“Kundalini” di Zantedeschia Schwarzwalder

Semplicemente, donne.

“Kundalini” di Zantedeschia Schwarzwalder

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“Kundalini” di Zantedeschia Schwarzwalder

Sono alacre e allo stesso tempo lenta. Distendo con gesti flemmatici il tappetino nello spazio libero, la mente si muove a una velocità assurda. Con la medesima calma mi siedo a gambe conserte e affronto la mia solitudine bugiarda.

Le altre sono sei, cinque femmine e un maschio. La maggioranza vince e merita che le parole si adeguino al genere. Non è femminismo, è solo disprezzo ribelle per tutte quelle regole che, più che per logica o discernimento, hanno un natale in tempi maleodoranti di prevaricazione.

Le mie compagne – suona strano, vero? Eppure c’è solo un uomo e non è nemmeno così virile – hanno un’aria soddisfatta. Pratichiamo con la stessa convinzione, ma la sensazione che ho addosso mi aliena. Ciò che sicuramente ci divide è la paura: quella che loro non hanno e quella che mi divora incamminandoci nel percorso di congiunzione, realizzazione, potere, separazione. In verità, credo ignorino con disarmante disinteresse l’informazione relativa a ciò che praticano.

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Iniziamo.
Lo sguardo interiore deve essere concentrato. Suggeriscono di inchiodarlo in un solo punto, secondo me per sopperire all’umana difficoltà di sentirsi parte di un tutto francamente ostico da amare. Miracoloso ai limiti dell’egocentrismo patologico è apprezzarsi integralmente, figuriamoci stimare tutto il resto, sconfinando verso ciò che si incontra con un abbraccio senza limiti in un infinito allargarsi, fuori dal nostro recinto circolare e limitato.

Mi applico e come sempre, con estrema facilità, focalizzo il serpente che è avvolto intorno alla mia spina dorsale. I maestri descrivono Kundalini in questa maniera, per dare una forma all’energia latente insita in ogni persona. È una sorta di residuo di un divino fatto a pezzi e distribuito fra gli esseri umani. L’obiettivo è indurre al movimento le spire di questa entità, risvegliarle dalla quiescenza. Quest’ultimo termine non è casuale, perché le parole non hanno senso di esistere quando lo sono. A dirla tutta non ne andrebbe pronunciata nessuna a caso, ma non va più di moda di questi tempi.

Quiescenza: non siamo altro che giardini a riposo. La circolazione del potenziale divino attraverso le nadì, tubature che ci percorrono internamente, deve sfiorare i chakra. Fertilizzati, i fiori di loto si dischiuderanno, sboccerà l’evoluzione che muove tutte le cose e il corpo materiale perderà di significato, facendosi sottile.

La linea è oltrepassata, è questo il confine che incontriamo in fretta e che mi divide dalle altre. Una forma di ostinata ragione si agita in me alla pari della consapevolezza di possedere uno spirito. Non accetto, non posso fare a meno di notare che qualcosa non coincide: o il mio o il loro approccio è completamente errato. A fine lezione parlano sempre di rilassamento, di pulizia e di liberazione. Ed è il significato che io credo abbia quest’ultimo concetto che stride come lama su lama con quello che gli attribuiscono loro. Che sia divina o meno, non è un caso che Kundalini venga identificata come un serpente, animale terribile e velenoso: simbolo di occulto, pericolo, di ciò che riposa oscuro, ma simboleggia anche opportunità, conoscenza, potenziale; una forza reale, quantificabile una volta imbrigliata dopo il risveglio. Così viene definita nel Tantrasadbhāva. Ciò che di me pretende spiegazioni razionali mi dice che Kundalini è la parte che ogni individuo nasconde, ignora, rifugge di sé, più o meno inconsciamente. In fondo, questa pratica mi attrae proprio perché ha preso vita da un popolo con una cultura millenaria, saggi conoscitori del recondito umano.

Tengo queste considerazioni per me, ma ho come l’impressione che ciò che loro intendono come liberazione non coincida con le origini della disciplina, che ha un fondamento tutt’altro che fantasioso. Le vedo applicarsi per costringere a un letargo forzato ulteriori pezzi del proprio io: il contrario di ciò che dovrebbe essere. Svuotare è solo propedeutico all’incontro col serpente. Se ci si limita a questo i benefici sono indubbi, ma il corpo si fa sempre più spesso, sempre più di sola carne, perché il corpo sottile è costituito dai pensieri, specie quelli del serpente, dai quali fuggono o tentano di liberarsi. A mio avviso, questa non è la liberazione del Bhairava tantra, tanto meno il percorso descritto nel primo dei quatto libri dello Yoga Sūtra per raggiungere il Moksa. Sa tanto di rivisitazione occidentale, funzionale alla sopravvivenza, scorciatoia per un oblio materiale costellato da anestesie interiori.
Ma desso Kundalini inizia a muoversi, e io ho paura. Cos’è questa cosa che sento di avere dentro e che non riesco a capire? Non la riesco a identificare, ma so che è donna, femmina.

La solitudine è ingannevole, non è mai completa: siamo sempre in compagnia del serpente. Vuole essere affrontato, vuole essere accolto.

Andiamo avanti. Tadasana: la prima asana
Magari un’altra volta 😉
Namasté

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