Se Moby Dick esiste, allora la risposta viene da sé: siamo puniti da Dio. Achab ha sconfitto la creazione attaccando Moby Dick. Il capitano triste risponde a Stubb, il suo secondo, per il quale è una bestemmia combattere così:

“Colpirò il sole se mi insultasse”.

Questo atteggiamento è disperato. E anche se non ha il coraggio di contraddire Achab, l’equipaggio non condivide la sua pazzia. L’avventura segue il corso di questa follia e ogni evento che lo anima è una miscela di ordine divino e follia umana.

Non manca la drammaticità tipica della tragedia shakespeariana, così come gli intarsi e gli incisi in vasta gamma di citazioni, di rimandi letterari, che offrono appunto all’avventura di mare il respiro del grande poema dall’afflato epico.

 

Pubblicato nel 1851 è l’esempio principe del romanzo americano dell’Ottocento. Melville racconta l’inseguimento ossessivo a Moby Dick, terrore dei mari, inconoscibile.

La balena bianca.

La creatura immensa, mastodontica, che distrugge le navi e riempie di sgomento i balenieri. Achab ha giurato vendetta alla creatura dei mari, che in precedenza gli aveva troncato una gamba. Da qui l’inseguimento sulla baleniera Pequod attraverso gli oceani.

L’incipit del romanzo introduce anche il narratore, l’unico sopravvissuto a questa caccia senza speranza, Ishmael.

 MOBY DICK, L'INCONOSCIBILE BELLEZZA DEL VIAGGIO E DELLA FUGA VERSO NOI STESSI
Call-me-Ismael immagine da web
Testimone involontario, nel senso quasi evangelico, di un destino straordinario:

“Chiamatemi Ismaele.
Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo.
E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.
Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo.
Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano. “

Lunghe attese, discussioni, riflessioni filosofiche, intessono questo Viaggio ai confini dell’Ignoto. Le oltre ottocento pagine del capolavoro melvilliano infatti non contengono avventura. Almeno non quella che ci si aspetta se si pensa a Typee e Omoo, le opere precedenti di Melville. In esse lo scrittore ripercorre in filigrana le sue stesse esperienze passate per mare. Il mare, la culla del cetaceo bianco.

“Qua e là, in alto, ali bianche svolazzanti come la neve di uccellini immacolati.Sembravano essere i dolci pensieri femminili del cielo, mentre in agguato nelle profondità, molto bassi, sotto il blu insondabile, i potenti leviatani, il pesce spada e gli squali mescolavano il loro nuoto, ed erano i pensieri forti, omicidi e turbolenti dal mare virile.”

In Moby Dick  tutto è un grande,  inquietante viaggio verso il buio, verso gli inferi e l’oscurità dell’animo umano. Il mare in questo senso è una sorta di fondale scenico. Sta lì perchè il viaggio per mare è da sempre metafora di un percorso esistenziale, di un cammino avventuroso e ad ostacoli, oscillante tra certezza della rotta e incombenza del nulla e del mistero.

Il lungo viaggio, alla ricerca spasmodica del Mostro di Achab, culmina con l’avvistamento dell’immenso capodoglio, che viene arpionato. Moby Dick come sappiamo trascinerà negli abissi con sè il Capitano Achab.

William Turner, A Disaster at Sea

Ishmael, unico a sopravvivere, si salverà usando come zattera una bara, costruita da un altro membro dell’equipaggio, il polinesiano Queequeg, che l’aveva portata con sè. Quasi una premonizione dell’inevitabile.

La narrazione attraverso l’unico sopravvissuto trasforma l’odissea della baleniera, di Achab e del suo equipaggio, in una dimensione senza tempo. Disancorata dalla letteratura, diviene storia di tutti. Il Viaggio ottocentesco di ieri, quello dei migranti di oggi, quello della esistenza di ogni essere umano.

