“La campanella” di Carlo Filippo Borrello

Semplicemente, donne.

“La campanella” di Carlo Filippo Borrello

“La campanella”
di Carlo Filippo Borrello

Era vecchio e stanco, le mani gli dolevano da tempo. Le reti erano sempre più vuote, sempre più pesanti.

Da qualche anno la nobiltà imperiale trascorreva la villeggiatura nei rari, sfarzosi alberghi della riva occidentale del basso Garda. Il giorno della partenza le aristocratiche fanciulle, avvolte in candide gonne gonfie d’organza, salivano sulle luccicanti carrozze scoprendo per un istante una levigata, esile caviglia.

L’anziano pescatore osservava i cavalli scalpitare, pronti per il lungo viaggio. E poi i lacchè, impettiti sotto il cilindro, e le blasonate madri, intente a ricondurre nei palazzi viennesi le loro bionde creature.

Anche sua moglie era bionda. Se ne era andata molto tempo prima, dopo che i loro tre figli, poco più che ventenni, erano emigrati in un paese lontano.

L’uomo di lago sapeva sistemare le reti, conosceva i segreti dei fondali, le abitudini dei pesci. Non aveva mai imparato a scrivere. L’anziano prete del paese aveva stilato insieme a lui la lettera, indirizzata ai figli, che annunciava la morte della madre. In tutti quegli anni il pescatore non aveva ricevuto alcuna risposta.
Viveva di ricordi ormai sfumati, e di qualche raro pesce.

Quella sera era fredda e il lago era fosco. Le nere, lucide carrozze erano partite da tempo. Era il 31 ottobre.

Il vecchio stava calando le reti quando, dall’acqua, sentì risuonare il trillo di una campanella. Spaventato, si ritrasse al centro della barca. Il tintinnio continuava. Mezza attrezzatura flottava disordinatamente, l’altra era ancora a bordo. Il suono era vivido più che mai.

Il pescatore era sconvolto. Gettò fuoribordo la rete ancora ammatassata, assicurandola a un grosso sughero che, forse, gliela avrebbe fatta ritrovare il giorno dopo.

Remò quindi forsennatamente, con la forza che gli era rimasta. L’eco lontana della campanella lo tormentava. Giunto a terra, ormeggiata in malo modo l’imbarcazione, corse alla porta della sorella, rimasta vedova pure lei.

«Agnese! Agnese! Apri, per favore. Sono il Renzo».

Imbacuccata, con uno scheggiato portacandela in mano, Agnese fece entrare il fratello.
«Che ti è successo?»
«Ero in barca, a un certo punto ho udito una campanella suonare sott’acqua. Non la smetteva, ho avuto paura».
«Che giorno è oggi?»
«Il 31 ottobre, perché?»
Agnese armeggiò dentro il camino in silenzio, un esile fuoco prese vita scoppiettando allegramente. Passò qualche minuto, il fratello si era seduto al tavolo.
«Non ricordi, Renzo?»
«Cosa?»
«La leggenda… Da piccolini andavamo a nasconderci dietro il grande ulivo sopra il lavatoio. Di soppiatto ascoltavamo le chiacchiere delle spose del paese e ridevamo in silenzio. Un giorno, però, una di loro raccontò una storia che veniva dal lago sopra al nostro. Si chiama lago di Tenno, mi pare».
«Non ricordo niente, Agnese!», esclamò contrito il vecchio.
«Lei parlava di un matrimonio, di una fanciulla bellissima».

Agnese rammentava molto bene, invece: sbattendo i panni sulla pietra, una giovane comare aveva narrato la vicenda di un contadino del lago di Tenno.

Quel giorno lui era raggiante: si era appena unito con l’amata fanciulla secondo il sacro rito, era il 31 ottobre. La chiesetta del paese era ormai vuota, anche il prete era corso sull’isoletta insieme agli amici e i parenti. La tavolata era pronta e il vino era già stato versato nei boccali. Le viole profumavano ovunque, i grossi pani al sesamo e un salame facevano bella mostra di sé sul tavolaccio. Tutti aspettavano gli sposi, quello era il loro pranzo nuziale.

Il contadino, lasciata la chiesa, camminava lentamente solo un passo avanti alla giovane moglie. La teneva per mano e scostava con cura qualsiasi sasso che avrebbe potuto farla inciampare.
L’aria era fresca, come i loro animi.
Lui accompagnava al lago la sua sposa e insieme attraversavano verdi, morbidi declivi ormai in attesa della candida coltre invernale.

La loro lignea barchetta era pronta, ancorata a un sasso. Fiocchi di rafia e un bianco ciclamino la addobbavano e il giovane aveva in precedenza legato due campanelle alle estremità dei remi.
Prese in braccio la giovane. Con delicatezza la adagiò sulla panca di poppa e poi, salito anch’egli a bordo, cominciò a remare verso l’isoletta, guardando la moglie con intensità, inebriandosi dei suoi occhi del color del lago. Il ciclamino ondeggiava alla brezza lacustre e le campanelle tintinnavano a ogni vogata.

Una possente nuvola nera cominciò a manifestarsi minacciosa a occidente, dall’alto picco che sovrastava il lago. Il contadino accelerò la remata, l’isoletta era ancora lontana. D’improvviso un fulmine squarciò l’aria della valle, un vento gelido si alzò e l’azzurro specchio d’acqua si trasformò in una superficie scura e violenta.
Il contadino spingeva sui remi disperatamente, affrontando le onde. La chioma di lei, scomposta dalle raffiche, si agitava grondante sulla schiena e la fradicia veste nuziale aderiva alle curve tremanti.

D’un colpo, un frangente indomabile predò la piccola imbarcazione, rovesciandola.

Il legno galleggiava capovolto e il giovane annaspava tra i flutti cercando la propria sposa ovunque, urlandone il nome. Si immerse dappertutto, chiamandola anche sott’acqua. Tornò a riva, la perlustrò tutta e, non trovandola, si rituffò altre mille volte. Esausto, alla fine, si accostò alla barchetta e, trascinatala sulla battigia, scoprì che una delle due campanelle era scomparsa.

Era passato troppo tempo, non v’era traccia della giovane moglie. La sua sposa era morta, d’un colpo recisa al fiorir di bellezza.

Il contadino allora si ritirò in montagna a coltivare in solitudine fiori d’alta quota. Ogni 31 ottobre però scendeva a valle, al lago. Si tuffava nelle acque gelide e nuotava piangendo il nome della sposa, per poi tornare ai suoi prati.

Passarono molti anni, il giovane era divenuto un vecchio; così, durante una delle consuete, autunnali nuotate, decise di allargare le braccia, lasciandole inerti. Chiuse gli occhi, smise di respirare e si lasciò andare al fondo di quel maledetto lago che gli aveva rapito la sposa.

Il bacino non aveva emissari in superficie, le sue acque fluivano infatti in una grotta che partiva dal fondo. Il contadino venne ingoiato dalla caverna e cadde giù, giù fino all’inizio di una sotterranea, altissima cascata. Riuscì ad afferrare uno sperone roccioso prima di precipitare e da qui cominciò a discendere, investito dai capricciosi getti.

A metà della parete, protetta dal flusso imponente, il contadino scoprì una cripta naturale che emanava una luminescenza costante. Rimase senza fiato: davanti a lui, protetta dalla cascata e perfettamente conservata, giaceva la sua sposa, ancora avvolta nella candida veste nuziale. Lui le si avvicinò emozionato, e le prese la mano.
Lei stringeva la campanella del remo.

Il viso intatto mostrava la giovanile freschezza in tutto il suo splendore. Il contadino prese la moglie in braccio e si avvicinò al ciglio della nicchia. Posò la bocca sulle labbra di lei, ancora morbide e vellutate, e si gettò nella cascata, nell’acqua che li avrebbe accompagnati fino al grande, accogliente Benaco.

Alla fine del racconto Renzo rimase in silenzio, stupefatto.
«Non hai capito? La campanella che hai sentito questa notte sono loro, sono gli sposi del lago di Tenno».
Agnese preparò un mazzolino di ciclamini bianchi. Li legò con della rafia, con cura.
«Torna da loro, Renzo. Deponi questi fiori sulle acque».

Tremante, il pescatore remò lentamente fino a dove aveva lasciato il galleggiante e, con immensa sorpresa, scoprì che la rete era stata perfettamente distesa.
La luna era piena, la campanella tintinnava lontano. Il mazzolino si scostò piano piano dalla barca, fluttuando nelle acque argentate.

 

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