Achab: il delirio della vendetta

Achab siamo noi; anche Moby Dick siamo noi. L’uomo davanti ai suoi desideri, davanti alla inesorabilità della forza della natura. Moby Dick, l’imprendibile Conoscenza, la profondità del Tutto inconoscibile. La mela avvelenata ma anche la libertà dal conosciuto.

Moby Dick viene spesso letto come la forza del male. Ma cosa è il Male? Non è forse il desiderio smodato e irrazionale che trasforma Achab in un monolite di odio? Il Capitano viene risucchiato quasi da un desiderio di morte, ai confini della comprensione, che avviluppa entrambe, uomo e animale.

Achab è la solitudine di un uomo divorato dalle proprie passioni: il mare, la caccia, la sfida, la vendetta.
 MOBY DICK, L'INCONOSCIBILE BELLEZZA DEL VIAGGIO E DELLA FUGA VERSO NOI STESSI
Capitano Achab e Moby Dick – immagine da web

Il folle volo di Achab all’inseguimento del possente e maligno mostro marino è empietà, non assimilabile alla sublime, insaziabile sete di conoscenza che condusse l’Ulisse dantesco a violare i limiti imposti all’uomo dalla natura.

Achab è un Ulisse che non torna, un Ulisse che si perde. Moby Dick è la Sirena di Achab, ma una Sirena che non canta.

Moby Dick è un libro Totale, dove la balena sta per Tutto ( Whale=whole). Un romanzo che non è cronaca di avventure marine. Nè un trattato filosofico di fronte all’immensità e all’orrore e vacuità dell’immenso oceano.

Non è neppure un trattato enciclopedico sulle balene o sull’arte della navigazione. Per quanto interi capitoli dedicati a precise descrizioni su questi temi hanno fatto desistere intere generazioni di lettori.

Cesare Pavese, che curò la traduzione italiana di questa opera, invitò a non desistere di fronte le pagine più somiglianti a un manuale di cetologia.

Innumerevoli le pagine che con piglio scientifico affrontano ogni aspetto delle balene. A volte questi intermezzi sono davvero faticosi da affrontare, ma alla fine si viene ricompensati da una conoscenza dei “leviatani” e dal senso che offrono alla totalità della vicenda.

«Leggete quest’opera tenendo a mente la Bibbia e vedrete come quello che vi potrebbe anche parere un curioso romanzo d’avventure, un poco lungo a dire il vero e un poco oscuro, vi si svelerà invece per un vero e proprio poema sacro cui non sono mancati né il cielo né la terra a por mano» ( C. Pavese)

E Moby Dick?

Non si sa nulla di Moby Dick se non le parole degli uomini che gli hanno spezzato i fianchi a forza di affrontarlo. Come lettore, non si penetra il pensiero interiore, non lo si vede al suo posto, non adottiamo mai il punto di vista .

Moby Dick non ha forma, è ovunque e qualsiasi cosa. È un enigma. Achab, Ishmael, sono enigmi a cui lo scorrere della vita ( e della nostra di lettori) dà un volto diverso ogni volta. E un sospetto:

“Non sei tu che leggi Moby Dick, è Moby Dick che legge dentro di te” ( Luca D’Andrea).

Un libro infernale l’aveva definito il suo creatore.

“È un fantasma che i marinai inseguono. La balena è l’enigma finale su cui le nostre certezze falliscono. Coloro che credono di dare un senso alla vita dandogli uno scopo mettono l’arpione nei loro occhi, perché come tutti gli altri, è il vuoto che li attende. Se l’uomo è punito, è per aver visto che il segreto di tutte le cose era di per sé una domanda senza risposta e che alla fine “il mondo era una nave in un viaggio senza ritorno …” (Georges Claisse )

Moby Dick naviga libera negli oceani dell’esistenza e della Coscienza.

Moby Dick è impossibile da catturare.

Siamo forse noi stessi la Balena Bianca?

https://www.raiplay.it/video/2015/11/Ulisse-Il-piacere-della-scoperta-La-vera-storia-di-Moby-Dick-del-07112015-bfb60895-5742-4184-a210-a9eaa8256f69.html

 

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